Di balene, baleniere e pirati nel 2019!

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Il capitano Paul Watson - Foto di Barbara Veiga da Seashepherd.it

Da quando nel 1982 l’International Whaling Commission (IWC) ha votato la blanda moratoria sulla caccia commerciale alle balene ne sono state uccise 57.391, tra cui balenottere minori, balenottere comuni, balenottere boreali, balenottere di Bryde, megattere, balene grigie, capodogli e balene della Groenlandia. Perfino dopo il 1986, anno nel quale è entrato in vigore il divieto di caccia alla balena, Giappone, Norvegia, Islanda, Russia e Corea hanno continuato la loro attività, uccidendo con la scusa dei “motivi scientifici” circa 21.760 balene. Per tutelare ulteriormente i cetacei nel 1994 i membri della IWC hanno approvato l’istituzione del Southern Ocean Whale Sanctuary, una riserva nata per proteggere un’area di 50 milioni di chilometri quadrati intorno all’Antartide, particolarmente critica per l'alimentazione di sette specie di grandi balene. Perfino questa zona però è stata considerata violabile dal Giappone che ha continuato ad uccidere balenottere minori al suo interno, sempre in nome della “ricerca scientifica” anziché delle reali finalità commerciali. Qualcosa è cambiato nel 2019 per l'Impero del Sol Levante? Forse sì!

Negli ultimi anni il Governo giapponese, guidato dal Primo Ministro Shinzō Abe, ha iniziato ad investire milioni di dollari in misure di sicurezza indispensabili per proteggere le sue baleniere dalle azioni di disturbo delle navi della ong antispecista Sea Shepherd. Sea Shepherd ha iniziato a contrastare le attività di caccia alle balene dei giapponesi all’interno del Santuario dei Cetacei per la prima volta nel 2002, poi con campagne consecutive dal 2005 fino al 2017, riuscendo a salvare oltre 6.000 balene dagli arpioni dei balenieri. In questi anni il prezzo per impedire l’intervento di Sea Shepherd, sia in termini di sicurezza, che di mancati introiti è diventato molto alto, tanto che per il capitano Paul Watson di Sea Shepherd, “tutto ciò, unito al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) che già nel 2014 aveva dimostrato la natura fraudolenta della ricerca giapponese, e alla sempre più condivisa condanna internazionale nei confronti delle loro attività nell'Oceano del Sud, ha portato alla decisione del Giappone di dichiarare che intraprenderà dal 2019 solo l'attività di baleneria commerciale”.

Con questa scelta il Giappone, da quest’anno, dovrà fare ciò che Islanda e Norvegia fanno dal 1987 e cioè limitare l’uccisione delle balene alle proprie acque territoriali e a quelle di esclusiva competenza economica, per cui le baleniere non raggiungeranno (almeno teoricamente) l’Antartide rendendo di fatto il Santuario dei Cetacei in Atlantico del Sud libero da tutte le attività di caccia. A questa scelta il Giappone ha fatto seguire l’annuncio del suo ritiro dalla  IWC, una notizia che ha allarmato molti conservazionisti. In realtà per il comandante Watson Dopo 16 anni di azioni contro il Giappone nel Santuario dei Cetacei in Oceano del Sud questo mi sembra uno sviluppo molto positivo. Il fatto che il Giappone esca dall’IWC permetterà all’IWC di ratificare l’istituzione del Santuario dei Cetacei in Atlantico del Sud. Significa che la guerra per le balene in Oceano del Sud è finita e noi e le balene abbiamo vinto. Lo scopo per cui abbiamo lottato è stato raggiunto: l’intero emisfero australe sarà libero dai balenieri per la prima volta nella storia. Si tratta di un risultato notevole e meraviglioso”.

Di fatto da quest’anno, senza la maschera della “ricerca scientifica”, per Sea Shepherd la battaglia contro le baleniere giapponesi sarà più circoscritta. Il Giappone, infatti, ha continuato ad uccidere balene all’interno delle proprie acque territoriali per decenni e su questa attività la sua uscita dall’IWC è totalmente ininfluente. "Non stanno riprendendo la caccia alla balena, perché in realtà nel Pacifico Nord-Occidentale non hanno mai smesso di cacciare balene. In altre parole i giapponesi, così come norvegesi, danesi e islandesi, dovranno limitarsi a cacciare attorno alle proprie coste. I balenieri del mondo sono quindi in ritirata”. La scelta nipponica è stata dettata anche dai crescenti costi operativi, aumentati sia per evitare l’intervento di Sea Shepherd, sia per la necessità di dismettere l'ormai vecchia nave fabbrica Nisshin Maru e di sostituirla con una nuova, un’operazione non certo a buon mercato. Accanto a questi aspetti anche la riduzione del mercato interno della carne di balena e la pressione diplomatica internazionale sempre più aggressiva hanno dato il colpo di grazia al commercio della carne di balena e con esso alle scorribande di Tokyo nel Santuario dei Cetacei nell'Atlantico del Sud.

Sea Shepherd ha annunciato all'inizio di quest'anno che “continuerà a contrastare la baleneria illegale con una varietà di strategie e tattiche”, ma per ora “festeggiamo un’enorme vittoria per le balene, visto che metà di questo pianeta sarà al sicuro dagli arpioni”. Anche per questo il 2019 sarà ricordato come una data storica che segna la fine di tutte le tradizioni baleniere dell’emisfero australe, visto che dopo Australia, Perù, Cile e Sudafrica, il Giappone era ancora l’ultima nazione a massacrare balene in questo emisfero. Per Sea Shepherd “occorre accogliere positivamente questo annuncio del Giappone che non può essere considerato che uno sviluppo positivo nella lunga battaglia alla caccia delle balene”. Certo è che se la battaglia alle baleniere in Oceano del Sud volge per il momento al termine, ora l’attenzione di questi pastori/pirati del mare si sposterà nell’emisfero settentrionale: “Grazie Giappone, ma sappi che la lotta continua” ha concluso il capitano Watson.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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