Cile, tra modernità e memoria

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Cile, il passato non passa ancora – foto: Giovannini

In queste ore stanno arrivando i risultati del ballottaggio delle elezioni presidenziali in Cile. Salvo sorprese impreviste dovrebbe essere eletta nuovamente Michelle Bachelet, ma questa volta con una coalizione di sinistra con all'interno i comunisti, anche se minoritari. In attesa di capire come si muoverà la presidentessa (anche la sua sfidante è donna) proponiamo questo reportage dalla capitale cilena.

Santiago del Cile - La prima cosa che salta agli occhi di Santiago è il fatto che sia caotica: piena di traffico, di gente, di rumore, di contrasti. Ha più di 6 milioni di abitanti, non so quanti milioni di automobili, e quanti miliardi di claxon e sirene e tubi di scappamento. Ci sono cani randagi dappertutto e anche persone randagie, che vivono per strada, mangiano per strada, a volte bevono fino a stramazzare al suolo, altre volte evidentemente non hanno sete e restano lì, a chiedere l’elemosina, a guardare la gente che passa, o a dormire, in maniera più o meno strutturata, a lato della strada.

La città è tagliata in due dalla “alameda”, che in realtà si chiama Avenida Libertador General Bernardo O’Higgins, e non so se sia più lungo il nome o la strada stessa. Che è anche larga, otto o nove corsie, perché una corsia mi sa che è per gli autobus, ma solo in un senso di marcia, chissà perché. Un pezzo della alameda la percorro tutti i giorni a piedi per andare al lavoro, e ogni giorno è un film, perché non c’è solo il traffico delle auto, il più banale, ma c’è anche quello pedonale, con fiumi di gente che cammina nei due sensi, ma così tanta che a volte mi trovo bloccata e non riesco neanche a superare chi va più piano perché sta scrivendo al cellulare, perché è su una sedia a rotelle, o perché semplicemente non ha fretta (non che io ne abbia, peraltro). E poi è tutto un festival di economia informale, gente che per strada vende qualsiasi cosa, dall’accendino all’abbigliamento, dall’attrezzo per scavare le zucchine a quello per sturare il lavandino. E ogni giorno è diverso, così che non c’è da annoiarsi, ma anzi si scopre sempre qualcosa, e ogni tanto ti compri una spremuta d’arancia per il viaggio, o qualche cosa che puoi evitare di comprare al supermercato e lo compri direttamente sulla alameda. Grande alameda, che devi imparare dove la puoi attraversare, perché non è che puoi attraversarla dove ti pare e a volte, se ancora non sai bene, ti tocca fare dei giri assurdi prima di trovare l’agognato passaggio pedonale. I cani randagi sono intelligenti, e hanno capito come si fa, ed è incredibile vederli che aspettano il semaforo verde prima di farsi trascinare dall’onda umana che li porta al di là della strada.

E ogni giorno passo due volte, andata e ritorno, davanti al palazzo della Moneda, e la prima volta che l’ho vista mi ha fatto uno strano effetto vederla così, normale, in mezzo alla città, senza carri armati, aerei e fumo che sale dal tetto, perché era quella l’immagine che avevo della Moneda, quella dell’11 settembre del 1973. Alla fine però ho capito che, nonostante l’aspetto placido e ammiccante della Moneda attuale, quell’11 settembre c’è sempre, c’è da tutte le parti, se hai un po’ di voglia di grattare via la patina di paese sviluppato, membro dell’OCSE, con un tasso di disoccupazione bassissimo ed un PIL altissimo. È lì che ti guarda, anche se molti si ostinano a tentare di cancellarlo. Ti guarda dai muri, dove compaiono scritte, graffiti, e dei volantini che denunciano un generale “torturador y asesino” ancora impunito, c’è nelle due chiacchiere che fai con la studentessa che ti dice che suo padre è stato in esilio a Roma, c’è nel Museo della Memoria e dei Diritti Umani, c’è negli spazi della memoria. Uno di questi, Londres 38, è vicino casa mia. Era un centro di detenzione e tortura e adesso è un bellissimo edificio decadente drammaticamente vuoto, con una scritta su una parete che dice “cómo se llena este vacío tan lleno de recuerdos encerrados?”. Come si riempie questo vuoto? Come? Con i ricordi raccontati da chi ci è passato, con il lavoro instancabile degli attivisti che lo mantengono vivo e organizzano visite guidate, guidate a vedere il nulla, stanze vuote dove 40 anni fa c’era gente ammassata con gli occhi bendati 24 ore, dove c’era la “picana”, la griglia elettrica dove arrostivano le carni dei “dissidenti politici”. E le placche di metallo incastonate tra i cubetti di pietra sul selciato, dove sono scritti nomi, cognomi, età e appartenenza politica delle persone che passarono di là e non tornarono più a casa, desaparecid@s in qualche fossa comune o in fondo a qualche abisso marino. L’11 settembre è nel fatto che qui tutto si paga e tutto funziona male, l’educazione, la sanità: tutto carissimo e tutto malandato. Gli studenti hanno sulle spalle mutui ventennali per poter ripagare quello che hanno speso per studiare nelle università, anche in quelle pubbliche, che costano quanto quelle private. Mi hanno detto che i cileni “nascono pagando e muoiono pagando”, sono tutti indebitati fino al collo. E sì, la media degli stipendi è alta, ma in realtà la maggior parte dei lavoratori guadagna l’equivalente di 400-500 euro al mese, e quello che guadagnano non basta loro per vivere, che qui tutto si paga salato, come e più che in Europa, mentre pochissime famiglie controllano la quasi totalità delle compagnie di assicurazioni, banche, imprese edili e minerarie, grande distribuzione, comunicazioni, trasporti. Anche l’acqua è privatizzata in Cile, e la costituzione è ancora quella di Pinochet, che evidentemente più di 20 anni non sono ancora bastati a pensare di cambiarla radicalmente, nonostante in molti invochino una nuova assemblea costituente.

E l’11 settembre è anche nella statua di Salvador Allende, nella spianata che si apre dietro al palazzo della Moneda: il presidente spazzato via dal golpe, insieme ai sogni e alle speranze di  cambiamento e giustizia sociale di intere generazioni di persone, in Cile e fuori. Diffido sempre un po’ dei leader, ma le sue parole a radio Magallanes durante l’assedio della Moneda mi causano sempre una profonda emozione. Quando sono passata di là c’era un cane che dormiva appoggiato al piedistallo, e ho pensato che fosse lì per proteggerlo, ma non so se è vero.

Michela Giovannini

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