Ci sono un’etiope, un curdo, e noi…

Stampa

Foto di A. Molinari ®

Lei. Agitu Ideo Gudeta, rifugiata etiope, per tutti Agi, pastora di capre felici, imprenditrice, donna con una forza disarmante. Una di quelle che ti viene da invidiare con quel sentimento buono, di ammirazione, per quel tornado di entusiasmo, coraggio e intraprendenza che porta con sé ovunque vada, per la tenacia di fronte alle minacce razziste, per la voglia di reinventarsi senza perdere di vista le proprie origini, per il fascino di una semplicità curata e coltivata.

Lui. Serhat Akbal, rifugiato curdo, musicista eclettico e coinvolgente, cantastorie di un popolo martoriato dalla Storia, uomo che ha percorso cammini impensabili, sperimentato strade professionali diverse un po’ per curiosità e un po’ per necessità, ma che poi è tornato lì, alla composizione e alla musica, che serve a vivere, a dimenticare o a ricordare, a ricostruire la propria identità frammentata dalla vita.

Loro. Seduti qui vicino a me, una coppia di amici, di quelli che non avrei mai sperato di poter incontrare e frequentare, dai quali con l’esempio dei giorni imparo l’amore adulto che sa di libertà e di fatiche, di sorrisi freschi come quelli di una volta e di generosità, di sostegno discreto, mai invadente, ma così presente da desiderare che la versione migliore di me stessa assomigli anche un po’ a loro.

Lui. Giornalista conosciuto nel panorama trentino e nazionale, promotore di progetti di informazione, divulgazione e sensibilizzazione su temi difficili da leggere e da dire come le guerre e la geopolitica, materie di studio sui libri e realtà dei nostri giorni, del mondo che alcuni fanno a pezzi, altri provano a tenere insieme. Appoggia la mano sulla gamba della compagna che gli sta accanto con l’intesa di una vita, la tenerezza di un gesto che ha il sapore di una spontaneità genuina, intima, così umana.

Lei. Amica da anni, senza giudizi o forzature, di quelle che stanno lì con te quando sei davanti agli ostacoli, non per toglierteli, non per impedirti di andarci addosso, ma per accompagnarti nello scontro o incoraggiarti nel salto, semplicemente stando vicine.

Lui. Un bimbo di pochi mesi, che dopo una poppata veloce si addormenta nella carrozzina, con il profumo di pochi giorni addosso e una vita davanti da scrivere, che stasera si racconta anche con le note e le parole di Bella Ciao, cantata un po’ in curdo e un po’ in Italiano alla fine della serata, perché non tutti quelli che impugnano le armi e vanno sulle montagne sono assassini. A volte sono partigiani.

Questo noi dovremmo saperlo meglio di altri, che è in quella linea sottile che si fa la differenza. Come la fa una cena frugale condivisa con estranei, con i quali però ti senti di avere molto in comune: siamo qui per non dimenticare, perché possiamo fare sempre troppo poco, ma tenere alta l’attenzione sui genocidi del mondo è un dovere a cui, almeno a quello, non dobbiamo sottrarci. “… mi seppellirai, lassù in montagna, sotto l’ombra di un bel fior…”, c’è più di qualche testa argentata in sala e probabilmente queste parole vibrano in ciascuno con un’onda diversa, ma l’emozione è palpabile e ha il calore di una minestra passata di mano in mano come tra amici, una settantina di persone presenti, un piatto di ceramica e un cucchiaio d’acciaio, come a casa.

Lo spirito della serata organizzata a Frassilongo qualche giorno fa, nella sede dell’Azienda La capra felice, viene fuori così, da parole, persone e gesti sparpagliati, leggeri come il vapore sopra la vellutata, come la luce alle finestre nella notte che si fa più fresca: è quell’idea che troppo spesso ci dimentichiamo nelle nostre comunità, quella che spinge una donna etiope in Trentino a invitare un curdo della Turchia a casa sua, in Val dei Mocheni, valle di migrazioni e di storie incrociate, per raccontare il travaglio di un popoloattraverso la propria vicenda personale. E non con “la solita conferenza”, ma sulle corde del tembur, strumento della tradizione curda “corretto” nel nome per cancellare anche lì ogni traccia di storia (il suo nome adesso è in lingua turca, baglama). Perché la violenza sull’identità di un popolo non si fa solo con le armi (di cui molte arrivate anche dall’Italia, aspetto che solleva riflessioni dalle risposte incomplete e amare sulla protezione internazionale e sull’accoglienza di un Paese che contemporaneamente tradisce esportando strumenti di morte). La violenza su di un popolo – nel caso dei curdi, circa 40 milioni di persone divise su 4 stati (Iran, Iraq, Turchia e Siria) – si fa anche violentandone la lingua, la cultura, le tradizioni. Boicottandone gli esperimenti democratici come quello di Kobane, baluardo della lotta contro l’avanzata di Daesh, ma anche luogo simbolico di identità e futuro. 

Noi curdi siamo un popolo abituato al tradimento, ma abbiamo imparato a rialzarci, sappiamo lottare”: parole dure quelle di Serhat, inevitabili. A cui poco dopo seguono altre considerazioni: L’Italia mi piace perché in pochi chilometri è tutto così diverso, il dialetto, il paesaggio, il cibo”. Forse è proprio questo che ci dimentichiamo quando parliamo di migranti, di guerre, di identità da difendere o da rinnegare: a volte serve proprio lo sguardo di uno straniero per farci sentire così diversi anche tra “noi”, eppure così simili, così vicini. E serate come questa, dalle montagne del Kurdistan alle montagne del Trentino, portano un messaggio che fa venire i brividi per la solidarietà a cui fa spazio. E’ uno scialle sulle spalle in una notte di fine ottobre, che scalda anima e speranze.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

Ultime notizie

Le foreste del mare

11 Novembre 2019
Sotto le onde una prateria di piante da salvaguardare. (Anna Molinari)

Londra: un ponte per Riace

10 Novembre 2019
Grande è stata la rete che ha permesso la realizzazione dell’incontro con il mondo londinese attento alle tematiche della pace. (Laura Tussi)

Senegal, il dramma della depigmentazione

09 Novembre 2019
Modelli estetici importati e logiche di mercato spingono giovani donne africane a voler “sbiancarsi” la pelle, con esiti disastrosi sulla salute. (Lucia Michelini)

Dal taglio dei parlamentari alla “cabon tax”

08 Novembre 2019
La “carbon tax” rappresenta uno strumento sempre più diffuso nel mondo per contrastare l’avanzata dei cambiamenti climatici. (Alessandro Graziadei)

Borgomeo: «Se affonda il Sud, affonda tutto il Paese»

08 Novembre 2019
Bisogna tornare a una visione unitaria della stagnazione italiana, smarcandosi dalla lettura  delle disuguaglianze esclusivamente legata al confine tra Nord e Sud. Ne parliamo con il President...