Chi abbatte il cemento abusivo? Nessuno!

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In Italia sono oltre 71mila gli  immobili abusivi interessati da ordinanze di demolizione, più dell’80% però non sono ancora state eseguite nonostante gli abbattimenti siano un obbligo previsto dalla legge. A mettere nero su bianco questi dati è stato il dossier “Abbatti l’abuso. I numeri delle (mancate) demolizioni nei comuni italiani” presentato a Palermo da Legambiente il 22 settembre scorso, che racconta di un contesto di illegalità conosciuta e tollerata, nella quale, dicono gli ambientalisti “il cemento non si ferma, anche se magari si diffonde a ritmi meno evidenti rispetto al passato. Il nuovo abusivismo oggi ha le carte a posto o è realizzato in difformità dai permessi. Oppure, è semplicemente più nascosto, lascia le coste dove da sempre è più diffuso e si cela nell’entroterra, nei parchi e nelle aree agricole, sperando di farla franca”. Secondo Laura Biffi, che di questo dossier è stata la curatrice, “Rispetto al boom degli ultimi decenni del secolo scorso, l’abusivismo non è scomparso, ha sostanzialmente scelto di non dare troppo nell’occhio, è diventato una pratica più subdola e quindi meno facile da individuare. Tenere alta la vigilanza su questo tema è di fondamentale importanza, anche per opporsi con tempestività ai tentativi, mai sopiti, di varare un quarto condono magari celandolo, grazie a qualche escamotage, in un emendamento [parole profetiche pensando al condono per Ischia contenuto nel "decreto Genova" di questi giorni]. E non si sventoli la bandiera degli abusivi di necessità, cavallo di battaglia di tanti politici, perché l’unica risposta degna da parte delle istituzioni deve essere nel solco della legalità, assicurando non la disponibilità di una casa abusiva, ma un alloggio regolare, di edilizia pubblica e realizzato seguendo le più elementari regole costruttive che ne assicurino stabilità e sicurezza”. 

Nel dossier la ong ha spiegato che l’indagine è stata realizzata dall’associazione a partire dai dati forniti da 1.804 comuni italiani, il 22,6% del totale, con una analisi del fenomeno dal 2004, anno successivo all’ultimo condono edilizio, ad oggi. Il quadro complessivo che emerge conferma la sostanziale inerzia di fronte all’abusivismo e alle prescrizioni di legge rispetto alle procedure sanzionatorie e di ripristino della legalità. Il fatto poi che oltre 6.000 comuni italiani non abbiano risposto all’indagine di Legambiente e che 84 abbiano, invece, negato le informazioni richieste, “dimostra che purtroppo ancora oggi, in mancanza di un censimento nazionale del fenomeno e con dati in circolazione spesso carenti, contraddittori o palesemente sottostimati, siamo di fronte a informazioni gelosamente custodite”. 

Come mai? Anche se in Italia gli abbattimenti sono un obbligo previsto dalla legge, a quanto pare nella realtà sono spesso “dimenticati” dai comuni. Per l’ong, ad oggi, “Sono ancora ben saldi sulle fondamenta più dell’80% degli immobili che, invece, sarebbero dovuti andare giù negli ultimi quindici anni. Non solo non si demolisce, ma neppure si acquisisce al patrimonio pubblico come prevedrebbe la legge: appena il 3,2% di questi immobili risulta infatti trascritto dai Comuni nei registri immobiliari”. La performance migliore in fatto di ripristino della legalità è quella del Friuli Venezia Giulia, con il 65.1%; quella peggiore è della Campania, con il 3% di demolizioni.  Eppure, demolire si può, dice Legambiente che ha dedicato all’abusivismo edilizio anche la campagna permanente “Abbatti l’abuso” che ha l’obiettivo di liberare il Paese dalle case illegali. "C’è un’Italia abusiva, dunque, che resiste alle ruspe, ma per fortuna ci sono anche aree del nostro Paese in cui, seppur lentamente, gli abusi vengono abbattuti”. È il caso per esempio del Salento, dove la Procura della Repubblica di Lecce prosegue da alcuni anni con gli interventi di demolizione, ma buone notizie arrivano anche dalla Calabria, nell’area marina protetta Capo Rizzuto e anche dalla Campania, dove le ruspe sono entrate in azione a Terzigno, dove era stato realizzato abusivamente un intero impianto sportivo all’interno del Parco nazionale del Vesuvio. 

Legambiente nel dossier chiede al Parlamento di contrastare l'abusivismo in maniera definitiva con una proposta legislativa che renda più rapido ed efficace l’istituto delle demolizioni degli immobili. Come? Per la ex presidente di Legambiente Rossella Muroni, oggi deputata di LeU, servono almeno tre modifiche strategiche per dare più efficacia alla lotta al cemento illegale in Italia: “la competenza sulle demolizioni deve passare dai sindaci, più condizionabili, ai prefetti; per evitare di inciampare sulla prescrizione alla base della demolizione deve esserci la sentenza che accerta il reato, anziché quella di condanna del reo e per evitare ricorsi pretestuosi lo stop alla demolizione dovrebbe arrivare solo con un provvedimento di sospensione di un tribunale”.  Intanto per combattere concretamente l’abusivismo è necessario un approccio multilivello che non può che partire dall’emersione degli immobili non accatastati, le cosiddette “case fantasma”, dalla chiusura della stagione dei condoni edilizi e dalla rigorosa analisi di tutte le pratiche ancora inevase che giacciono sepolte negli uffici comunali. Secondo uno studio di Sogeea del 2016 “risultano ancora inevase 5.392.716 pratiche di condono edilizio, alcune addirittura risalenti al primo, quello del 1985”

Attualmente, secondo la legge, il patrimonio edilizio abusivo, colpito da ordine di abbattimento non eseguito entro i tempi di legge, è a tutti gli effetti proprietà del Comune, che lo demolisce in danno dell’ex proprietario o può destinarlo a usi di pubblica utilità. “È però evidente  - ha sottolinea il presidente di Legambiente Stefano Ciafani - che negli uffici comunali preposti quasi nessuno pensa di dover seguire queste prescrizioni, visto che rispetto ai 57.432 abusi non demoliti censiti solo 1.850 (appena il 3%) risulta oggetto di acquisizione al patrimonio comunale”.  Così le case restano nella disponibilità degli abusivi che ne godono senza alcun titolo e senza oneri, nell’indifferenza più totale. Una prassi consolidata, purtroppo, che sarebbe ora di superare in nome del ripristino della legalità e della tutela dell'ambiente.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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