Cala l’export di armamenti, ma l’Italia continua a fornire bombe ai sauditi

Stampa

Bombe italiane in Yemen: foto tratta dall'inchiesta del NYT

L’agenzia Ansa ha riportato ieri alcune anticipazioni dei dati e delle informazioni contenute nella Relazione del governo al Parlamento sulle esportazioni di armamenti relative all’anno 2018: i testi si possono trovare in questo mio tweet e, per quanto riguarda il caso delle forniture all’Arabia Saudita, in questa notizia riportata sul portale dell'agenzia. Trattandosi di dati e informazioni di carattere tecnico è importante analizzarli con attenzione per comprenderne il significato.

Un nuovo sgarbo istituzionale

L’Ansa riporta di “aver preso visione” della Relazione annuale al Parlamento sulle esportazioni di armamenti. Si tratta della Relazione che, ai sensi della legge 185 del 1990, il governo è tenuto ad inviare alle Camere entro il 31 marzo di ogni anno. Non è possibile sapere se la Relazione sia già stata inviata ai presidenti delle due Camere, ma è certo che al momento non è nella disponibilità dei parlamentari e non è ancora stata resa pubblica sui siti di Camera e Senato.

L’anomalia di questa “anticipazione” non è passata inosservata: la Rete Italiana per il Disarmo in un comunicato ha evidenziato che si tratta di un altro grave sgarbo al Parlamento che “in continuità con quanto avvenuto lo scorso anno, appare instaurare una prassi di comunicazione irrispettosa delle prerogative delle Camere, chiaramente incompleta se non volutamente distorta. Già l’anno scorso, infatti, l’agenzia ANSA, ben prima che la Relazione governativa fosse nella disponibilità del Parlamento, ne aveva diffuso i dati salienti ospitando un’ampia intervista al ministro plenipotenziario (carica di tipo diplomatico, non governativo) Francesco Azzarello, Direttore dell’Autorità Nazionale per le autorizzazioni dei materiali di armamento (UAMA).

Quest’anno non è dato sapere chi sia la fonte delle anticipazioni dell’Ansa ma è certo che “si tratta di informazioni selezionate” che – come evidenzia Rete Disarmo – “sembrano suggerire la volontà̀ di indirizzare il dibattito sull’export di armamenti in una specifica direzione politica. Resta il fatto che le informazioni sono state rese note prima ancora che la Relazione governativa fosse nella disponibilità̀ concreta dei componenti del Parlamento, che è l’organo sovrano di controllo di questo importante settore della politica estera e di sicurezza del nostro Paese.

Crolla l’export, ma è un fattore fisiologico

Venendo alle informazioni diffuse dall’Ansa, va innanzitutto notata l’enfasi sul “dimezzamento” delle esportazioni. Come specifica il testo, si tratta di un dimezzamento del valore delle “autorizzazioni”, cioè delle nuove licenze all’esportazione, non delle consegne effettive di armamenti su cui l’agenzia non riporta, singolarmente, alcuna informazione.

“Il valore delle autorizzazioni all'esportazione nel 2018 è stato di 4,8 miliardi di euro, circa il 50% in meno rispetto ai 9,5 miliardi del 2017, e un terzo rispetto al 2016 quando una fornitura di Eurofighter al Kuwait fece segnare un picco di 14,6 miliardi di euro” – evidenzia l’Ansa. Ciò che passa in sordina è che le autorizzazioni rilasciate nei due anni precedenti avevano segnato una cifra record non solo dal 1990, anno in cui è entrata in vigore la nuova legge, ma dal dopoguerra.

L’ampia consistenza di questi ordinativi (oltre 24 miliardi di euro nel biennio 2016-17), in gran parte per sistemi militari complessi (aerei, elicotteri, navi, ecc.), sta impegnando e terrà impegnate nella produzione le nostre aziende militari per diversi anni. E’ pertanto ragionevole pensare ad un minor protagonismo delle aziende del comparto militare nel cercare nuovi acquirenti: considerati i limiti della capacità produttiva delle industrie non sarebbe logico cercare di procurarsi nuovi ordinativi senza aver prima soddisfatto quelli già acquisiti. Il calo (o il crollo) è dunque un fattore fisiologico che dipende, oltre che dai normali limiti di produzione delle aziende del settore militare, anche dalla tipologia di questi prodotti e da fattori di mercato: si tratta, infatti, di sistemi complessi altamente costosi, in grado di durare nel tempo, la cui acquisizione rappresenta spesso una spesa considerevole per i paesi acquirenti che viene solitamente spalmata in più anni nel contesto dei programmi militari e di difesa dei vari paesi.

Il calo (o il crollo) non sembra quindi da attribuirsi ad una specifica volontà politica governo Conte – entrato in carica lo scorso giugno – quanto piuttosto a fattori connessi alle capacità industriali delle aziende del settore militare e alla domanda di mercato. Non vi è pertanto motivo – stando almeno alle anticipazioni dell’Ansa – né per elogiare né per lamentarsi del nuovo governo il cui operato, in questa materia, appare finora in continuità con gli esecutivi degli ultimi anni. 

I maggiori acquirenti: i paesi del Medio Oriente

Persistono tra i maggiori acquirenti i paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente. E’ proprio in quest’area, che è la zona di maggior tensione del mondo, che anche nel 2018 è stata destinata la quota maggiore di armamenti: si tratta di oltre 2,3 miliardi di euro che rappresentano il 48% delle autorizzazioni all’esportazione. Una quota ben superiore ai poco più di 1,1 miliardi di euro di autorizzazioni rilasciate ai paesi dell’Ue e della Nato (il 23%) che sono i principali alleati politici e militari del nostro paese. La terza posizione è dell’Asia, un’altra zona di forte instabilità, che con oltre 1 miliardo di euro ricopre il 22% delle di autorizzazioni rilasciate nel 2018.

Ancor più preoccupanti sono i paesi destinatari degli armamenti. Si tratta, nell’ordine, del Qatar (1,9 miliardi di euro soprattutto per l’acquisto di 12 elicotteri NH-90), Pakistan (682 milioni), Turchia (362 milioni) e Emirati Arabi Uniti (220 milioni). La monarchia assoluta del Qatar è stata accusata da diversi paesi mediorientali di sostenere il terrorismo internazionale di al-Qaida e dello Stato islamico, di sovvenzionare attraverso i propri canali mediatici la propaganda dei movimenti islamisti per destabilizzare il Medio Oriente e, infine, di intrattenere rapporti compromettenti con l’Iran. L’accusa è stata promossa anche dall’amministrazione Trump che, a fronte di lucrosi contratti militari, ha fatto repentinamente retromarcia per poi omaggiare l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, come “un grande gentleman” e “grande amico di lunga data”.

Stranamente, però, le anticipazioni dell’Ansa non dicono nulla riguardo al megacontratto per 24 Typhoon, i caccia realizzati dal consorzio Eurofighter, del valore di 6,8 miliardi di euro siglato a fine 2017 dal colosso britannico BAE: il gruppo Leonardo (ex Finmeccanica) è partner della BAE e – come riportano le agenzie del settore – il contributo italiano vale circa il 20% complessivamente e il 60% per la parte avionica. Secondo l’agenzia Ansa, invece, nel 2018 sarebbero “crollate le vendite per programmi di cooperazione intergovernativi (velivoli, elicotteri, missili, navi, siluri) a 165 milioni, rispetto ai 2 miliardi del 2017 e ai 2,6 miliardi del 2016”.

Nessuna bomba dall’Italia all’Arabia Saudita?

Ma la maggiore ambiguità delle “anticipazioni” dell’Ansa sta in una notizia diffusa dall’agenzia non solo nei canali riservati agli abbonati ma tra le “top news” del proprio portale di informazione. Il titolo recita categorico: “Nel 2018 nessuna bomba da Italia a Riad. Crolla export ad Arabia Saudita, nessuna commessa da Rwm Italia”.  Verrebbe quindi da pensare, come tra l’altro viene riportato nella prima riga del testo, che “Nel 2018 nessuna bomba aerea prodotta in Italia è stata venduta all'Arabia Saudita”. Viene inoltre specificato che “la Rwm Italia, che produce bombe in Sardegna, non ha avuto licenze di esportazione verso Riad nel 2018”. In altre parole, nel 2018 nessuna bomba aerea è partita dall’Italia per l’Arabia Saudita.

E proprio qui sta l’ambiguità. Perché affermare che nel 2018 non vi è stata “nessuna commessa” per bombe non vuol dire affatto che “nessuna bomba” è stata spedita dall’Italia a Riad. Significa solo dire che nel 2018 non sono state rilasciate nuove autorizzazioni e licenze, ma non viene specificato se questo è dovuto alla mancanza di nuovi ordinativi da parte dei sauditi o per altri fattori.

Come ha fatto notare la Rete Italiana per il Disarmo nel comunicato già citato, “affermare che nel 2018 nessuna bomba aerea prodotta in Italia è stata venduta all’Arabia Saudita” “non significa in automatico che siano stati posti in atto da parte del Ministero degli Esteri dei dinieghi a nuove autorizzazioni e soprattutto che siano state bloccate le forniture precedentemente autorizzate di queste bombe”. La spiegazione più plausibile è che da parte saudita non siano pervenuti alle aziende italiane nuovi ordinativi da sottoporre alle autorità italiane per la relativa autorizzazione.

Come ha ben evidenziato anche un comunicato del Comitato per la riconversione della Rwm “una cosa sono le licenze all’esportazione, una cosa le vendite, un’altra ancora sono le esportazioni, intese come spedizioni di merce da un paese all’altro. La realtà dei fatti, continuamente monitorata dal Comitato e da altri attenti osservatori, è ben diversa. Le bombe continuano a partire dalla Sardegna verso la penisola arabica e le licenze del 2016 sono ancora ben lungi dall’essere esaurite”.

Si tratta, come ho documentato su Unimondo fin dall’inizio, di licenze rilasciate fin dal 2013 che sono proseguite negli anni dell’entrata in guerra dell’Arabia Saudita in Yemen e che hanno toccato il picco nel 2016 quando il governo Renzi ha autorizzato l’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84 con una licenza da 411 milioni di euro rilasciata alla RWM Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede a Ghedi (BS) e stabilimento a Domusnovas in Sardegna.

L'autorizzazione prevede che le consegne vengano effettuate in più anni. Secondo una mia ricostruzione sulla base dei dati delle Relazioni governative, nel biennio 2016-17 la RWM Italia ha esportato bombe aeree all’Arabia Saudita per poco più di 100 milioni di euro. Le esportazioni non sono state interrotte nel 2018 e dai dati del commercio estero dell’ISTAT si evince che nel 2018 una cifra record di oltre 52 milioni di euro di “munizionamento” è partito dalla provincia di Cagliari (luogo di imbarco delle bombe della RWM) con destinazione Arabia Saudita. Con tutta probabilità si tratta proprio di quelle bombe: ma per dirlo con certezza occorre visionare la Relazione della Presidenza del Consiglio.

Nel frattempo, se non fosse stata smentita da Rete Disarmo e dal Comitato sardo avrebbe continuato a girare la notizia diffusa dall’Ansa che “Nel 2018 nessuna bomba da Italia a Riad”. Sorge spontanea la domanda: chi ha interesse, anche politico, a diffondere queste “anticipazioni”?

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

Firma l’appello di Amnesty International Italia: 
STOP ALLE ARMI ITALIANE IN YEMEN

Ultime notizie

Acqua: specchio di inquinamento e cambiamento climatico

24 Aprile 2019
Negli ultimi anni gli scarichi diretti nei corpi idrici da parte di grandi siti industriali europei sono diminuiti, ma… (Alessandro Graziadei)

Artifishal, o della pesca che ci uccide

23 Aprile 2019
La strada verso l'estinzione è lastricata di buone intenzioni. (Anna Molinari)

A Roma la cucina va Oltre

20 Aprile 2019
Di papaline, cicorie e caciaroni: una cooperativa sociale romana ci racconta un modello originale di relazione con la disabilità. (Michele Focaroli

A 12 anni chiede al Papa di fare una Pasqua Vegana. Francesco le risponde

19 Aprile 2019
Combattere il cambiamento climatico cambiando dieta: con questo obiettivo, qualche settimana fa, la giovanissima attivista Genesis Butler ha proposto a Papa Francesco di sponsorizzare una Pasqua ve...

Le montagne esigono rispetto

19 Aprile 2019
Nonostante la loro “durezza”, le Alpi sono estremamente fragili, un terra di equilibri instabili, instaurati dall’uomo in millenni di non facile convivenza con la natura. Un luogo di sfide, che han...