Al lupo, al lupo o al fuoco, al fuoco?

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Foto: A. Graziadei ®

Come è accaduto dal 1999 con la reintroduzione dell’orso attraverso il progetto Life Ursus, anche l’autonomo ritorno del lupo in Trentino, monitorato dal Servizio Foreste e Servizio Faunistico della  Provincia Autonoma di Trento (PAT) e accompagnato delle iniziative del progetto LIFE WolfAlps, non smette di suscitare polemiche. Si tratta in parte di reazioni irrazionali, legate alle paure personali e culturali che il lupo induce nel nostro immaginario, in parte razionali, e riguardano le concrete difficoltà di molti piccoli imprenditori, principalmente allevatori di zone montane e premontane, che del lupo non sentivano alcuna mancanza. Di fatto se in più di vent’anni di monitoraggio a livello mondiale le insignificanti percentuali di attacchi all’uomo ci fanno chiaramente capire che l’ultima persona che ha avuto seri problemi con un lupo è stata la nonna di “Cappuccetto Rosso”, la vita de “I tre porcellini” e di tutti gli animali di allevamento al tempo del lupo è certamente più complicata, tanto che nel solo Trentino nel 2021 vengono attribuiti ai lupi 407 capi uccisi, 86 feriti e 128 scomparsi. Eppure, nonostante le possibilità per conoscere il lupo e per proteggere meglio gli animali di allevamento ci siano, l’atavica paura del lupo che ha contribuito al suo sterminio e alla sua momentanea scomparsa dall’arco Alpino, sembra essere più forte della ragione e si ripresenta adesso, assieme ai lupi, più o meno identica a quella di 150 anni fa, impermeabile alle conoscenze nel campo dell’allevamento, della fauna selvatica e dei grandi carnivori maturate in questo secolo e mezzo. Le paure e i problemi che il lupo suscita (razionali o irrazionali che siano), sono fenomeni sociali che non possono però essere trascurati e come tali vanno ascoltati, accolti e possibilmente ricondotti a piani di realtà grazie a chi ha competenze maggiori rispetto a tutti quelli che sul comportamento del lupo si sono limitati alla lettura o all’ascolto solo della celebre favola dei fratelli Grimm. Proprio con questa volontà di spiegazione e ascolto dei cittadini, in Trentino la PAT organizza da alcuni anni in collaborazione con i Comuni, incontri sul territorio impegnando il Servizio Foreste e Servizio Faunistico in una capillare opera di informazione, proprio come la scorsa settimana ha fatto nel piccolo Comune di Cavedine in Valle dei Laghi, sulle montagne attorno al quale un branco (o forse due) di lupi si sono stabilmente insediati da più di un anno.  

Anticipando gli allarmismi dell'affollata sala, l’assessora all’Agricoltura, foreste, caccia e pesca della PAT Giulia Zanotelliche ha introdotto la serata, ha spiegato subito in modo preciso e puntuale, che la relazione con il lupo è normata in modo stringente. A nome del Governo provinciale (da sempre favorevole agli abbattimenti, nel caso di grandi carnivori troppo confidenti), ha spiegato perché la soluzione dell’abbattimento dei lupi (che al momento confidenti non sono!) non è percorribile, essendo una specie integralmente protetta a livello nazionale dal 1976 e inserita a livello internazionale, per quanto riguarda la popolazione alpina, nella cosiddetta Lista Rossa redatta dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) come specie “in pericolo”. Del resto, visto che attualmente i problemi causati dal lupo riguardano “solo” gli animali da allevamento e non le persone, il compito della PAT non è trovare “soluzioni finali”, ma piuttosto gestire il suo ritorno, che il dot. Claudio Groff del Servizio Foreste e Servizio Faunistico della Provincia ha assicurato essere costantemente monitorato e valutato. Groff ha spiegato che “Attualmente la popolazione di lupi è minore rispetto quella che potrebbe vivere in Provincia di Trento grazie alle risorse alimentari e agli spazi fisici offerti dal territorio e la sua presenza non è stata mai problematica per l'incolumità delle persone. Non esistono ad oggi casi documentati di aggressioni all’uomo note (né in Trentino, né in Italia) e non esistono casi di lupi confidenti. Nel caso di avvistamento non vi sono protocolli particolari da seguire se non un allontanamento a passo normale e per far fronte alla predazione degli animali di allevamento esiste un’articolata serie di misure tese a dissuadere gli attacchi del lupo, tutte sostenute economicamente dalla PAT, come per esempio le casette mobili per i pastori in alpeggio date in comodato d’uso gratuito ed elitrasportate in alta montagna, le recinzioni elettrificate, i cani da pastore specificamente addestrati alla difesa delle mandrie il cui costo è coperto al 90% e in ultimo anche il rimborso totale entro 90 giorni di tutti i capi predati”.

Tutto bene quindi? Non proprio visto che nonostante le spiegazioni, almeno la piazza di Cavedine, ha abbracciato quasi unanimemente l’allarmistico “Al lupo, al lupo” e vedrebbe di buon occhio l’eliminazione totale del lupo. Perché? Le risposte sono le più diverse: Non sono tranquillo ad andare per funghi; ho paura a passeggiare nei boschi anche in fondo valle (immedesimandosi evidentemente troppo nella nonna di Cappuccetto); non facciamo più pic-nic con la famiglia; è stato anche predato un ungulato da parte dei lupi a qualche decina di metri dal centro sportivo (a dirlo è stato un cacciatore!); ormai si vedono anche in pieno giorno (allontanarsi velocemente); ho paura per il mio cane (preoccupazione legittima se il cane non è nei paraggi del padrone e non risponde ai richiami); i lupi servono a un complotto ordito tra animalisti e multinazionali per “liberare” e poi comprare le montagne e le loro risorse (mancava giusto il complottismo) e infine le ragioni di chi, con qualche più legittimo timore, ricorda che rischio di chiudere l’attività imprenditoriale a causa degli attacchi alle mie mandrie. Davanti a tutte le rassicurazioni date, alle evidenze statistiche sulla non pericolosità del lupo per l’uomo e all’assistenza della PAT nella protezione degli animali di allevamento, questo costante richiamo all’eliminazione fisica del lupo lascia veramente perplessi. Ma è possibile che un contesto culturale di media montagna, da sempre prossimo alla fauna selvatica e composto prevalentemente non da “cittadini in gita”, ma da agricoltori, apicoltori, allevatori e cacciatori come è stato il campione di Cavedine, possa credere più a “Cappuccetto Rosso” che al coordinatore del Settore Grandi Carnivori della PAT? A prima vista l’allarmismo della sala fa pensare che l’ignoranza attorno alle caratteristiche di questo grande carnivoro, capace di trasformare in meglio alcuni territori (esemplari le cascate trofiche indotte dal lupo nel parco dello Yellowstone), sia ancora enorme e che a questa irrazionale paura, la politica provinciale, nei limiti del possibile viste le norme nazionali ed internazionali a tutela del lupo, strizzi l’occhio più per motivi elettorali, che per reali motivi di sicurezza delle comunità.

Se escludiamo gli allevatori, che al netto degli aiuti della PAT sono gli unici che hanno i titoli per preoccuparsi, la sicurezza delle persone di questa Valle non ha nulla a che fare con la presenza dei lupi. In questo bell’angolo di Trentino a due passi dal lago di Garda, che ospita castelli (Drena e Madruzzo) e falesie per l’arrampicata, cantine vinicole e percorsi per la mountain bike, itinerari archeologici e sentieri per il trail running, la grande densità di meli e viti rende nel periodo dei trattamenti spesso l’aria irrespirabile, con conseguenze immediate sulla fauna, e in prospettiva sulla nostra salute. Non sono i lupi ad accompagnare le passeggiate nel fondo valle, ma nubi di pesticidi, vaporizzati anche in campi nel cuore del paese di Cavedine, a pochi metri dalle case, da una RSA, da un oratorio e a da un parco giochi per bambini. Eppure, nonostante qui il rischio per la salute soprattutto dei più piccoli sia conclamato da anni e da decine di studi non è mai stato un problema, anche quando i trattamenti non rispettano gli orari e i metri di distanza minimi definiti per legge nei centri abitati. Il referendum del 2021 per istituire un bio-distretto capace di conciliare agricolturasaluteturismo e sostenibilità in tutto il Trentino si è fermato ad un 15,58% e a quanto pare a preoccupare più delle sostanze cancerogene e dei tumori oggi ci sono i lupi. Sempre per rimanere sul fondo di questa piccola valle, l’inquinamento delle vecchie stufe a legna (tra le più inquinanti e pericolose per la salute umana) durante periodi invernali che registrano sempre meno piogge, creano per giorni una cappa irrespirabile di polveri sottili PM10 altamente cancerogene.  Se ci inoltriamo nei boschi qui attorno va meglio? Il cambiamento climatico negli ultimi anni ha favorito un’invasione di processionarie e l’aumento del numero di zecche responsabili di malattie come la Lyme o l’encefalite, che annualmente creano non pochi e talvolta gravi problemi di salute a chi i boschi li frequenta quotidianamente. Anche qui non sono i lupi a mettere in pericolo la salute nostra o quella dei nostri cani, ma l’acutizzarsi di problemi naturali favoriti da un aumento delle temperature figlio dei nostri comportamenti proprio come l’uso sconsiderato e poco attento delle stufe a legna

Infine, secondo le statistiche, il rischio più grosso che si corre nei boschi italiani e trentini, almeno nell’arco della stagione venatoria, è di rimanere vittime involontarie dei cacciatori. Secondo l’ultimo dossier dell’Associazione Vittime della Caccia relativo alla stagione venatoria 2020-2021, l’Italia conta 62 “colpiti”: “50 di essi in ambito venatorio, suddivisi in 41 feriti e 9 morti, mentre fra la gente comune i morti sono stati 5 e i feriti 7, nell’arco di cinque mesi in cui comunque, fra zone rosse e arancioni, la circolazione è stata ridotta in modo significativo”. Un caso? No, dal 2011 ad oggi, i morti per la caccia sono stati più di duecento, 209 per l’esattezza e 682 i feriti. I lupi sono ancora a zero e non solo nell’ultimo decennio. Infine, tornando alla dimensione locale, se un enorme pericolo è stato corso quest’anno da tutta la comunità di Valle è stato per un incendio. Il 1 gennaio, infatti, in località Fraine sul sovrastante Monte Bondone, zona di presenza del locale branco di lupi, si è sviluppato un preoccupante incendio, in un periodo particolarmente siccitoso e in una zona battuta spesso dal vento. Solo il pronto intervento dei locali Vigili del Fuoco, supportati anche da un elicottero, che hanno iniziato il 2022 lavorando ininterrottamente per 48 ore, ha evitato che l’incendio si estendesse oltre i 4 ettari di montagna andati completamente in fumo. La notizia è che non sono stati i lupi e che l’incendio è con ogni probabilità doloso. Ancora una volta chi ha messo in serio pericolo questa comunità e la sua biodiversità è stato l’uomo, che almeno per un giorno, invece che “Al lupo, al lupo” ha gridato “Al fuoco, al fuoco”. Solo per un giorno però, poi il ”nemico” è tornato come sempre l’incolpevole lupo. 

Mentre rileggo questo pezzo mi risuonano in testa le parole della scrittrice Anna Maria Ortese che negli anni 70 profeticamente scriveva: “Ma qual è poi, viene da domandarsi, la qualità dell’uomo, così alta da sancire il suo diritto alla distruzione e comunque l’uso doloroso di tutte le altre creature? Francamente non se ne vede nessuna. Si guarda l’uomo sotto ogni aspetto e si vede in lui una sola attitudine certissima, consumare e odiare”. (Anna Maria Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi).

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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