Afghanistan, sognare è permesso, non è vero?

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Afgana. Parla il pashto, dari (persiano), urdu (tra Pakistan ed India), arabo, inglese e, fortuna mia, l’italiano. Abita in Italia ed in quasi tutti i social network. Gentile, educata, matura. Forse troppo per i suoi 20 anni. Studia Economia. In particolare “gestione aziendale” grazie ad una borsa di studio.

Sherani è nata e cresciuta in guerra. A cinque anni è fuggita dal paese del “cacciatore di aquiloni” per il Pakistan con i genitori, villaggio e scuole afghane. Anche un’intera Università s’è allocata oltreconfine. “Stavamo seduti per terra. Né sedie e né banchi. Gli insegnanti guadagnano circa 2.000 afghani pari a 40 euro con famiglia ed affitto da pagare. Nonostante ciò hanno tutt’oggi l’entusiasmo addosso e la speranza che un giorno finirà. In Afghanistan le scuole sono quasi sempre chiuse. I docenti sono ragazzi delle superiori e non c’è legna per scaldare il rigido inverno né cibo per le mense.”

Cos’è la guerra? “La paura addosso. Hai sempre paura che accada qualcosa, che prima o poi ti uccidano. Anche involontariamente come accaduto ad una tredicenne per mano di soldati italiani. Effetti collaterali, certo. Oppure volontariamente come accaduto nella provincia di Farah con la rasa al suolo di un intero villaggio da parte delle forze internazionali”. Sembrava fossero nascosti dei talebani ma è certo che i corpi estratti erano donne e bambini.

“Ma non solo. Si ha paura del vicino di casa. La gente si arma per difendere i propri cari e le proprie cose. Armi significa diffidenza, paura, sfiducia. Un circolo vizioso che dura da trent’anni”.

C’è mai stata una tregua? “Nel 2004 la gente posò il fucile a terra in segno di pace, di stanchezza. Il paese sembrò ad un tratto rinascere quando gruppi di fanatici armati passò tra i villaggi sparando agli inermi. Il fucile fu nuovamente raccolto. Per proteggersi.”

La guerra è un affare e qualcuno ha interesse che continui. Perché? “L’Afghanistan è il cuore, l’Asia il corpo. La guerra è per contendersi il cuore. Non abbiamo il sottosuolo dei paesi vicini ma confiniamo ad ovest con l’Iran e ad est con la Cina, attraverso il corridoio del Vacan. Siamo la via della seta tra medio ed estremo oriente. Trattasi di un giardino ove le potenze straniere vengono a combattere la loro guerra fredda utilizzando in primis il popolo afgano. Da un lato l’occidente (USA ed UE) e dall’altro Cina, Russia, Iran. Noi in mezzo”.

D’estate Sherani non studia. Lavora per le Nazioni Unite sempre bisognose d’interpreti. In particolare un programma basato sulla comunità sulla prevenzione, attraverso l’educazione di disastri. “Significa spiegare la gente come proteggersi in caso di terremoto o calamità naturale per le loro case sono fatiscenti. La ricostruzione delle stesse avviene sempre in tempo di pace ma non c’è memoria di essa”. Riprende: “ho anche lavorato per USAid e quindi per il Ministero Rurale e per la riabilitazione”.

- Cosa vuoi? “Studiare! Finire i tre anni di corso di laurea, poi la specialistica e poi un master. Se ho fortuna, una seconda laurea”.

- Sapiente come i letterati della diaspora? “Si. Quando c’è uno spiraglio di pace abbiamo sempre dimostrato al mondo intero che siamo capaci di un progresso senza limiti. La nostra letteratura è tra le più apprezzate al mondo”.

- Anche nel campo religioso? “Certo. Il popolo afgano è più tollerante di quanto si scrive. Non siamo noi ad aver distrutto i Buddha del Bamiyan. Alcun governo afgano l’aveva fatto in precedenza in quanto erano importanti icone religiose oltre che fonti d’entrata non indifferenti per il nostro paese”.

- Un domani? “Tornerò nel mio paese e lavorerò per il Ministero dell’Economia. Metterò a servizio il mio sapere. Sognare è permesso; non è vero?”.

(Fabio Pipinato)

I Buddha di Bamiyan

I Buddha di Bamiyan sono due enormi statue scolpite da una setta buddista nelle pareti di roccia del Bamiyan a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul a 2500 metri sul livello del mare. Una delle due statue è alta 38 m. ed ha 1.800 anni mentre l'altra è alta 53 m. ed ha 1.500 anni.

Nel marzo 2001, la Corte suprema dell’emirato islamico, ordinò la distruzione delle due statue, ritenendo idolatre le sculture. Anche se nell'intenzione della setta che le eresse c'era idolatria, le statue per il buddismo rappresentavano esseri umani e non dei, e da questo punto di vista sono state distrutte raffigurazioni umane e non divine.

Non è giustificabile ma è interessante capire anche l’altro punto di vista. Quello del Mullah Mohammed Omar. Egli dichiarò: “Io non volevo distruggere i Buddha di Bamiyan. In realtà alcuni stranieri vennero da me e dissero che loro avrebbero voluto restaurare le statue che erano state lievemente danneggiate a causa delle piogge. Questo mi scandalizzò. Pensai “questa gente insensibile non ha riguardo delle migliaia di esseri umani che muoiono di fame, ma sono così preoccupati per oggetti inanimati come i Buddha”.

Nel 2003 le statue vennero inserite, insieme all'intera zona archeologica circostante e al paesaggio culturale, nella lista dei Patrimoni mondiali dell'umanità dell'UNESCO, che si è impegnata, insieme ad altre nazioni, per la ricostruzione. [F.P.]

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