#1. L’educazione proibita

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Un’altra scuola è possibile? – Foto: educacionprohibida.com

Questa settimana leggiamo il primo capitolo. Come un libro, come a scuola. È così che ho pensato di proporvi questa serie di riflessioni, ragionandoci “a puntate” e traendo spunto da un film documentario nato come progetto “para aprender, compartir y accionar colectivamente” in una comunità globale di educazione alternativa. E come non essere sollecitati ad approfondire l’idea di un apprendimento condiviso, attivo, collettivo, che coinvolge la comunità su strategie e strumenti educativi diversi da quelli a cui siamo abituati?

La rete intessuta attorno al progetto si chiama REEVO, e ha lo scopo di documentare, promuovere e diffondere le migliaia di esperienze innovatrici e trasformatrici dell’educazione come la conosciamo. Una rete virtuale e reale di persone impegnate in azioni di documentazione, incontri, formazione e scambi soprattutto nei Paesi ispanofoni, attraverso la costituzione di una comunità organizzata e l’uso di una piattaforma web.

Ma facciamo un passo indietro e cominciamo dal prodotto realizzato. Titolo: La educación prohibida. Ma come? Una proposta collettiva, alternativa e ramificata, raccolta sotto una proibizione? Non proprio, ma è il punto di partenza. La educación prohibida è un documentario che si propone quale “riassunto di un apprendimento continuo e permanente”, in evoluzione, frutto di una serie di interviste raccolte tra educatori, professori, ricercatori, artisti e scrittori sul tema dell’educazione. Un’analisi che non vuole essere esaustiva né universale, ma che centra alcune insoddisfazioni della scuola attuale. Un film con centinaia di “coproduttori”, che inizia citando Platone e il noto mito della caverna, ricordandoci quanto sia facile vivere come ombre illuse di vita vera. Nonostante la modernità, nonostante la tecnologia, nonostante i mezzi di comunicazione lusinghino l’educazione e ne facilitino il miglioramento fornendo strumenti sempre più avanzati... E nonostante l’elevato e differenziato numero di istituti scolastici, aventi però un’ideale comune: lo sviluppo individuale e sociale del singolo, un paradigma educativo che punta a raggiungere una buona qualità di vita e a far sì che gli studenti aspirino a ottenere un lavoro all’interno della comunità. Ma esistono altre scuole con obiettivi diversi? Come vengono raggiunti? Queste le domande che anticipano il viaggio di German Doin e dei suoi collaboratori e che aprono più di una porta su luoghi ancora poco conosciuti da chi si occupa di scuola di oggi. Un documentario che spinge a fare un bilancio su una scuola dove – a detta degli studenti intervistati – si impara poco, si insegna la competizione, genitori e insegnanti non ascoltano e l’educazione è, appunto, proibita.

E allora via, cominciamo il viaggio dal capitolo primo, che apre su un augurio di einsteiniana memoria: “Se vuoi ottenere risultati diversi, non ripetere sempre le stesse cose”. È proprio così? A scuola si impara poco? Le risposte non sono valide per ogni realtà che conosciamo, ma certo l’alto numero di alunni che “falliscono” a scuola (anche in Paesi dove il presupposto di una scuola “che funziona” sembra scontato) e l’elevato tasso di drop out non possono non indicare una falla del sistema, del modo paradigmatico in cui la scuola viene concepita. Prendiamo ad esempio le scuole dell’America Latina che, interviene Carlos Alberto Jiménez Yélez, neuropedagogista colombiano, “non sono che spazi di noia e tedio”. “Materie statiche, senza dinamismo, che ripetono solo parole”, rincara Marisa Do Campo, educatrice e logosofista argentina. La scuola si basa su un rapporto chiaro tra l’adulto che fornisce le informazioni e i ragazzi che “devono apprenderle”.

La concentrazione è focalizzata non tanto sullo sviluppo della persona ma sul compimento del curriculum: se non si apprende a leggere, scrivere e far di conto non si supera l’esame del “bien educado”. Ci si concentra solo su alcune aree specifiche per ottenere dei risultati, che si riducono per lo più a “conocimientos formales”. Una  conoscenza parcellizzata, frutto di uno sguardo parziale. La scuola segue ancora un paradigma troppo frammentato, basato su un “apprendimento preventivo”, nella convinzione che “un giorno tutto questo potrebbe essere utile”. I concetti si acquisiscono con uno sforzo sproporzionato di memoria, calcolo e concentrazione e l’aspetto sconcertante è che, sfortunatamente, questi concetti hanno una durata limitata. I metodi di apprendimento cambiano velocissimamente, ed è chiaro che i metodi educativi non stanno al passo con i tempi – si noti, nel film si parla di metodi, non di strumenti educativi, che invece spesso sono di ultima generazione.

A scuola impariamo che ciò che è buono è misurabile, quantificabile e osservabile. Ecco perché la scuola ha avuto sempre bisogno di regole chiamate voti: un modo per segnalare o meno il raggiungimento dell’obiettivo. E tutto ciò con l’intento di comparare: comparare il soggetto e il suo apprendimento con una scala standard che misura…. Cosa misura realmente di un individuo unico e irripetibile? La persona è un 5, un 6 ½, un 10? In questo modo la separazione tra vincenti e i perdenti è immediata, e le conseguenze non si srotolano solo sul piano psicologico, ma anche su quello professionale: solo i migliori vanno avanti.

“Tutto il mondo parla di pace ma chi educa alla pace? La scuola educa alla competizione e la competizione è il primo passo verso qualsiasi guerra”. Una considerazione che non può lasciare indifferenti quella che fa Pablo Lipnizky, insegnante colombiano presso una scuola montessoriana. Si parla di solidarietà, comunità, uguaglianza, cooperazione, libertà, felicità, si rendono protagonisti valori umani profondi, ma il sistema scolastico attuale promuove esattamente i valori opposti: la competizione, l’individualismo, la discriminazione, il condizionamento, la violenza emotiva, il materialismo. Gli ideali coccolati si riducono a meri contenuti e non possono che collidere, in maniera del tutto incoerente, con i risultati ottenuti dalla “struttura scolastica”. Il paradigma è frammentato, basti pensare agli insegnamenti non integrati, né tra loro, né con le vite dei singoli. L’insegnamento rischia quindi di convertirsi in un processo di riproduzione simbolica, dove concetti e frasi ripetute imbrigliano le individualità.

Carlos Wernicke, della Fundación Holismo, ci ricorda che in Argentina, oggi, la gran parte dei bambini si sveglia il lunedì pensando “Uffa, devo tornare a scuola!”. Non solo: la gran parte degli insegnanti pensa lo stesso! Uno dei tanti risultati inattesi del sistema è che spesso annovera tra gli insoddisfatti della scuola anche gli stessi professori, perché non hanno a disposizione quegli elementi basilari di riflessione sulle emozioni, proprie e degli studenti assieme ai quali poi andranno a lavorare. Per educare è imprescindibile un processo di autoconoscenza e di auto sviluppo, un percorso di lavoro e di armonia… di allegria. Un processo delicato che spesso è ostacolato, quando non impedito, dalla condizione di precariato lavorativo ed economico degli insegnanti, che certo non contribuisce a nutrire la motivazione, la partecipazione, la fiducia nel proprio operato e nelle proprie capacità. Come può infatti il maestro trasmettere autostima e sicurezza personale se il sistema stesso lo considera un numero, impigliato in valutazioni, burocrazia, vincoli?

Sconcertante è anche il fatto che, come fa notare Carlos González, pediatra e scrittore spagnolo, un bambino di 8 anni trascorre a scuola più tempo di quanto ne trascorra all’università un ragazzo di 20 anni. Ha senso? Esistono veramente così tante cose da imparare? La scuola è ancora un luogo di formazione o piuttosto un gran “parcheggio per bambini”, si chiede William Rodríguez, dell’Instituto Popular de Cultura Cali in Colombia? In effetti per alcuni, come ad esempio per Elinor Barentin, ricercatrice cilena presso il Centro Studi Montessori, è inconcepibile pensare che sia necessario, perché un bambino apprenda, che resti composto e controllato dietro a un banco. Ci lasciamo quindi, per ora, con qualche interrogativo: stiamo parlando di un addestramento affettuoso o di vera educazione? Cosa intendiamo per educazione?

Anna Molinari

 

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