Una storia d'amore

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Luca e Silvana hanno, rispettivamente, 53 e 44 anni. Si sono conosciuti per caso a inizio 2010, quando hanno iniziato a partecipare al progetto “Dopo di noi” realizzato dai servizi sociali di Bolzano (entrambi hanno la sindrome di Down). È stato un colpo di fulmine: si sono fidanzati ufficialmente l'8 marzo dello stesso anno, ma per andare a convivere prima, e sposarsi poi, ci sono voluti anni di avventure, di amore vero, di intoppi ed ostacoli finalmente superati.

La loro storia diventa documentario prodotto da Cooperativa 19, con il sostegno di IDM Film CommissionAssociazione LebenshilfeCentro Audiovisivi BolzanoUfficio Politiche Sociali Provincia Autonoma di BolzanoUfficio Famiglia, Donna e Gioventù e Promozione sociale del Comune di Bolzano e una campagna di crowfunding su Eppela; ed in collaborazione con l'Associazione Il SorrisoSoggetto e regia di Stefano Lisci, che a proposito del documentario racconta: “mi avevano contattato per realizzare un video per i servizi sociali, per dimostrare che Luca e Silvana erano autonomi. Siamo partiti così. All'inizio non avevo un grande entusiasmo, ma poi mi sono ricreduto – e credo che il film trasmetta allo spettatore questo sentimento; spesso un sacco di cose si danno per scontate o non le si conosce abbastanza, e questo crea dei pregiudizi anche se magari in buona fede. Il documentario ha un approccio più osservativo, non è un reportage; ho aggiunto degli elementi di finzione che servono quasi a stimolare la realtà e farla uscire in maniera spontanea”.

È la mamma di Silvana, Claudia Cannavacciuolo, a raccontarci la storia d'amore tra i due. Si sono subito piaciuti, lui le scriveva lettere romantiche dove raccontava progetti di vita che erano completi e tenevano conto di tutto: elenco dei soldi che servivano, come fare con le pulizie... Aveva chiaro che voleva sposarsi con mia figlia e sapeva cosa ci voleva. Inizialmente sia io che il papà di Luca l'abbiamo vista diversamente; io forse ero po' più disponibile anche se devo dire che non avrei messo la mano sul fuoco sulla loro relazione. Il papà di Luca era più restio, aveva dei dubbi sulla durata del sentimento. Diciamo che ci hanno colti di sorpresa; Silvana aveva avuto degli amori platonici, ma questa volta era qualcosa di diverso, era reale. Mano a mano che passavano gli anni anche il papà di Luca si è convinto che i ragazzi si volevano bene. Sono stati loro a convincerci del loro amore, che è rimasto intatto in questi 9 anni: come intenzioni, come solidarietà e sostegno reciproco. Sono diversi e si complementano, come accade in molte coppie. L'unica differenza che noto è che non litigano; cercano di trovare un accordo tra di loro, e vogliono che gli altri ne stiano fuori.

Come genitori all'inizio eravamo perplessi; poi siamo diventati amici e anche il papà di Luca era molto contento. Diceva che vedere il figlio felice lo faceva felice. Comunque, proprio quando iniziava anche lui a credere nel loro amore, è morto all'improvviso – dopo quattro anni di relazione tra Luca e Silvana. Sono subentrate quindi altre difficoltà: Luca non aveva familiari prossimi quindi è stato accolto nelle strutture dei servizi sociali; il giudice gli ha assegnato una figura di sostegno per gestire gli aspetti patrimoniali ed economici. A quel punto il mio dialogo per i ragazzi era diventato un dialogo con le istituzioni: il loro progetto di vita li avrebbe visti liberi in un appartamento con del personale che li aiutava. Questo non era visto con tanta facilità; ci si domandava se ce l'avrebbero fatta, per quante ore avrebbero potuto essere autonomi.

Per poter dimostrare alle istituzioni che i ragazzi erano autonomi ho chiesto a Stefano di passare una giornata a casa loro mentre erano soli e filmare la loro quotidianità: rifarsi il letto, mettere in ordine la casa, andare a fare una passeggiata... una giornata intera di gestione della casa. Ho poi proiettato questo filmato, di una ventina di minuti, in una riunione dove cercavo di dimostrare l'autonomia dei ragazzi. È arrivato così il 2018, l'anno della svolta: c'è stato un cambiamento nell'amministratore di sostegno, ed il giudice tutelare ha ascoltato Luca e dato l'ok al progetto. Ci è voluto tempo, determinazione, e pazienza: a giugno 2018 sono andati a convivere, ed a gennaio 2019 si sono sposati. C'è da dire che in Luca e Silvana il sogno del matrimonio non si è mai spento perché quotidianamente entrambi chiedevano di potersi sposare. 

Abbiamo realizzato il loro sogno, e questa è la cosa importante. La mia esperienza è l'esperienza di una mamma: mia figlia ha 44 ed ha raggiunto questo suo obiettivo. Non è un obiettivo mio, o che va mostrato alla società o alla platea dei ragazzi con disabilità. L'obiettivo non deve essere il matrimonio a meno che non siano i ragazzi a desiderarlo; Luca e Silvana non sono un modello da esportare che può creare frustrazione in altre famiglie. Quello che bisogna fare è evitare di proporre loro quello che noi crediamo giusto, ed ascoltarli. Io da un certo momento in poi ho cercato di mettere da parte le mie idee, ed ho iniziato a guardare cosa mi arrivava da Silvana, cosa mi comunicava. Ho scoperto cose che non immaginavo di trovare all'interno del rapporto con mia figlia. 

Spesso riteniamo le persone con la sindrome di Down come meno capaci di esprimerei i propri desideri; in questo modo diventano oggetto di proposte che noi riteniamo valide per loro ma non è detto che sia così. I ragazzi sanno quello che vogliono, esattamente come noi. La difficoltà è dar loro credito e fiducia, perchè le modalità di comunicazione sono diverse rispetto alle nostre e non possiamo limitarci all'ascolto delle parole. C'è un elemento di diversità che ci tengo a sottolineare; diversità che è un valore perché ci induce a cogliere codici ed istanze che non sono alla portata di tutti. Il mio sforzo come madre è stato di individuare ciò che succedeva non secondo il mio linguaggio, rispetto a ciò che pensavo fosse lecito, opportuno, ecc; ma secondo forme espressive meno decodificabili. È un po' come quando ci relazioniamo con una persona di un'altra cultura: questa ci suggerisce un altro modo di intendere la vita e la relazione, ci conduce a un'apertura. Non pretendo di esportare la mia cultura ma cerco di afferrare cosa c'è lì che posso imparare. I ragazzi colgono tutto del mondo che li circonda, lo osservano con grande attenzione; la difficoltà è solo nel tirar fuori quello che hanno dentro utilizzando mezzi espressivi adeguati a questa società. Ma dentro di loro non c'è niente che sia “di meno” rispetto a noi. Dobbiamo solo affiancarli per aiutarli in questa comunicazione. 

Il matrimonio di per sé è stato un momento bellissimo: c'è stata grande gioia, allegria, commozione. Dopo si è ricreata una normale routine, come in tutte le famiglie: ogni sabato sera andiamo a mangiare la pizza con gli amici, questo è il nostro appuntamento fisso. Non c'è più nessun bisogno di venire a casa da me per sentirsi in famiglia, si sentono in famiglia a casa loro. La loro quotidianità adesso è comune e non sporadica come prima. È stata, ed è tutt'ora una grande avventura, dove risalta il valore della diversità, non la difficoltà della diversità”.

Novella Benedetti

Classe 1980 - in Italia ha vissuto tra Trento e Trieste, all'estero si è divisa tra Americhe (Stati Uniti, Colombia, Argentina, Cile, Costa Rica) ed Europa (Scozia, Irlanda, Paesi Baschi, Kosovo, Germania). La sua passione sono le lingue come strumento per entrare in contatto con l'altro; di mestiere è coach e formatrice, lavora a vario titolo nel terzo settore e dal 2014 è giornalista pubblicista. Ha realizzato anche vari lavori video, tra cui "Non si può vivere senza una giacchetta lilla", proiettato al Trento Film Festival.

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