Nairobi, gli “slums”, la miseria

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Un slum a Nairobi – Foto: gracekaysworld.wordpress.com

Sto andando a Gulu, nel nord dell’Uganda, ma ho da fare qualcosa anche a Nairobi. Dopo un viaggio di una notte ed un giorno su un bus scassato, arrivo da Kampala a Nairobi la domenica sera. Domani ho tempo per andare a visitare i comboniani che hanno le loro chiese negli “slums” di Kariobangi e Korogocho.

Lungo la strada sul “matato” (il bus pubblico) l’autista mi fa da guida: attraversiamo la periferia della città, passiamo a lato di Mahtere. Questo è lo “slum” (la baraccopoli) più piccolo della città che ne conta almeno cinque.

Si vedono le baracche in una vallata: una distesa di tettucci di zinco arrugginito senza soluzione di continuità, come se non ci fossero passaggi tra una e l’altra baracca. L’autista mi dice che qui la gente vive in affitto dopo essere venuta via dalla città, impoverita alla fame dall’esosità dei proprietari. In baracca pagano anche una decina di euro al mese, e la baracca è di due/tre metri per altrettanti: le più grandi arrivano a superare di poco i 10 metri quadri. Nelle case che costeggiano la baraccopoli gli appartamenti costano anche cinquanta volte queste cifre.

Arrivo alla parrocchia di Kariobangi ed Erik, uno studente, mi accompagna per mezza giornata in giro a piedi attraverso questo “slum” e quello di Korogocho, famoso per i libri che ne hanno ricavato padre Alex Zanotelli e padre Daniele Moschetti, che qui, in una ventina di anni, hanno fatto veramente di tutto!

Iniziamo a camminare lungo l’unica strada asfaltata, fatta fare da padre Daniele con donazioni italiane, arriviamo alla parrocchia di Korogocho e vediamo tutte le strutture messe in piedi dai due comboniani: una chiesa che fa anche da teatro, una scuola, un oratorio, un campo di calcio...

Entriamo nel “centro” della baraccopoli. Gli odori che prima erano acri, forti, putridi, qui si mescolano in modo da non capirne la provenienza, ma questa si vede facilmente. Le “strade” tra le case sono fogne a cielo aperto, le baracche sono senza acqua, né luce, né servizi igienici di alcun tipo: qua e là latrine e buche biologiche circondate da stuoie o lamiere. Tutto ciò che marcisce rimane in strada per giorni, finché non passa un camion che carica quello che riesce e lo sposta nella discarica a fianco della baraccopoli. Padre Alex scrive che qui i “cessi” non sono degni di questo nome...

La gente lavora intorno alla discarica: raccolgono i sacchi in mezzo al fiume, separano la plastica dal resto; la prima verrà portata via dai camion, il resto viene selezionato per essere buttato nella discarica o riciclato per guadagnarsi il pranzo o la cena per la famiglia.

I bambini di strada, se vogliono, possono far riferimento ad una casa agricola fondata da padre Alex e sviluppata da padre Daniele, dove vengono dati loro i primi fondamenti dell’agricoltura e le basi della scuola elementare.

C’è anche un centro sociale dove si imparano i lavori artigianali: scuola di parrucchiere, di liutaio, di sartoria, di artigianato locale. Qui molte donne vengono a “farsi belle” e aiutano la scuola ad andare avanti. I “maestri liutai” sono due ragazzi che costruiscono alcuni strumenti musicali locali e si aiutano anche facendo concerti.

L’estensione totale di questi due “slums” è incredibile: pare che ci abiti oltre un milione di persone. A Soweto, la baraccopoli forse più grande del mondo, ce ne vivono circa due milioni. In totale a Nairobi, su dodici milioni di abitanti, almeno un terzo vive così. Se questo si può definire “vivere”.

Dopo aver letto i libri di Alex e Daniele, e soprattutto “La città della gioia” di Dominique La Pierre, pensavo che non sarei riuscito nemmeno a venire in un posto come questo. Ma ormai l’Africa mi ha insegnato che non esistono limiti a nulla, come in Europa e nei paesi ricchi del mondo.

La differenza sono solo i limiti.

Nel “nord” non ci sono limiti alla violenza, all’arroganza, alla sopraffazione nella ricerca dell’“avere di più” che riteniamo necessario per “essere di più” o penando che con “di più” si possa “stare meglio”.

Qui, nel sud del mondo, la gente deve sopravvivere e lo fa in tutti i modi, ma sempre con un sorriso sulle labbra. Se ti dicono che è “pericoloso” girare per lo “slum” da soli è perché chi non ha niente ti chiede, certo anche con la violenza, di avere da te quello che ostenti, anche senza rendertene conto. Come a Milano e a Roma e a Parigi e a New York.

La miseria umana non ha limiti.

Paolo Merlo

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