La transizione per l’energia sostenibile

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Fin dall’inizio dell’era industriale siamo consapevoli che l’energia è un fattore indispensabile per la crescita economica e il miglioramento delle condizioni di vita, e i combustibili fossili, che hanno una grandissima densità di energia, hanno consentito nel XX secolo uno sviluppo economico e sociale che mai l’umanità aveva sperimentato prima. Ma già dalla fine del secolo scorso è emerso chiaramente come l’accumulo in atmosfera del carbonio rilasciato dai processi di combustione rappresenti una minaccia per la stabilità del clima e la vita stessa in molte parti del pianeta, esposte in modo crescente a fenomeni atmosferici estremi e condizioni sempre più sfidanti. Se fino a un decennio fa alcuni studiosi erano scettici sul contributo dell’uomo nell’incremento di temperatura sperimentato negli ultimi 50 anni (ormai + 1 grado rispetto alla fine della seconda guerra mondiale), oggi questo non è più posto in dubbio ed è urgente la transizione verso fonti energetiche prive di emissioni di gas serra, solare ed eolico prima di tutto. Queste nell’ultimo decennio hanno compiuto un salto competitivo straordinario, divenendo in molte aree del mondo le fonti di energia più economiche, oltre che più sostenibili.

Per questo motivo in Europa oltre l’80% degli investimenti per la produzione di energia elettrica è nelle fonti rinnovabili e in tutto il mondo si stanno sviluppando progetti nel solare fotovoltaico, nell’eolico e nell’idroelettrico, per assicurare l’accesso all’energia senza ricorrere ai grandi investimenti degli impianti fossili.

Vi è una seconda sfida in campo energetico che è necessario vincere per assicurare un futuro prospero ad una quota crescente dell’umanità: la distribuzione squilibrata delle risorse. Oggi un americano consuma in media 7 tonnellate equivalenti di petrolio, un europeo 3, un africano solo 0,3, con la media mondiale sotto le 2. È chiaro che la sfida è riuscire a ridurre fortemente i consumi in alcune aree privilegiate, tra cui anche l’Italia, incrementando i consumi di quella metà del mondo che oggi non raggiunge standard di vita dignitosi, priva di energia elettrica (oltre 1 miliardo di persone!), di case riscaldate, di una cottura del cibo sicura. Assicurare rapidamente l’accesso all’energia a quegli oltre due miliardi di persone che oggi ne sono preclusi, senza ricorrere ai combustibili fossili per non incrementare le emissioni di gas serra, è impresa titanica, ma possibile. Anzi, può essere quel grande obiettivo comune che può dare coesione e forza alla cooperazione internazionale, unendo i Paesi in un progetto di grande portata in cui hanno un interesse condiviso. In realtà la gestione del limite delle risorse disponibili non riguarda solo l’energia, ma tutte le materie prime, che non sono disponibili per tutti nella misura in cui sono consumate nel mondo occidentale. Solo un uso più accorto, ispirato ai principi dell’economia circolare, potrà evitare nei prossimi anni conflitti per il controllo dell’energia, dell’acqua e di tutte le materie prime strategiche per l’industria, senza precludere il diritto all’energia della parte più povera dell’umanità.

Si è sfatato peraltro il mito della correlazione tra consumo di energia e ricchezza di un’economia. Se in passato vi era una buona proporzionalità tra le due grandezze, oggi molti Paesi mostrano come sia possibile disaccoppiare la creazione di valore dal consumo di energia, con investimenti virtuosi in efficienza energetica e processi industriali moderni.

In questo panorama l’Europa si è mossa con tempismo, assumendo un impegno a ridurre del 40% le emissioni di gas serra al 2030 e indicando un obiettivo, non ancora assunto a livello continentale, ma già confermato da vari Paesi, di ridurre dell’80% al 2050. Un percorso ambizioso, con riduzioni addirittura doppie di quelle concordate a Parigi alla conferenza delle parti del 2015, ma non sufficiente per contenere sotto i due gradi l’incremento di temperatura del globo. Con conseguenze non del tutto prevedibili, soprattutto nelle aree più vulnerabili del pianeta, dove le politiche di mitigazione e adattamento sono più difficili da attuare.

Fortunatamente le tecnologie per conseguire questa transizione energetica sono già oggi disponibili, anche a costi in progressiva riduzione. Gioca sicuramente un ruolo centrale l’energia elettrica, un vettore molto flessibile anche per sostituire i combustibili fossili negli edifici e nei trasporti, al punto che qualcuno prevede un sistema “tutto elettrico” nel lungo periodo, opzione possibile se si troveranno tecnologie adeguate per l’accumulo. Certamente questa trasformazione comporta un ripensamento profondo di tutti i settori di uso dell’energia, i trasporti, l’edilizia, i processi industriali, la regolazione dei mercati e delle reti energetiche, ma quanto accaduto negli ultimi cinque anni fa pensare che l’obiettivo sia alla portata. A patto che ciascuno senta questo di sua propria competenza sia quando compie scelte significative, come l’acquisto di un’auto, di un elettrodomestico, della casa, sia nel quotidiano quando decide se può evitare di usare l’auto. Il cambio di paradigma può avvenire solo se tutti lo auspichiamo e lo spingiamo, partecipi di un obiettivo comune.

Arturo Lorenzoni professore di Economia dell'Energia all’Università degli Studi di Padova

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