La salute viene dagli abissi

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Locandina del progetto "I farmaci del mare"

Che il mare faccia bene, al fisico e allo spirito, lo sappiamo. Che però sia per noi una vera e propria farmacia, ecco, forse è un po’ meno noto. Vale allora la pena scoprire qualcosa in più grazie a un progetto di ricerca diretto dalla professoressa Ines Mancini, ospitato presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento e selezionato dal Senato accademico per la raccolta fondi del 5X1000 2018 assieme a un progetto di contrasto all’invecchiamento cerebrale del Centro interdipartimentale Mente/Cervello (CIMeC), coordinato in questo caso dal professor Carlo Miniussi, che lavora per la riabilitazione cognitiva delle persone colpite dal morbo di Alzheimer, potenziando la naturale plasticità del cervello attraverso la stimolazione magnetica transcranica.

Ma è nel laboratorio di Chimica biorganica dell’Università che ci soffermiamo oggi, lì dove l’attività principale ruota attorno alle sostanze naturali e alla chimica che ne racconta la vita e le potenzialità: si studiano prodotti di origine naturale provenienti dalle profondità del mare, in particolar modo spugne, alghe, ricci di mare, vongole, tunicati e coralli originari delle zone tropicali e antartiche. In effetti, gli ecosistemi del mare ci sono ancora in gran parte sconosciuti, ma ci lasciano intravedere la generosità dei loro fondali, ricchi di sostanze attive utilizzabili per la cura di varie tipologie di malattie, sia nella creazione diretta di farmaci, sia per la sintesi di nuovi principi attivi. A Trento, per esempio, ci si sta concentrando sullo sviluppo di farmaci antitumorali e la speranza viene dalla Nuova Caledonia, dove una spugna fornisce indicazioni terapeutiche importanti per alcune forme di leucemia: la ricerca ha permesso di isolare il primo composto naturale organico e di evidenziare come i metaboliti secondari, sostanze utilizzate dall’organismo per la difesa contro i predatori, le funzioni riproduttive o gli attacchi dei batteri, aprano prospettive interessanti nella lotta contro i tumori solidi. Fra gli scienziati che lavorano su questi “biotesori” anche la dottoressa Laura Steindler, dirigente del gruppo di Microbiologia marina dell’Università di Haifa, che nel lavoro di filtraggio dell’acqua delle spugne ha individuato batteri che vengono mangiati e batteri che invece vivono in simbiosi con le spugne stesse.

Nei laboratori dell’Università di Trento i composti vengono prelevati da organismi marini e purificati con avveniristiche tecniche di analisi, come la risonanza magnetica nucleare e la spettrometria di massa; attraverso la sintesi organica vengono quindi create maggiori quantità della sostanza bioattiva, che permettono di individuare il prodotto con la maggiore attività terapeutica e l’azione al contempo più selettiva e meno tossica, al fine di ricreare poi chimicamente le molecole naturali che, modificate e potenziate, possano essere utilizzate per la cura delle persone. Perché le spugne producono sostanze antimicrobiche e molecole bioattive che permettno loro di “rimanere pulite”, senza essere colonizzate da diversi microrganismi.

La salute viene dagli abissi, quindi? Se consideriamo che le acque coprono circa il 70% della superficie del nostro Pianeta, possiamo sperare in un tesoro da scoprire per la medicina del futuro, che adesso si avvale per l’80% di molecole provenienti da organismi terrestri. Delle smisurate potenzialità di questo filone di ricerca è convinto anche lo scienziato Vittorio Venturio che guida presso il Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologie (Icgeb) di Trieste un gruppo di ricerca attivo in questo campo che sta lavorando, anche, sulla comunicazione batterica quale target per nuovi antibiotici. I risultati sono già concreti. “Si va dalla trabectedina, un farmaco antitumorale scoperto nel 1969 e derivato da una sostanza prodotta da un organismo marino che vive nel mar dei Caraibi (Ecteinascidia turbinata), all'eribulina mesilato utilizzato contro il carcinoma mammario localmente avanzato o metastatico, un analogo sintetico dell'alicondrina B, prodotto naturale isolato dalla spugna marina Halichondira okadai”, come riportato da AdnKronos in questo articolo.

Si aprono scenari ancora da esplorare, ma che di certo ci parlano di ricchezze sommerse da proteggere con attenzione e convinzione, non solo per la tutela della biodiversità marina e la salvaguardia del Pianeta – che pur da soli rappresentano ragioni di fondamentale importanza –, ma anche per la nostra stessa salute.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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