Ilva di Taranto: il fallimento politico e industriale dell’Italia

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Taranto, una città che muore – Foto: ecoo.it

La questione dello stabilimento dell’Ilva di Taranto in un paese democratico, civile e avanzato apparterebbe sicuramente al passato, a una storia di archeologia industriale, a un tempo in cui la vita e la salute degli operai non contava nulla rispetto al profitto della fabbrica. Invece la bomba ecologica che da decenni sta soffocando Taranto, causando innumerevoli casi di morti precoci nella popolazione della città, rimane sempre lì, sostenuta da un esplicito ricatto: o l’acciaieria (e quindi il lavoro) o il vuoto. Il fallimento di una imprenditoria retrograda, gonfiata da interventi pubblici sempre destinati sulla carta a una bonifica che non arriva mai, è il fallimento della politica, sostituita dalla magistratura. E si sa che i tribunali agiscono secondo le regole del diritto: chiudono gli stabilimenti fuori legge, accertano responsabilità, rinviano a giudizio i responsabili, aprono inchieste, allungano i tempi ma non possono sicuramente offrire un piano industriale capace di superare la dicotomia lavoro/tutela della salute che per decenni ha contrapposto le ragioni dell’ambiente con quelle dello sviluppo e dell’occupazione.

La magistratura avvia procedimenti tampone che possono pure destare qualche perplessità: l’ultimo provvedimento ha visto i giudici nominare Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, custode e amministratore delle aree e degli impianti sotto sequestro e al posto del commercialista nominato dal Gip per i compiti amministrativi. Dunque il padrone della fabbrica, che in questi anni ha fatto poco o nulla per la rigenerazione dello stabilimento, dovrà controllare la sua messa in sicurezza. Controllore e controllato coincidono.

Le ultime notizie sono queste: “Il tribunale ha disposto che «I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti».

Secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, «La conferma del sequestro anche se con diritto d’uso e degli arresti dei proprietari dell’azienda conferma l’impianto accusatorio del grave inquinamento ambientale causato dall’impianto. La strada tracciata dal Tribunale del Riesame è quella che prevede un forte e rapido ammodernamento degli impianti che per Legambiente deve avvenire attraverso una nuova Aia, che obbligherebbe l’azienda a procedere agli interventi. Gli atti d’intesa firmati negli anni scorsi a Taranto tra l’Ilva e le Istituzioni locali e nazionali ci hanno, infatti, insegnato che con l’azienda il gentleman agreement, come dimostrano le dichiarazioni di ieri di Ferrante, non funziona e che l’Ilva intraprende azioni per diminuire le proprie emissioni inquinanti solo se costretta. Non bastano le quattro modifiche impiantistiche di cui si è parlato ieri nella riunione tra enti locali e azienda, ma a nostro parere, come già ribadito con le nostre osservazioni inviate al ministro dell’ambiente Corrado Clini subito dopo la riapertura del procedimento di Aia dello scorso marzo, sono 26 i punti sostanziali e irrinunciabili da adottare nell’impianto e nelle pratiche operative per ridurre efficacemente le emissioni»“.

Così descrive la situazione l’Associazione Antimafie Rita Atria: “Non dimentichiamo che la prima denuncia è del 1965, la prima manifestazione ambientalista del 1971, la città è dal 1991 è “area a elevato rischio ambientale”, la prima condanna in tribunale per “getto di polveri” è del 1982 (quindici giorni di reclusione per il direttore dell’allora Italsider), la prima condanna per Emilio Riva arriva per i “parchi minerali” nel 2002, nel 2007 Emilio Riva e suo figlio Claudio furono anche interdetti dall’esercizio dell’attività industriale, e fu loro inibita la possibilità di contrattare con la pubblica amministrazione. Davanti a questa realtà le Istituzioni non hanno saputo tutelare i cittadini, non hanno saputo imporre il rispetto della legalità e del diritto. …

Riteniamo, pertanto, gravissime le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola sull’ambientalismo isterico che consideriamo offensive e dannose. Il Presidente Vendola, così come molti altri esponenti istituzionali, dovrebbe chiedere scusa alla città e all’Italia intera per i ritardi e le omissioni istituzionali. L’azione di questi anni dell’associazionismo merita di essere ringraziato e sostenuto, a partire dall’Associazione PeaceLink il cui Presidente, prof. Alessandro Marescotti, è stato oggetto la settimana scorsa di una provocatoria contestazione durante il suo intervento ad un convegno pubblico. Le associazioni ambientaliste hanno, in questi anni, svolto i compiti di tutela pubblica e di analisi ambientale che spettavano alle Istituzioni. E dal mondo ambientalista è venuta l’unica proposta di progetto di bonifica dell’area e che salverebbe anche i posti di lavoro. Dimostrazione che il cosiddetto “ricatto occupazionale”, di cui in questi giorni si sono fatti portavoce alcuni politici locali e nazionali, gran parte della stampa locale e nazionale (comprese trasmissioni di quello che dovrebbe essere “servizio pubblico”) e, purtroppo, alcuni sindacalisti è falso ed è solo un favore alla proprietà e a chi non vuole un futuro migliore per Taranto: in tutta Europa esistono esempi di riconversioni industriali e, anche, di poli siderurgici che non mettono a rischio la salute pubblica e l’ambiente. Sono questi gli esempi che Taranto deve seguire, smontando tale ricatto e costruendo un avvenire dove l’aria possa tornare pulita e i cittadini non debbano vivere con il timore di ammalarsi o di vedere nascere figli già condannati”.

PeaceLink, associazione ambientalista con base proprio a Taranto, è da anni in prima linea per combattere una battaglia tanto vitale quanto difficile. Scriveva qualche giorno fa Lidia Giannotti per Peacelink:” Si è fatto in modo che i molti processi penali per inquinamento (a partire dal 1982) e le sentenze di condanna (a carico dell’Italsider prima e poi della società della famiglia Riva) non destassero clamore, infischiandosene del perpetrarsi dell’inquinamento, di nuovi reati e dell’evidenza di effetti sempre più devastanti per la popolazione.

Oggi che c’è più attenzione, si prova a far passare l’idea - folle - che la malattia dipenda dalla fotografia che ne è stata fatta e dal chirurgo (le associazioni che si sono adoperate in questi anni e i magistrati, intervenuti a tutela della legalità e della salute di tutti).

Ma alcune dichiarazioni e reazioni, che evitano accuratamente di parlare della città e delle vittime - quasi come al cospetto di una fanciulla offerta in sacrificio e riemersa all’improvviso dal mare – sono di ottusa e grottesca cecità.

Come proprio molti politici amano ripetere, sono dichiarazioni che offendono una seconda volta i morti e gli ammalati, i sempre più bambini con tumori infantili (il picco aumenterà a lungo e si fermerà solo dopo il 2020), le donne la cui vita ha significato passare da un capezzale all’altro, gli operatori economici le cui attività sono state spazzate via, i cervelli in fuga da un territorio il cui destino è sempre stato deciso altrove. Sono dichiarazioni che rispecchiano un’irresponsabilità dimostrata per anni e che non prospettano niente di buono per nessuno.

Sarebbe meglio, piuttosto, portare rispetto a chi ha sofferto e mettersi a lavorare sul serio, per il presente e il futuro di questi duecento mila cittadini.

Così facendo, si eviterebbe di prendere in giro anche il resto degli italiani, minacciato quasi ovunque ormai da rischi ambientali e sanitari atroci e spesso evitabilissimi, a condizione di adottare comportamenti sani e innanzitutto leciti - si ricorda che chi non esprime solidarietà alle vittime a volte solidarizza con chi è accusato di aver addomesticato i controllori - e di effettuare investimenti in tecnologie moderne che salvaguardino la persona. Tutto questo può avvenire solo in un contesto di politiche serie, trasparenti e lungimiranti”.

Un’acciaieria ubicata nel centro di una città popolosa è un non senso che testimonia come non possiamo impartire nessuna lezione ambientalista ai paesi inquinanti. Prima di dare lezioni guardiamo in casa nostra [PGC].

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