Le radici psicologiche del cattivismo

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Chiara Volpato - Foto: Vita.it

A pochi mesi dalla pubblicazione del suo ultimo volume – Le radici psicologiche delle disuguaglianze – abbiamo intervistato Chiara Volpato, professore ordinario di Psicologia Sociale all’Università di Milano-Bicocca, che sarà ospite del prossimo Workshop sull’impresa sociale di Riva del Garda (12 e 13 settembre).

Iniziamo con una domanda di attualità, visti gli scenari socio-politici globali: in questo mondo in transizione, quali sono a suo avviso i sentimenti collettivi prevalenti? Sono davvero rabbia e paura, come sembrerebbe essere? Da cosa dipendono la sfiducia, la deumanizzazione, la discriminazione che accompagnano i tempi di crisi?

Per dare una contestualizzazione storica, mi rifarei alla recessione del 2008, alla grande crisi delle economie atlantiche, come dice Milanovic. Una crisi che ha inciso non solo sull’economia, ma sulla psicologia dei singoli, generando un senso di instabilità, sfiducia nel futuro e, soprattutto, un vissuto di abbandono. Un’abdicazione imputabile alle élites politiche ed economiche che, nel sentito della collettività, sembrano non aver saputo (o voluto) “prendersi cura” – userei proprio questo termine – dei cittadini, comprendendo fino in fondo quello che stavano vivendo. Credo che questo senso di abbandono e disorientamento abbia rappresentato il giro di boa, consentendo ad una certa tipologia di classe politica di utilizzare il vecchio espediente del dolore per cavalcare l’onda del risentimento, accentuando l’incertezza verso il futuro, dietro slogan come “siamo tutti sostituibili”, “siamo tutti precari”, “il futuro dei nostri figli sarà peggiore del nostro”. Si tratta di questioni molto delicate che toccano aspetti profondi dell’animo umano, in quanto tutti noi abbiamo bisogno di credere che il futuro ci riservi qualche cosa di buono. La civiltà occidentale è fondata sul progresso, quindi il senso di precarietà ed abbandono va ad incidere su orizzonti culturali nevralgici. Ed è proprio questo abbandono che ha generato sfiducia nelle classi politiche e dirigenti.

E i fenomeni di discriminazione?

È proprio l’incremento della percezione di fragilità degli status personali e sociali che accompagna le grandi crisi a rafforzare quei processi di pregiudizio, discriminazione e deumanizzazione nei confronti dei meno privilegiati. La crisi del 1873 segnata dal crollo della Borsa di Vienna, o quella del 1929 con il crollo di Wall Street, hanno provocato un incremento dell’antisemitismo. La crisi del 1973 con lo shock petrolifero ha fomentato stereotipi contro gli arabi. Oggi è aumentato il pregiudizio etnico in coloro che attribuiscono la crisi agli immigrati.

Secondo questa lettura, quello a cui stiamo assistendo in Italia non è molto dissimile da altri scenari mondiali...

Esattamente, sono schemi che si sono ripetuti – seppur con tutte le differenze del caso – nel Regno Unito con la Brexit, negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, in Brasile con Bolsonaro. Ripeto, condizioni molto diverse, ma una narrazione che si ripete, all’insegna di un senso di solitudine e precarietà collettivo.

Nel suo ultimo libro – Le radici psicologiche della disuguaglianza – lei esamina come le disuguaglianze vengono costruite, occultate, accettate, interpretate, contrastate. Una domanda sull’accettazione, un po’ provocatoria ma speriamo non retorica: quanta diseguaglianza possiamo/dobbiamo accettare?

Come prima osservazione direi che la questione va collocata storicamente, in quanto l'accettazione della disuguaglianza è legata alla cultura di un determinato momento storico. Se penso a quanta disuguaglianza “possiamo” accettare, direi, – purtroppo – moltissima; basti pensare ai periodi storici in cui vigeva la schiavitù, in cui un piccolissimo gruppo di privilegiati aveva tutto (civiltà che peraltro sono perdurate per centinaia di anni). Il Novecento ha visto una compressione delle disuguaglianze nei Paesi occidentali (soprattutto negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta – i “30 anni gloriosi” – a causa delle guerre ma anche per le politiche di redistribuzione della ricchezza che hanno accompagnato lo sviluppo economico di quegli anni), disuguaglianze che però dagli anni 80 hanno ripreso ad aumentare. Direi che l’essere umano è potenzialmente capace di accettare moltissima disuguaglianza, soprattutto in ragione di un suo collocamento dentro un determinato contesto storico, che in qualche modo crea una cornice di accettazione. Aggiungerei anche una nota legata più ai processi cognitivi e motivazionali degli individui. Spesso i “fortunati”, ossia quelli che beneficiano delle disuguaglianze, percepiscono la propria superiorità come legittima e stabile e la impongono, o tentano di imporla, all’intero corpo sociale. Viceversa, chi subisce la disuguaglianza può accettarla senza contrastarla. Una domanda che da sempre assilla gli studiosi riguarda proprio la tolleranza delle disuguaglianze da parte di chi le subisce; spesso gli individui sostengono lo status quo anche se non ne traggono benefici, consentendo così ai membri delle élites di perseguire il loro interesse piuttosto che il bene comune. Per chiudere, se invece penso a quanta disuguaglianza dobbiamo “accettare”, direi… il meno possibile! Platone diceva che nessuno dovrebbe accettare di avere più di quattro volte quello che lo Stato assegna a ciascuno.

Che relazione esiste tra l’aumento delle disuguaglianze ed il venir meno delle grandi ideologie storiche?

Come già accennato, le grandi crisi non sono solo economiche, ma sociali e culturali, sono crisi di idee e valori. L’aumento delle disuguaglianze è stato permesso, in particolare, dalla caduta delle grandi ideologie che hanno contrassegnato gli ultimi secoli e dal fatto che al loro posto si è insediato il pensiero neoliberista, che proclama il primato dell’interesse personale e fa della concorrenza il principio fondamentale del vivere comune. Non è vero, in realtà, che le ideologie sono scomparse, viviamo in una situazione in cui un’ideologia potente si è fatta egemone proprio proclamando la fine delle ideologie. La storia insegna però che gli esseri umani hanno un bisogno intrinseco di narrazioni e di valori in cui credere e ritrovarsi; uno dei motivi del disastro che ci circonda può essere proprio la mancanza di un’ideologia della solidarietà, che ricrei i legami in coloro che si trovano in situazioni di svantaggio ed eviti una disastrosa guerra tra i poveri. Abbiamo bisogno di pensieri e azioni che valorizzino i legami sociali, i beni collettivi, la capacità di condivisione, valori su cui l’Europa ha costruito la sua storia migliore e che devono essere oggi ritrovati, pena la crescita della conflittualità sociale.

Le grandi disuguaglianze sociali ed economiche provocano danni ai singoli individui e alla società nel suo insieme; perché quindi persistono e addirittura aumentano? Molti economisti – da Milanovic ad Atkinson, da Piketty a Sen, per citarne alcuni – hanno cercato di rispondere a questa domanda andando ad analizzare i fattori “strutturali” che alimentano le disuguaglianze. Quando la psicologia sociale ha iniziato ad occuparsi di disuguaglianza? E qual è il principale contributo di un approccio psicosociale nella comprensione di un fenomeno così sfaccettato?

La psicologia sociale si è sempre occupata delle disuguaglianze, in particolare in termini di pregiudizio, stereotipi, conflitti tra gruppi. Con il tempo ha studiato poi le disuguaglianze etniche e di genere. Solo in tempi recenti ha affrontato il tema delle disuguaglianze economiche (e sicuramente la crisi del 2008 ha dato un grande impulso alla ricerca). Il contributo della psicologia sociale allo studio delle disuguaglianze è trasversale e complementare rispetto ad altre discipline, ad esempio economiche, andando ad indagare la percezione che gli individui hanno delle disuguaglianze. Per capire come e perché in tempi di crisi le disuguaglianze si perpetuino e si rafforzino, è necessario analizzare le radici psicologiche di dominanza e sottomissione, profondamente inscritte nella mente degli esseri umani. Esaminare i processi cognitivi, affettivi e motivazionali che intervengono nella costruzione, nel mantenimento e nella messa in discussione delle disuguaglianze è essenziale per catturarne dimensioni e portata, per concepire un cambiamento, per capire perché noi tutti tendiamo il più delle volte a perseguire il nostro interesse personale, anteponendolo al bene comune, e a sostenerne acriticamente lo status quo.

Lei parla apertamente di sofferenze individuali che si trasformano in infelicità collettiva. «La società non esiste» dice Christophe Guilluy citando Margharet Tatcher, certificando così la supremazia del mercato e il progressivo indebolimento dei corpi intermedi e delle forze politiche e sociali che avevano dato vita e sostenuto i sistemi di welfare a forte carattere redistributivo, con la conseguente esplosione delle diseguaglianze. Quali dovrebbero essere le caratteristiche di un paradigma economico alternativo che sappia mettere mano a questa frattura sociale oggi così profonda e violenta nei suoi effetti oltre che economici anche sociali e politici?

Una prima battuta: la società esiste, eccome. Nessuno di noi potrebbe sopravvivere se non ci fosse un nucleo sociale. E gran parte del nostro agire sociale è un agire come membri di un gruppo. Detto questo, e parlando per la mia disciplina, non da economista, credo sia necessario costruire un paradigma economico che sia al servizio delle persone e non unicamente del profitto. Non si tratta solo di una bella frase, ma della convinzione che ciò comporterebbe una vita migliore per la maggior parte delle persone, mentre il paradigma vigente è funzionale solo per una minoranza. Il come farlo, non è affare semplice. Come in tutte le cose, credo si possa cominciare dal basso, dalle piccole cose, valorizzando l’esistente e ampliando una serie di strumenti. I meccanismi di funzionamento e di produzione di valore di alcune organizzazioni di impresa – come le cooperative e le imprese sociali, ad esempio – sono stati creati proprio per questo e possono funzionare meglio di altri. A questo dovrebbe aggiungersi però un minimo di volontà politica. Qualsiasi discussione sulla disuguaglianza non può che sfociare in una presa di posizione politica; sta alla politica, infatti, la possibilità di reiterazione di atteggiamenti e comportamenti che incrementino le disparità o viceversa le riducano.

Piketty indica nella diffusione della conoscenza e negli investimenti in istruzione i meccanismi principali che favoriscono la compressione delle disuguaglianze. Cosa ne pensa?

Sono perfettamente d’accordo. Il primo lavoro da fare è aiutare i cittadini ad incrementare la conoscenza e la consapevolezza della disparità e a guardare dentro e intorno a sé al fine di percepire e pensare le disuguaglianze, di capirne le conseguenze e di provare a combatterle anche nel proprio comportamento. Un investimento in cultura ed istruzione è quindi fondamentale, mentre nel nostro Paese una politica miope da molti anni – penso ai tagli alla scuola, all’università, alla ricerca – non solo sta rallentando di molto questo processo, ma ne controverte gli esiti.

Da almeno tre decenni stiamo assistendo ad una crescita delle organizzazioni senza fine di lucro, o del Terzo settore e tra queste in particolare delle cooperative e delle imprese sociali che nel loro insieme garantiscono una parte sempre più importante dei servizi di welfare non solo per conto delle pubbliche amministrazioni (come spesso si crede). Quale ruolo secondo lei hanno e ancora di più possono avere le organizzazioni di Terzo settore e imprese sociali nel creare una cultura a favore di una lotta più incisiva e generalizzata contro le disuguaglianze, contrastando la tendenza all’indebolimento del supporto a politiche redistributive?

Non si tratta solo di organizzazioni che nascono con uno scopo preciso – tutelare i diritti sociali e garantire servizi alla parte più marginalizzata della società; il punto è come lo fanno, ossia in linea con quel cambiamento di paradigma economico – al servizio delle persone e non unicamente del profitto – di cui si discorreva pocanzi. È però importante che questo modello da implicito diventi esplicito, venendo comunicato e rivendicato il più possibile; non basta dire “mi occupo delle classi sociali più deboli”, ma devo valorizzare e far conoscere il metodo con cui opero. Porrei l’attenzione anche sul tipo di lavoro nelle imprese sociali, attente a costruire un ambiente di lavoro che sia non solo partecipativo, ma che contribuisca a ridurre quel senso di isolamento e solitudine. Un lavoro che gratifica chi lo pratica – e ricordiamo quanto sia importante il benessere lavorativo – per il fatto di operare in nome di un valore più alto e non deumanizzante. Abbiamo visto come l’aumento delle disuguaglianze si traduca in minore felicità collettiva, minore fiducia e coesione sociale, quindi in un indebolimento complessivo della comunità e della democrazia. È quindi necessario creare un nuovo pensiero che sappia coinvolgere le persone e che si opponga all’individualismo, riproponendo le ragioni della comunità; e credo che le imprese sociali questo lo sappiano fare molto bene.

Da Vita.it

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