Disuguaglianza, ecco perché l’Italia non è un Paese per giovani

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Grafico: Greenreport.it

In Italia, mediamente, i giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni percepiscono un reddito più esiguo se paragonato ai livelli retributivi dei loro genitori all’epoca del loro ingresso nel mercato del lavoro. Una performance attribuibile a una crescita economica bassa e poco inclusiva che ha caratterizzato il nostro Paese nell’ultimo decennio.

Ridotta intensità del lavoro e basse retribuzioni esasperano il fenomeno della povertà lavorativa che assume oggi un profilo preoccupante per le giovani generazioni: nel 2018, circa il 13% degli occupati nelle fasce d’età tra i 16 e i 24 anni e tra i 25 e i 29 anni era working poor, faceva cioè parte di una famiglia con reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Circa il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Un dato allarmante che evidenzia come il lavoro non basti più a garantire una vita dignitosa in un Paese in cui oltre 1 giovane su 10 (10,3%) in età tra i 18 e i 34 anni viveva nel 2018 in povertà assoluta, statistica in aumento di quasi 6 punti percentuali dal 2009 con solo un leggero calo rispetto al 2017.

Per di più in un Paese in cui la portata redistributiva del sistema di tasse e trasferimenti non ha effetti benefici per i giovani: nel 2018 solo il 18,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni collocati nel 20% della popolazione con redditi più bassi riusciva a migliorare la propria posizione nella distribuzione dei redditi da lavoro, mentre oltre due terzi dei giovani a reddito medio-basso nella stessa fascia di età retrocedeva per effetto della leva fiscale e trasferimenti monetari pubblici.

Per quanto concerne la stabilità del lavoro i giovani cedono oggi il passo ai lavoratori più anziani: la quota dei dipendenti (nel range 15-34 anni) a tempo indeterminato si è contratta dell’8,6% nel decennio 2008-2018, mentre quella degli over 35 è aumentata dell’1,1%. A livello reddituale, i più giovani (15-29 anni) mostrano un trend costante di riduzione delle retribuzioni annue medie e più marcato rispetto alle classi dei lavoratori in età tra i 30 e i 49 anni e gli over50. Un trend che “viene da lontano” e che ha visto, fatta 100 la media dei redditi sulla popolazione in un dato anno, i redditi dei giovani ridursi da 76.3 del 1975 a 60 del 2010 per calare ancora a 55.2 nel 2017.

Una riduzione spiegabile sia in termini di una più prolungata partecipazione a percorsi di istruzione terziaria negli oltre quarant’anni in esame, sia con una genuina riduzione dei redditi da lavoro nel confronto con le altre classi di età. L’innalzamento in media del livello di istruzione della popolazione nei dieci anni intercorsi fra il 2008 e il 2018 vede oggi un ricambio generazionale degli occupati in favore di individui più istruiti. Rispetto al 2008, tra gli occupati nel 2018 ci sono quasi 1 milione e mezzo di laureati in più. Tuttavia la lenta ripresa del lavoro qualificato in Italia fa sì che oggi molti laureati trovino un’occupazione in professioni di bassa o media qualifica che richiedono un titolo di studio inferiore. Nel 2018 i laureati sovraistruiti erano 1,8 milioni, in aumento (+2% circa) nel periodo 2013-2018 post uscita dalla fase recessiva.

Non è difficile immaginare il grado di percezione dei giovani sulle proprie prospettive di vita in un confronto con le generazioni precedenti. Il sondaggio dell’Istituto Demopolis per Oxfam rilevava nel 2018 come 2/3 di un campione di oltre 1000 giovani in età tra i 18 e i 34 anni, rappresentativo della popolazione italiana, riteneva di essere destinato ad occupare una posizione sociale ed economica peggiore rispetto alla generazione precedente. Per una valutazione sul livello di uguaglianza di opportunità di soggetti con differenti condizioni della famiglia di origine, l’esame delle disuguaglianze intergenerazionali inteso come analisi dell’intensità dell’associazione tra la condizione socio-economica – lo status occupazionale, il reddito, la ricchezza – dei figli e analoghe caratteristiche dei loro genitori e i meccanismi di trasmissione dei divari distributivi dei padri ai rispettivi figli.

Secondo recenti analisi comparative, la mobilità intergenerazionale in Italia è tra le più basse nel confronto internazionale. L’Italia si colloca tra i Paesi con una forte influenza delle origini familiari sul successo occupazionale dei figli e la persistenza generazionale dei redditi e, a partire dalla generazione dei nati negli anni Ottanta, del grado di istruzione rimane estremamente elevata. Se l’elasticità inter-generazionale del reddito rimanesse invariata, i discendenti delle persone collocate oggi nel 10% più povero, sotto il profilo reddituale, della popolazione italiana avrebbero bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Un dato superato, a livello OCSE, solo da Francia, Germania, Cile (6) e Ungheria (7). A causa delle limitazioni nei dati disponibili e di complessità metodologiche, le analisi sulla mobilità intergenerazionale dei redditi si concentrano prevalentemente sui redditi (preferibilmente lordi) da lavoro. L’esclusione dei redditi da capitale porta inevitabilmente a sottostimare la disuguaglianza intergenerazionale: i redditi da capitale risultano, infatti, maggiormente persistenti fra le generazioni, dato che la ricchezza, immobiliare o finanziaria, da cui derivano, può essere direttamente trasferita in forma di lascito ereditario o donazione, mentre i redditi da lavoro non possono essere ereditati, salvo casi limite, dai figli.

Con riferimento alla variabile reddito (disponibile) va infine osservato come la mobilità intergenerazionale dei redditi da lavoro tenda a essere più debole nei Paesi in cui le disuguaglianze di reddito risultano più marcate. È il caso dell’Italia, simile al Regno Unito e agli Stati Uniti. Studi innovativi sulla mobilità intergenerazionale, basati su micro-dati delle Indagini sui Bilanci delle Famiglie Italiane della Banca d’Italia, hanno di recente considerato la ricchezza come variabile di analisi preferibile per la sua capacità di descrivere meglio lo status economico permanente degli individui: lo stock di ricchezza in un determinato momento risente infatti di tutte le risorse economiche percepite e accumulate nel tempo e non dei flussi economici dell’ultimo periodo. Inoltre, la ricchezza, più facilmente trasferibile fra le generazioni, permette di identificare lo status economico di una persona a prescindere dal reddito percepito, soprattutto se si proviene da famiglie ricche.

Il quadro restituito da un recente studio sull’Italia è quello di un Paese a bassa mobilità intergenerazionale di ricchezza. Se si considerasse la popolazione nazionale divisa in quintili di ricchezza netta posseduta, la probabilità per i figli di collocarsi nello stesso quintile dei propri genitori è molto elevata (più elevata del passaggio a qualunque altro quintile). La persistenza intergenerazionale risulta particolarmente alta nella coda bassa e nella coda alta della distribuzione della ricchezza: il 32% dei figli i cui genitori appartenevano al primo quintile (il quintile più povero) restano nello stesso quintile e soltanto il 12% dei figli con un profilo patrimoniale basso riescono a raggiungere il quintile più elevato (il quintile più ricco). Al vertice della piramide distributiva, invece, il 38% dei figli i cui genitori appartenevano al quintile più ricco restano nello stesso quintile e addirittura il 58% nei due quintili più alti. Il risultato conferma l’esistenza di un pavimento e soffitto “appiccicosi” ovvero di un ascensore generazionale bloccato per i più al piano più basso e a quello più alto dell’edificio sociale.

L’associazione dei redditi da lavoro tra genitori e figli si manifesta quando i genitori per via genetica o attraverso meccanismi legati alle disponibilità economiche o ancora attraverso la trasmissione di valori influenzano alcune caratteristiche dei figli collegate alle loro prospettive retributive. L’elenco non esaustivo di tali caratteristiche racchiude il grado di istruzione e la sua qualità, le motivazioni e le preferenze personali (verso lo studio ma non solo), competenze extra-scolastiche, abilità non cognitive, risorse economiche per avviare un’attività autonoma, le connessioni sociali. La trasmissione delle disuguaglianze tra generazioni deriva quindi dall’influenza che i genitori esercitano sulla dotazione dei figli e dal ruolo e rendimento che i mercati attribuiscono a queste ultime, siano esse il titolo di studio conseguito o le relazioni sociali di cui si dispone.

Tra i canali di trasmissione delle condizioni di benessere tra le generazioni un ruolo di primaria importanza viene attribuito al capitale umano. Si tratta di un concetto ampio che ingloba il livello di istruzione personale raggiunto e la sua qualità, le competenze tecniche, abilità cognitive ed esperienze professionali, capacità di giudizio e altre forme di soft skills individuali. Un concetto di difficile misurazione spesso identificato nelle analisi sulla mobilità intergenerazionale con il livello di istruzione (anni di studio) conseguito dai figli.

Chi proviene da famiglie più abbienti presenta in media un titolo di studio più elevato per ragioni che vanno dalle preferenze trasmesse dai genitori alla possibilità economica di studiare più a lungo e meglio. Considerando l’istruzione come canale di accumulazione di capacità produttive e assumendo le capacità produttive come principale determinante del livello retributivo, è facile rendersi conto di quanto la disuguaglianza intergenerazionale possa persistere: chi proviene da un background socio-economico più favorevole ha maggiori possibilità di investimento nella propria istruzione, può studiare di più, trovandosi in una posizione avvantaggiata nell’accumulazione di capitale umano e conseguente livello retributivo. Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano, in sostanza, disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando, sebbene con intensità diversa, quelle che esistevano tra i rispettivi genitori.

L’assunto è rafforzato, sotto il profilo qualitativo, da analisi che mostrano come il sistema scolastico italiano non riesca a lenire le disuguaglianze ai nastri di partenza tra i giovani, compensando in modo insufficiente le differenze economiche e culturali delle loro famiglie di origine. Il giudizio all’uscita della scuola dell’obbligo risulta correlato con il livello di scolarità dei genitori; inoltre, nel nostro Paese persiste una forte autoselezione degli studenti nelle diverse tipologie di scuola secondaria superiore (o nell’abbandono scolastico) in relazione al livello e alla qualità dell’istruzione e allo status occupazionale e socio-economico dei propri genitori.

Ne deriva una forma di segmentazione della popolazione studentesca fortemente correlata con le classi sociali di provenienza e rafforzata nel tempo attraverso il meccanismo del peer effect: individui con caratteristiche simili condividono comportamenti, valori ed aspirazioni con un marcato imprinting delle caratteristiche di gruppo sui singoli che ne fanno parte. Recenti studi empirici sul contesto italiano invitano tuttavia a una maggiore cautela sul ruolo che l’istruzione ha nella trasmissione generazionale delle disuguaglianze di reddito da lavoro in Italia. Statistiche sociali confermano che nel nostro Paese l’istruzione dei figli dipende molto dalle condizioni economiche delle famiglie di origine. Tuttavia, a differenza di alcuni Paesi, come la Danimarca, la Finlandia, il Regno Unito e, in misura minore, la Germania, in cui la disuguaglianza intergenerazionale dei redditi è largamente spiegata dall’influenza del background familiare sull’investimento in istruzione, nuove analisi sulla persistenza generazione dei redditi da lavoro in Italia attribuiscono all’istruzione un peso minore.

Più precisamente, nel confronto internazionale, l’Italia si colloca tra i Paesi in cui la correlazione fra origini familiari e retribuzioni lorde dei figli restano forti, anche a parità di titolo di studio conseguito: il peso delle origini familiari si manifesta cioè in maniera non trascurabile anche dopo la conclusione del ciclo di studi. In Italia, ad esempio, in media, il figlio di un dirigente ha, a parità di istruzione, un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato. Gli studi citati sul caso italiano hanno conseguenze importanti per le scelte di policy volte a favorire una maggiore uguaglianza di opportunità nel nostro Paese. Assumendo che questa non sia riconducibile esclusivamente al capitale umano, oltre ai necessari investimenti in istruzione e nel diritto allo studio, occorre oggi comprendere meglio cosa il mercato del lavoro remuneri e individuare interventi capaci di contrastare quei meccanismi iniqui e socialmente inaccettabili che assicurano vantaggi indebiti a chi proviene da contesti familiari più favorevoli. Vantaggi, non dipendenti dal livello e dalla qualità dell’istruzione o da altre abilità individuali, ma riconducibili ai network di relazioni familiari o altre forme di capitale relazionale che rappresentano una forma di premio di background sociale dal carattere fortemente discriminatorio.

Contrastare tali forme di discriminazione sul mercato del lavoro non è facile. Per quanto concerne il lavoro dipendente una possibile soluzione potrebbe passare per il rafforzamento del grado di concorrenza nei diversi mercati, misura avallata dall’osservazione che il premio di background a parità di istruzione cresca in Italia nei settori produttivi meno competitivi. Per quanto concerne il lavoro indipendente, assume invece rilevanza, nell’ottica di garantire maggiore uguaglianza di opportunità a parità di istruzione, la necessità di potenziare, tramite una dote finanziaria pubblica o garanzie pubbliche per linee di credito privato, l’accesso a risorse finanziarie per iniziative autonome ai giovani che provengono da famiglie più svantaggiate e che posseggono un livello adeguato di capitale umano.

Da Oxfamitalia.org

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