Le linee guida dell’UE sull’immigrazione

Stampa

Foto: Si24.it

“Se le nuove generazioni dei Paesi in via di sviluppo non potranno migliorare le loro condizioni di vita, la spinta verso la migrazione in cerca di migliori opportunità economiche sarà schiacciante”. La riflessione estrapolata dal primo rapporto sullo sviluppo umano formulato dall’UNDP (United Nations Development Programme) metteva in piena luce l’urgenza di una migliore distribuzione delle opportunità di sviluppo: era il 1990. A distanza di una generazione, di quella raccomandazione rimane l’inchiostro su carta stampata a fronte di un inasprimento della polarizzazione nel godimento delle ricchezze, dei diritti e del benessere tra i vari nord e sud del mondo.

I diversi gradi di sviluppo, uniti alla frammentazione statale e ai conflitti divampati, hanno determinato oggi un ingente spostamento umano, il maggiore registrato dalla seconda guerra mondiale. I numeri e le statistiche riescono a rilevare solo in parte il fenomeno migratorio, riportando cifre su tabelle neutre che poco dicono della realtà delle migliaia di persone che premono sui confini dell’Europa, nella speranza che la propria identità nazionale costituisca un lasciapassare per l’accoglienza e il conseguente riconoscimento di una vita degna.

Dinanzi a questi flussi, l’Europa si è mostrata del tutto impreparata, lasciando divenire gli sbarchi sulle coste del Mediterraneo una normalità etichettata però come “emergenza” e abituando i suoi cittadini allo spettacolo di morte e di disperata povertà che richiama esclusivamente in causa il leitmotiv della sicurezza. È l’europarlamentare dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici ed ex ministra italiana dell’Integrazione, Kashetu Kyenge, a dare un sintetico quanto lucido quadro dell’agenda sull’accoglienza migranti, avendo ricevuto dal Parlamento Europeo, insieme alla collega maltese Roberta Metsola del Partito Popolare Europeo, l’incarico di redigere un report sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. La relazione, presentata per la prima volta in Italia al Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale di Trento lo scorso 11 marzo, costituirebbe il primo step per la successiva adozione di linee guida dell’Unione Europea sul cruciale nodo migranti. Sinora infatti, come è noto, i Paesi dell’UE non hanno voluto in alcun modo integrare le competenze in materia e hanno dunque preferito rifugiarsi nelle prerogative della sovranità nazionale, di fatto esibendo una vera e propria jungla di disposizioni differenti per la concessione dei visti e dello status di rifugiato, per i ricongiungimenti familiari e per le caratteristiche dell’accoglienza. Una soluzione che è apparsa senz’altro fallimentare per l’Organizzazione sovranazionale ma anche per gli Stati Paesi membri dell’UE che non sono assolutamente in grado di contrastare l’afflusso sui propri territori di masse di disperati.

Partendo proprio dalla constatazione che solitarie (o comunitarie) politiche di repressione risultano del tutto inefficaci, fallimentari, la proposta Kyenge-Metsola mira invece a una sostituzione del paradigma emergenziale e securitario sinora adottato a favore di un modello che ruoti attorno ai principi di piena condivisione delle responsabilità e di solidarietà: i Paesi membri sono dunque chiamati ad attuare i valori fondanti dell’UE e i principi programmatici in materia di immigrazione del Trattato europeo di Lisbona. Non si tratta di una soluzione scaturita unicamente da una visione politica differente ma da una presa di contatto diretta con la realtà: le visite delle rapporteur ai campi profughi e ai centri di accoglienza tanto in Italia quanto in altri Paesi europei e in Libano e Giordania (che ospitano la maggior parte dei profughi siriani), i colloqui con le organizzazioni umanitarie e le forze di polizia, gli incontri e i contatti diretti con le famiglie in esodo verso l’Europa. Tutte queste esperienze hanno contribuito a forgiare la soluzione presentata per gestire, piuttosto che inutilmente contrastare, il fenomeno con azioni di breve, medio e lungo termine. Tra queste, l’obbligo di ricerca e salvataggio nel mar Mediterraneo con l’istituzione di un sistema permanente di recupero dei naufraghi targato UE e la modifica del Regolamento di Dublino con la presentazione della domanda di asilo all’Unione Europea e non più nel Paese di primo approdo. Inoltre la lotta al traffico di esseri umani e il chiaro stabilimento di soglie di accoglienza per i Paesi membri, nonché il ripristino totale dello spazio di libero movimento definito dal Trattato di Schengen si uniscono alla necessità di creare canali legali di immigrazione nell’area UE con il potenziamento della concessione di una “Blue Card” per le migrazioni economiche di lavoratori specializzati.

Come ha infatti recentemente dichiarato anche mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, “oggi l’accoglienza non è un dovere ma un progetto per il nostro futuro”. È interesse dell’UE accogliere persone sul suo territorio in primis per far fronte alla gestione dei suoi servizi e al funzionamento del sistema di produzione. La necessità di manodopera specializzata e il calo demografico in Europa sono difatti ragioni economiche e sociali più che “di buonismo” per integrare chi potrà garantire ai Paesi europei il welfare e lo sviluppo corrente. Di questa consapevolezza è piena anche la relazione formulata da Kyenge e Metsola, approvata appena mercoledì scorso dalla Commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo, e che in aprile sarà dibattuta a Strasburgo in sessione plenaria.

Negli ultimi anni l’avanzata di movimenti xenofobi e populisti ha alimentato timori, disinformazione ed egoismi nazionali che hanno condotto alla situazione attuale in cui l’Europa sembra aver abbandonato il riconoscimento di quei diritti umani tanto fondamentali, che costituiscono la sua precipua identità e di cui ha sempre fatto vanto. Senza di essi, cosa vedrebbe un’UE riflessa nello specchio? Un gruppo di Stati differenti, unito in parte per accordi di tipo economico e militare ma destinato inesorabilmente nel tempo a veder ancor più declinare la sua influenza politica, economica, finanziaria e demografica sul piano globale.

Affrontare le cause profonde delle migrazioni costituisce il cuore della soluzione. È evidente che i flussi di profughi in fuga dalle crisi in corso costituiscono la conseguenza di un sistema strutturale generato da politiche di sviluppo miopi, non solo sul piano geo-politico ed economico quanto sul godimento delle libertà e dei diritti umani fondamentali. I nodi dello sviluppo inteso in questa ampia accezione sembrano oggi arrivati al pettine: o si sciolgono o si rischia di rompere il pettine.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è presidente della cooperativa EDU-care e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

Ultime su questo tema

Tessere la pace

15 Febbraio 2020
In un momento in cui predomina la legge del più forte nei rapporti internazionali, occorre insistere sulla diplomazia e sul multilateralismo. (Piergiorgio Cattani) 

Africa, cresce il terrorismo

10 Febbraio 2020
Per il numero di attacchi e di vittime, quello appena trascorso è stato un anno terribile per il continente. A preoccupare è in particolare la zona del Sahel, dove si è concentrata l’attività jihad...

Le dieci crisi umanitarie “silenziose”: ecco le più ignorate dai media

07 Febbraio 2020
Sono in Africa nove su dieci delle cosiddette "crisi dimenticate", eventi drammatici che hanno coinvolto milioni dispersione. (Lia Curcio)

Sotto-nutrizione e obesità: due facce della stessa medaglia?

04 Febbraio 2020
“Bisogna definire un nuovo approccio per far retrocedere simultaneamente la sotto-nutrizione e l’obesità, perché questi problemi sono sempre più interconnessi”. (Alessandro Graziadei)

Giorno della memoria 2020: significato e riflessioni sul 27 gennaio

27 Gennaio 2020
Il Giorno della memoria cade ogni anno il 27 gennaio. L'evento si celebra ogni anno in Italia e nel resto del mondo: ma cosa si intende per “memoria”? E perché, e soprattutto co...

Video

Onu: Discorso di Salvador Allende