Don Sciortino: sull'immigrazione la Chiesa non può tacere

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Foto: Alampedusa

Don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, in un incontro pubblico sui temi dell'immigrazione tenutosi a Trento il 20 ottobre ha ribadito con forza le sue posizioni, espresse più volte nei suoi pungenti e inequivocabili editoriali. Sulla questione dei migranti si gioca il futuro del nostro paese che è però spaccato in due. Anche nella Chiesa ci sono diverse sensibilità. Ma la Chiesa per essere coerente con il messaggio evangelico non può tacere. I provvedimenti governativi basati sul principio del respingimento, dell'esclusione, dell'indesiderabilità, del taglio indiscriminato alla cooperazione internazionale, finiscono per negare diritti umani fondamentali.

"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti… Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti… I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".

Con queste parole, note ma sempre significative, l'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano, nel 1912 descriveva gli immigrati italiani negli Stati Uniti. “Parole che si potrebbero trovare su molti giornali italiani soprattutto se schierati da una parte”. Così don Antonio Sciortino, direttore di “Famiglia Cristiana” ha concluso il suo intervento nell’ambito della manifestazione “Fortezza Europa: il confine del diritto di asilo” (l'evento, organizzato a Trento da Cinformi, associazione Limen, Centro Astalli e Sanbaradio, per discutere di immigrazione in Italia e in Europa).

Don Sciortino presentava il suo recente libro “Anche voi foste stranieri” che è un condensato delle coraggiose prese di posizione del sacerdote sulla rivista da lui diretta che in questi anni è stata una delle voci di denuncia più chiara e autorevole di fronte a un panorama dei media italiani spesso afasici sulla situazione dell’immigrazione. Don Sciortino, calmo e persuasivo, non ha tradito la sua fama di uomo pacato ma senza peli sulla lingua. “I mezzi di informazione non parlano secondo criteri di verità, noi abbiamo una manipolazione continua e costante della realtà del nostro paese”. La situazione è profondamente diversa: “La società è già nei fatti multietnica e multi religiosa dobbiamo decidere che cosa fare. Ci troviamo di fronte a un’Italia che sbuffa, ma c’è un’Italia anche solidale e attenta”.

I provvedimenti governativi vanno nella direzione sbagliata perché sono dettati “dal principio dell’esclusione, dell’indesiderabilità per cui noi abbiamo bisogno delle braccia degli immigrati, ma non li vogliamo tra di noi, rendiamo difficile la loro permanenza; ma gli immigrati sono persone come noi portatrici di diritti inalienabili che prima ancora di essere legati a possedere la cittadinanza di uno stato, sono connessi al semplice fatto di essere individui… non sono forza lavoro ma persone con un volto, una storia, tradizioni, valori.”

Anche la comunità ecclesiale è però spaccata. Su questo il direttore di “Famiglia Cristiana” è inequivocabile: “Se il cardinale Tettamanzi si prende la libertà di affermare che tra i diritti inalienabili c’è quello alla preghiera, non può essere aggredito come l’ultimo leninista d’Italia o come l’imam di Kabul senza essere adeguatamente difeso dal resto dell’episcopato italiano. Egli subisce un’aggressione pesante, pesantissima ogni volta che tocca questo tema. Ma nella Chiesa non c’è la stessa sensibilità. Nel libro ricordo l’episodio di un parroco che, in una lettera a un missionario, lo rimproverava di essere diventato anche lui un buonista, di voler accogliere tutti, di essere un codino di sinistra. Mi chiedo: dove dobbiamo collocare nostro Signore, tra i codini di sinistra? Mi chiedo: ma quale Vangelo stiamo presentando? Anche l’ombra dei campanili si è un po’ accorciata. La Chiesa non può assolutamente tacere, perché il silenzio è sospetto, è sospetto!”.

L’integrazione deve cominciare dal basso, dai banchi di scuola e non dagli scranni di Montecitorio. Ma don Sciortino vuole chiarire anche i termini: “C’è un concetto di integrazione che nella mente di alcuni vuol dire che quanti arrivano in Italia devono dimenticarsi completamente dei propri valori, della propria storia, del proprio credo religioso. Lo straniero si deve dissolvere, deve assimilare i nostri valori anche se mi chiedo quali siano oggi questi nostri valori. Non possiamo chiamare integrazione il fatto che gli altri vengano assorbiti da noi. Non basta neppure stare insieme, vicini, gli uni accanto agli altri senza avere un minimo di interscambio, di contaminazione, di crescita reciproca. siamo anche noi che dobbiamo integrarci. È un cammino che ci coinvolge”.

Per lavarsi le mani lo slogan più usato è “aiutiamoli a casa loro”. Peccato che questo governo ha “massacrato la cooperazione. Ormai lo sport nazionale è diventato il taglio, il 5‰ è stato decurtato del 75%, da 400 milioni siamo passati a 100, ma gli anni scorsi si partiva da 800. Abbiamo firmato solennemente gli Obiettivi del millennio secondo cui entro il 2005 si sarebbe dovuto dimezzare il numero dei poveri del mondo. Ma l’Italia è tra gli ultimi posti nel mantenimento di questi impegni. Oggi se c’è una cooperazione che funziona davvero nei fatti è la cooperazione degli stranieri verso le loro nazioni con il fenomeno delle rimesse come del resto avveniva con gli italiani all’estero che mandavano i soldi a casa”

Don Sciortino conclude con un monito: “Non c’è un diritto illimitato all’accoglienza, ma il limite deve essere esclusivamente fisico o di risorse e non mentale”.

Piergiorgio Cattani

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