Un bottino di nome Siria

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Foto:  Cittanuova.it

«Sono tre anni che cerco al-Baghdadi. Qualche mese fa ho cominciato a ricevere delle informazioni utili, anche dall’intelligence»: parola di Donald Trump, che in prima persona rivendica con toni truci e beffardi l’operazione per individuare ed “eliminare” il pericolo pubblico numero uno, il capo carismatico dell’Isis che si era rifugiato a Idlib in una zona controllata dai jihadisti. Il presidente americano ringrazia quasi tutti (esclusa l’Ue), ringrazia i turchi e perfino i curdi, e lascia intendere, che adesso i soldati Usa possono lasciare la Siria e tornare a casa perché hanno sconfitto il terrorismo. Cosa tutt’altro che vera, senza contare che difficilmente i militari Usa lasceranno la base di al-Tanf, il semicerchio di 55 Km di raggio nel sud-est della Siria, al confine con Giordania e Iraq, perché da lì si tiene l’Iran sotto controllo. Ma questo Trump non lo ha detto.

Da 8 anni in Siria è in corso una guerra che si è voluto connotare mediaticamente come lotta contro un tiranno, che in origine era il presidente siriano Assad. Adesso il tiranno mediatico è diventato Erdogan. Chi sarà il prossimo? Ma la guerra in Siria è ben altro. Intanto dura da 8 anni e, in un intreccio complicatissimo, vi sono ampiamente e direttamente coinvolti Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Turchia, Iran, Libano e Israele. Oltre ai foreign fighter volontari delle formazioni jihadiste, che provengono da Europa, Medio Oriente, Nord Africa e Asia, Cina compresa: una sorta di internazionale salafita a sostegno di un arcipelago jihadista che comprende al Qaeda e la sua longa manus, al Nusra, che si è evoluta in Tahrir al Sham e in altre sigle.

E poi le feroci milizie filo-turche, le formazioni a guida curda (Ypg/Ypj) delle Sdf, ecc. Tutto questo nuota in un mare di armi “legittimamente” fornite ai belligeranti soprattutto da solide aziende occidentali, statunitensi ed europee, Italia compresa. Nessuno è esente da colpe nel massacro che va avanti imperterrito da 8 anni in Siria, in un cinico gioco di potere e affari spacciato per una manichea lotta tra buoni e cattivi. Anche nel recente accordo del 22 ottobre fra Erdogan e Putin sulla cosiddetta safe-zone, la popolazione del nord-est siriano (e non sono tutti curdi) non è praticamente considerata. Si parla solo di terroristi che se ne devono andare. Curdi che ieri erano utili per combattere i jihadisti, oggi sono sacrificabili ad altri interessi divenuti più importanti. E quindi abbandonati al massacro e all’esodo di massa.

L’accordo Putin-Erdogan “assicura” alcuni controlli, certamente non la vita e la pace della gente. Un accordo avallato anche dal presidente siriano Assad, che in cambio spera di riprendersi Idlib grazie ai russi. Da parte loro, i curdi hanno provato in tutti i modi a cercare una loro autonomia. E se questo è di per sè comprensibile e perfino giustificabile, non è stata molto intelligente la pretesa di mettere il minuscolo vaso d’argilla curdo in mezzo alle enormi botti di ferro dei potenti, sperando di vincere la scommessa ed uscirne non solo integri ma anche rafforzati. Nel 2017 i curdi siriani erano arrivati a controllare quasi un terzo della Siria, ben oltre la loro terra, pur essendo meno del 6% della popolazione siriana. Alla fine il sogno si è infranto, com’era prevedibile, di fronte all’opportunismo della Casa Bianca, alle pretese neo-ottomane dell’invadente vicino turco, agli interessi geopolitici del Cremlino, e ai tentativi espansionistici iraniani. La Siria è da tempo considerata soltanto un bottino da spartire tra potenti, sulla pelle dei siriani che non contano, la gente comune: bambini, anziani, giovani, donne, famiglie ed intere etnie. E ancora curdi, cristiani, alawiti, yazidi e minoranze di ogni genere.

Nel conto vanno messi anche i quasi 4 milioni di rifugiati in Turchia usati come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, i milioni di sfollati, mezzo milione di morti e qualche milione di feriti con conseguenze permanenti, un paese completamente distrutto. Una guerra di cui non si vede la fine e una ricostruzione, se e quando ci sarà, che si delinea già come un ghiotto business per i vincitori. Una cosa è certa: i vincitori non saranno certamente i siriani.

Bruno Cantamessa da Cittanuova.it

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