Hevrin Khalaf, la vigliacca guerra sul corpo delle donne

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Disegni di Anne Scafetta da Traccevolanti.com

“Come mi duole la testa, madre, dentro di me qualcosa resiste a scendere ancora una volta in quelle grotte, negli inferi, nell’Ade, dove fin dai tempi antichi si muore e si rinasce, dove con l’humus dei morti si cuoce ciò che è vivo, dalle Madri dunque, dalla dea della morte, all’indietro. Ma che significa avanti, che significa indietro”…

Guardando e riguardando un brano del video che mostra il corpo sfigurato di Hevrin Khalaf, la paladina curda delle donne, il suo volto coperto di polvere…, ritornano, come un mantra che sa di pianto, le parole di Medea.  Secondo le prime testimonianze, avrete letto, sarebbe stata violentata e poi lapidata. Due giorni fa, il referto medico che (leggo su Il Foglio) non fa meno orrore.  “Come mi duole la testa, madre..” come un soffio il lamento di Medea. Naturalmente l’altra Medea, quella di Christa Wolf, che racconta una storia diversa da quella che ci ha consegnato Euripide della maga barbara, assassina, dalle passioni disumane… La Medea ritrovata nelle fonti antecedenti Euripide che, sembra per quindici talenti, manipolò la storia per ragioni di stato. Serve sempre, allora come oggi, una donna da lapidare, e chi meglio della donna che conosce il delitto su cui si fonda il dominio patriarcale e, tenace e ostinata, vi si oppone…

Lapidata e brutalizzata, la leader del partito del Futuro della Siria. E come bruciano queste immagini… che penso però bisogna guardare, come penso vadano viste, sempre, tutte le immagini di violenze “pubbliche”. Come sono le guerre, che sempre grondano di vigliaccheria. Guerre nelle quali, non dimentichiamolo, ciascuno porta il suo ritaglio di responsabilità. La nostra, oggi, ha il profilo mostruoso degli elicotteri Augusta A129, e l’odore acre (non è vero che pecunia non olet) degli 890 milioni di euro di forniture di materiale di armamento, destinazione Turchia, che, secondo la denuncia della Rete italiana per il Disarmo, sono stati autorizzati negli ultimi quattro anni… Hevrin Khalaf, colpita al capo e brutalizzata… hanno la violenza oscena dello stupro quella “lacerazione dell’angolo della bocca”, quei fori sull’addome, quei “colpi di arma appuntita nella parte posteriore delle gambe”, che uno stupro, non riesco a non pensare, hanno in qualche modo simulato. Atto osceno, violento e compulsivo. Provate a immaginare…

Il corpo delle donne, e la violenza su questo corpo da sempre usata come arma di guerra. Arma potente, che mortifica, uccide l’anima, sfregia per sempre il corpo, ne sancisce il definitivo possesso. Pensando alle donne violate di tutte le guerre, quelle di cui si è, scandalizzandoci, parlato, quelle di cui non ci scandalizziamo perché possiamo dire di non sapere… Ma così sempre è stato, nella nostra “civiltà”, risalendo risalendo, pensateci, fino al ratto delle Sabine (Tito Livio racconta che, rapite perché “penuriā mulierum hominis aetatem duratura magnitudo erat”, divennero tutte mogli e ben trattate, ma rimane di fatto il primo grande stupro collettivo che credo quelle donne avrebbero ben denunciato se fossero state loro a scriverla, la storia).

A margine, ma non tanto. Come non pensare, con scoramento, alla risoluzione approvata nella primavera scorsa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu che condanna l’uso dello stupro come arma in guerra (astenuti Russia e Cina) ma che, per superare il veto degli Stati Uniti, elimina non solo uno dei suoi elementi più importanti (l’istituzione di un meccanismo formale per monitorare e segnalare le atrocità durante la guerra) ma anche la parte che riguarda “l’assistenza alla salute riproduttiva”, che era riconoscimento del diritto delle vittime ad abortire. Anche questa violenza sul corpo delle donne, già dalla guerra violentate… ché sempre dal presunto diritto di disporne nasce… 

Pensando a Hevrin Khalaf, alla sua bellezza, così calpestata… Bisogna guardarlo, e vederlo, quel volto confuso nella polvere, anche se fa male. E non vi fate scoraggiare dagli avvisi che mettono in guardia: “queste immagini potrebbero ledere la sensibilità”. E’ ora che la nostra sensibilità venga lesa, perché solo guardando in faccia le cose, a volte, si capisce (e francamente la mia sensibilità viene ben più turbata dalla pubblicità che precede il video, e che non puoi saltare, data la presunta “appetibilità” delle immagini che seguono. Ma questo è il mondo che ci siamo costruiti…) Bisogna dunque guardarle quelle immagini polverose, ricordando Hevrin Khalaf e quanto grande era la bellezza pulita, fiera e serena del suo viso. Riguardarle e poi trasformare, quella polvere, dentro ognuno di noi, in altro…

Questo altro io l’ho trovato in un disegno che accompagna le parole di Annelise e Valeria Scafetta (dal bel blog www.traccevolanti.com) che hanno pensato di coprire il viso e il corpo di Hevrin Khalaf con la sua bandiera e “di far volare dal suo sangue, nel cielo e non nella polvere, petali e uccelli a portare ovunque quanto ha fatto, per poter continuare sulla sua strada”. Ecco, nel disegno di Anne… “La sua icona diventa una statua di pace che cresce come un albero, con rami ricoperti di foglie, simbolo di rinascita, nel sole di quello stesso vessillo per cui ha lottato fino all’ultimo istante di vita”.

Penso che piacerebbe, questo disegno, alla paladina curda delle donne.  Riguardando le foto del suo bel volto… il suo sguardo… ancora ritorna lo sguardo di Medea, l’altra Medea, incorruttibile e irriducibile, quella che “prima di ucciderla, per ucciderla, avrebbero dovuto uccidere il suo orgoglio”. E immagine più bella non riesco a trovare di donna…

Francesca de Carolis da Remocontro.it

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