Riconciliazione

Stampa

“Non esiste una facile roadmap per la riconciliazione. Non ci sono scorciatoie o semplici ricette per curare le ferite e le divisioni di una società nel periodo che segue forti violenze. Creare fiducia e comprensione reciproca tra vecchi nemici è una sfida estremamente difficile. Ma è essenziale, comunque, se si vuole progettare la costruzione di una pace durevole. Esaminando il passato doloroso, riconoscendolo e comprendendolo, e soprattutto superandolo insieme, è il miglior modo per garantire che non accada e non possa accadere di nuovo” (Desmomd Tutu)

 

Introduzione

Secondo Johan Galtung il percorso post-conflitto si struttura in tre fasi: Ricostruzione, Riconciliazione, Risoluzione. La fase della Ricostruzione ha lo scopo di riportare le condizioni delle parti in conflitto a come erano prima dello stesso conflitto, curare le persone ferite, ricostruire i beni materiali distrutti, riavviare l’economia.

La fase delle Riconciliazione ha lo scopo di rendere le parti in conflitto capaci di cessare la violenza e riprendere a dialogare per la ricostruzione della società accettando di vivere insieme, mentre la fase della Risoluzione del conflitto ha lo scopo di risolvere le sue cause, eliminando le ragioni stesse per l’odio e la violenza in modo da garantire una pace duratura. Per Galtung esistono almeno dodici differenti approcci alla riconciliazione, ovvero modi di intendere un percorso di riconciliazione, gli strumenti usati e ciò che bisogna fare per realizzare l’obiettivo di tornare ad essere una società i cui membri vivono in pace. Questi approcci vanno dal “punitivo” al “riparativo”, dal “penitenziale” al “discolpatorio” e prevedono diversi strumenti e applicazioni.

Secondo un altro famoso studioso Jean Paul Lederach, invece, le fasi della riconciliazione sono quattro: Verità, Giustizia, Perdono e Pace. La Verità serve a perseguire la Giustizia che però deve essere intesa non come giustizia punitiva ma piuttosto come “riconoscimento” dei torti e disponibilità a cambiare gli atteggiamenti sbagliati. Per questo – spiega Lederach – mentre nella maggior parte dei casi il concetto di “giustizia” viene percepito come opposto a quello di “perdono”, nella sua teoria sono l’uno complementare all’altro. Non vi sarebbe giustizia se chi ha subito il torto non è pronto ad accettare la riparazione dell’altro, qui intesa soprattutto come disponibilità a creare relazioni diverse da quella conflittuale. In questo senso il risultato di “giustizia” e “perdono” combinati insieme è la Pace.

Come si può notare, in questo campo scientifico, teorie assolute e sistemi rigidamente intesi non esistono. Di tentativi di sistematizzazione delle teorie ce ne sono molti e non necessariamente gli uni fanno riferimento agli altri o i secondi sono l’evoluzione dei primi. Anche se la peace research ha fornito negli anni alcuni paradigmi di riferimento e diffuso termini e concetti condivisi da tutta la comunità scientifica, la “riconciliazione” rimane un terreno ancora poco esplorato sia in teoria che in pratica e – direi – soprattutto in quest’ultima.

Come sostengono gli autori del manuale “Riconciliation after violent conflict” edito dall’International Institute for Democracy and Electoral Assistance di Bonn, “Riconciliazione è un termine complesso e non c’è accordo circa la sua definizione”. A questo punto cercherei di esplorare il significato della “riconciliazione”, qui intesa come fenomeno sociale – culturale – politico complesso che coinvolge società intere in fasi di post-conflitto, anche se sono sicuro che i meccanismi e le dinamiche che sottendono questa attività sarebbero le stesse anche se parlassimo di riconciliazione tra individui o tra famiglie o piccoli gruppi sociali. La riconciliazione, dunque, è una fase del lungo processo di costruzione della pace, ma in che rapporto sta con la pace stessa e con le altre fasi di questo processo?

 

Gli attori della riconciliazione

La prima cosa da osservare è che il processo di riconciliazione va inserito in un contesto reale che, in quanto tale, avrà forti limiti e condizionamenti da fattori storici, sociali, culturali e demografici. Ciò significa che dobbiamo sempre avere presente che le società non sono mai un “corpo unico”. Sono costituite di gruppi di “attori” che hanno interessi e potenzialità diverse. Ogni azione di pace, pertanto, viene sempre preceduta da quella che gli studiosi chiamano “conflict analysis” o “conflict assessment”. Esistono tanti modi e strumenti per condurre queste analisi, sviluppati negli anni dai teorici delle università o dei centri di ricerca, piuttosto che dai funzionari dei Governi e delle Organizzazioni Internazionali, piuttosto che dalle organizzazioni non governative.

Tutti questi diversi procedimenti di analisi tendono a “leggere” la composizione dei conflitti, a chiarirne i contorni, a riconoscerne le cause, riuscendo a dare – dove possibile – un ruolo a ciascun attore. Si va dai gruppi che hanno forti interessi nel conflitto e nella lotta per il potere, a quelli che con il loro consenso hanno reso possibile l’escalation, fino ai gruppi che hanno sempre osteggiato la violenza e a quanti lavorano sul terreno per ricostruire la pace e tentare il dialogo tra le parti anche a costo della loro stessa incolumità. Questi soggetti, che si definiscono “peace constituencies”, in genere sono i partner locali con i quali le organizzazioni internazionali che si occupano di riconciliazione lavorano sul terreno.

Un processo di riconciliazione, infatti, può nascere a livello delle leadership politiche attraverso le attività diplomatiche ufficiali ma può anche nascere e svilupparsi dal basso, nel corpo sociale, per arrivare ad influenzare la politiche del paese. È il caso di Cipro dove, tra il 2005 e il 2008, le rispettive elezioni al nord e al sud dell’isola, hanno posto al vertice delle due strutture statuali (la Repubblica di Cipro e la autoproclamata Repubblica Turca di Cipro Nord) due presidenti “dialoganti” al posto di due fortemente nazionalisti. Il risultato delle elezioni è stato fortemente condizionato dal lavoro sull’opinione pubblica e capillarmente nella società fatto negli anni precedenti dagli attori internazionali e locali a tutti i livelli, dalle associazioni della società civile per il dialogo e la riconciliazione, fino alle Nazioni Unite e alle diplomazie ufficiali, ma sempre rivolto alla cittadinanza.

 

Le fasi del processo di costruzione della pace

Una volta chiarito chi sono gli attori sul campo e con quali si lavorerà a stretto contatto, bisogna avere una conoscenza delle dinamiche del conflitto e delle sue fasi. Ovvero stabilire se si è in presenza di condizioni di dialogo o se non ve ne sono. E, ricordandoci che interveniamo in una società diversificata, quali sono i rischi per i nostri partner che si apprestano a condividere con noi un percorso di riconciliazione da parte delle rispettive (da un lato e dall’altro) parti nazionaliste.

Un calcolo del rischio è sempre necessario ma è altresì necessario non abbandonare i soggetti comunque intenzionati a promuovere il dialogo e la riconciliazione nei territori post-conflitto, anche se può essere rischioso. Un processo di riconciliazione ha, dunque, una fase che la precede in cui si creano le condizioni per rendere possibile un cammino di riconciliazione. Queste condizioni sono la fiducia e il dialogo.

Bisogna ancora una volta sottolineare che, essendo in presenza di un corpo non uniforme e in continua evoluzione, parlare di fasi ha un valore sicuramente teorico e scientifico, in quanto ci aiuta ad analizzare la realtà, ma saremmo fortemente in errore se pensassimo che nella realtà esse si possano presentare in maniera lineare e compiuta. Il confine tra una fase ed un’altra ha almeno tre elementi di instabilità: il tempo, la pluralità di attori, l’incertezza.

Per prima cosa (il fattore tempo) va detto che non sono necessariamente lineari. Ovvero spesso capita, avendo raggiunto una fase avanzata, di dover tornare indietro alle fase precedenti. Questo, ad esempio, accade ogni volta che le parti nazionaliste e contrarie al processo di pace e alla riconciliazione, provocano incidenti e violenze per bloccare tali processi. Di conseguenza la gente si sente in pericolo ad appoggiare un processo di dialogo pur continuando a crederci o, nella peggiore delle ipotesi, può addirittura perdere in maniera definitiva la fiducia in esso.

Il secondo elemento è la pluralità di attori, per cui spesso avviene che uno strato di società percorre una fase diversa dagli altri strati. Ad esempio, nel conflitto in Colombia, il ceto borghese che abita nelle città è poco interessato al processo di riconciliazione e preferisce che il Governo usi ogni mezzo per sradicare la guerriglia, in quanto la “sicurezza” garantisce investimenti e stabilità economica.

Ma la gente che abita le campagne e che si trova in mezzo tra la guerriglia e la repressione militare e paramilitare, preferirebbe che il processo di riconciliazione andasse avanti con metodi meno violenti, in quanto i primi a pagare il prezzo della repressione sono proprio loro. Ovviamente, in ogni conflitto ci sono quelli che subiscono e quelli che hanno interesse a mantenere alta la tensione, sia chi ha il controllo delle armi sia chi con queste armi avvia fiorenti commerci o si mantiene al potere. Per cui quando parliamo di fasi di un processo di pace, dobbiamo chiarire se tale processo coinvolge la società nel suo insieme o solamente alcuni soggetti che stanno compiendo questo percorso al loro interno.

La terza incertezza è dovuta al fatto che un determinato soggetto in un determinato momento può sentirsi intrinsecamente “confuso” ed “incerto” sul da farsi e avere motivazioni divergenti o fortemente limitate dalla paura o dai condizionamenti culturali ambientali. Fatta questa doverosa premessa, osserviamo da vicino le fasi del processo di pace. Ognuna delle fasi di “Costruzione di fiducia”, di “Dialogo” e di “Riconciliazione” prevedono al loro interno alcuni step progressivi.

La costruzione di fiducia costituisce essa stessa un percorso difficile e complesso in cui entrano in gioco diversi fattori economici, culturali, umani e professionali. Va costruita lentamente e in maniera profonda, non esistono tempi certi che possano essere progettati secondo i criteri comuni della progettazione di emergenza perché le variabili sono tante e tali e sono molto difficili da prevedere. Osserviamo lo schema sottoriportato:

Innanzitutto un percorso di confidence building tra parti in conflitto non può essere efficacemente gestito se non si creano le precondizioni necessarie: va costruita la fiducia nella cosiddetta terza parte (esterna e neutrale, quella che interviene per facilitare un processo di pace), in seguito bisogna costruire e solidificare la fiducia nel processo, per evitare che alle prime difficoltà le parti si tirino indietro o non siano disposte a compiere sacrifici e ad impegnarsi.

Ma anche per evitare che percepiscano il processo di pace come qualcosa di imposto o calato dall’alto che interessa principalmente gli attori esterni. Il concetto di ownership è fortemente collegato a questa fase. Solo dopo queste due priorità si può sperare di iniziare a costruire fiducia tra le parti. Quando le motivazioni a cominciare un percorso di dialogo sono salde e la fiducia lo consente allora le parti sono in condizioni di dialogare fra loro. Ma non in maniera indipendente, o almeno, non da subito.

Per dialogo “indiretto” intendiamo quando le parti non sono disposte o non sono in condizioni ad incontrarsi fra loro, ma accettano di collaborare con la medesima terza parte. La difficoltà dei mediatori sarà dunque quella di arrivare a creare le condizioni affinché un primo momento di dialogo possa avvenire in sicurezza, e senza scatenare reazioni violente all’interno del contesto politico e sociale. È ciò che è stato realizzato, ad esempio, in questi mesi dalla Provincia di Gorizia in Kossovo.

Alcuni rappresentanti della Municipalità di Mitrovica (sud, parte albanese) hanno incontrato i rappresentanti della Municipalità di Leposavic (nord, parte serba) per discutere di eventuali programmi di sviluppo congiunto tra imprenditori albanesi e serbi, con la facilitazione degli italiani. Il dialogo è cominciato a distanza, quando tutti i soggetti si dichiaravano non disposti ad attraversare la linea di confine, ed è continuato con periodici incontri in zone neutrali fino ad arrivare ad una maggiore consuetudine ma sempre conservando un profilo basso per non scatenare reazioni indesiderate. Per “diretto”, intendiamo un dialogo tra le parti non ancora indipendente, quindi facilitato dalla presenza di mediatori, mentre per “indipendente” intendiamo un dialogo diretto che non ha bisogno della presenza “fisica” dei mediatori. In questa fase, ovviamente, i facilitatori o mediatori possono e devono continuare a sostenere a distanza il dialogo, sia dal punto di vista motivazionale che – se ve ne è la necessità e la possibilità – materiale.

 

Le fasi della Riconciliazione

L’ultima fase, quella della riconciliazione è la più lunga, proprio perché comincia ad avere a che fare con le cause stesse del conflitto e con la necessità di trovare soluzioni adeguate. Può infatti durare anche generazioni, ed è normalmente la fase che viene dimenticata dalle Istituzioni internazionali, generalmente più dedite a gestire le crisi e ad inseguire le emergenze che a portare a compimento lunghi e costosi processi di riconciliazione. Proprio per il rapporto con elementi di difficile attuazione, come la giustizia e il perdono, la restituzione e il riconoscimento, la riconciliazione è un percorso molto complesso e difficile.

Esso consiste, in un primo passaggio, in un riconoscimento del diritto dell’altro a coabitare nello stesso spazio e a condividere le risorse (e il potere) che hanno costituito la causa del conflitto. È la fase, ad esempio, del ritorno dei profughi dopo una pulizia etnica e questo spiega perché i programmi di ritorno dei profughi finanziati dalla Comunità Internazionale spesso falliscano, in quanto non preceduti da adeguate fasi di costruzione della fiducia e di dialogo, notoriamente attività poco finanziate ed intraprese come prioritarie solo dalla società civile, soprattutto in passato.

Successivamente, se vi è accettazione di un’idea di condivisione delle risorse, si può costruire la disponibilità a “cooperare” ovvero ad operare in maniera congiunta per ottimizzare lo sfruttamento delle risorse per il beneficio sia di una parte che dell’altra. Questo significa, dal punto di vista tecnico, un lento passaggio da un negoziato distributivo ad uno integrativo (in cui le risorse invece di essere semplicemente divise – distribuite – vengono utilizzate con criteri di equità creativi e innovativi, tra cui quando possibile l’utilizzo congiunto.

L’ultimo passaggio, per garantire una pace duratura, è la costruzione di una memoria il più possibile condivisa, anche basata su esperienze e punti di vista diversi, ma resi noti a tutti, storicamente verificati e non strumentalizzabili, in modo da rendere impossibile o almeno difficile, un ritorno all’escalation violenta per mano di gruppi irriducibili di nazionalisti e manipolatori dell’opinione e dei sentimenti della gente. Solo così la pace, forse, avrà una chance concreta di resistere nel tempo.

 

Bibliografia

Bloomfield D., Barnes T., Huyse L.; Reconciliation after violent conflict. A Handobook; International IDEA; Stockholm 2003.

Galtung J.; After Violence: 3R, Reconstruction, Reconciliation, Resolution: Coping with visible and invisible effects of war and violence; Transcend.

Galtung J.; La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici; UNDP / Centro Studi Sereno Regis; Torino, 2006.

Lambourne, W.; Post-Conflict Peacebuilding: Meeting Human Needs for Justice and Reconciliation" Peace, Conflict and Development, No. 4 , 2004.

Lederach J.P.; Building peace: Sustainable reconciliation in divided societies; Hemdon, USIP Press: Washington 1997.

Natali G. (a cura di); Diplomazia dal basso. L’esperienza di «Dialoghi di pace» a Cipro; Edizioni Punto Rosso / Carta; Milano 2007.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Davide Berruti)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Riconciliazione" di Unimondo: www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Riconciliazione.

Video

'Invictus': Time to Rebuild Our Nation