Un disastro chiamato Yemen (1)

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Mentre la guerra che insanguina lo Yemen si appresta ad entrare nel quinto anno, gli Emirati Arabi Uniti annunciano il loro imminente ritiro dalla città portuale di Hodeida, cruciale snodo commerciale sul mar Rosso e principale fonte di approdo per gli aiuti umanitari. La mossa viene motivata in via ufficiale con la volontà di pervenire ad un processo di pace effettivo, in grado di concretizzare in modo sostanziale i termini degli accordi di pace di Stoccolma siglati a dicembre 2018, secondo cui i ribelli Houthi e l'avversa coalizione a guida saudita che sostiene il governo in esilio del presidente Hadi si impegnavano a ritirarsi da tre porti strategici sul mar Rosso - Hodeida, Saleef, Ras Isa - per lasciare spazio a una non meglio precisata "compagine di sicurezza yemenita". 

Il parziale disimpegno ha un valenza strategica ancora non chiara: gli emiratini sono stretti alleati dei sauditi nella coalizione che dal 2015 è entrata nel conflitto yemenita per ripristinare il governo Hadi contro i ribelli Houthi, il ritiro suona a prima vista come un'ammissione di sconfitta, sebbene gli ufficiali abbiano assicurato che la decisione, maturata in lunghi mesi di attenta discussione, sia volta ad affidare il controllo del porto a truppe yemenite addestrate dagli stessi emiratini. Un'interpretazione diversa della scelta potrebbe essere invece quella legata ai contrasti interni alla coalizione saudita: non è un mistero che nella compagine avversa agli Houthi è l'Arabia Saudita il principale sponsor del presidente in esilio Hadi, mentre gli Emirati sono sempre stati considerati più vicini alle istanze indipendentiste dei separatisti del sud, terzo e ingombrante attore sullo scenario yemenita.

Vero e propria scelta strategica o mero artificio tattico che sia, l'annuncio degli EAU evidenzia la distanza che separa il tavolo negoziale - o presunto tale - da quello bellico: incerto, zoppicante, inevitabilmente macchinoso il primo, spietato, indiscriminato e in continuo aggiornamento il secondo. L'ultimo episodio è quello del 2 luglio, quando un raid da parte dei ribelli Houthi ha colpito l'aeroporto di Abha- città vicina al confine e situata al confine sud ovest dell'Arabia Saudita - ferendo 9 civili. Attacco portato a termine con i droni e contro un aeroporto al confine, in quella che ormai è diventata un modus operandiricorrente.

DRONI E AEROPORTI: GLI ULTIMI SVILUPPI -Che quello sopra descritto sia uno schema consuetudinario lo dimostrano gli innumerevoli precedenti: il 23 giugno la notizia gli Houthi avevano sferrato un'offensiva sempre contro l'aeroporto di Abha, sud ovest dell'Arabia Saudita, in un'operazione che ha visto un bilancio di una vittima e 22 feriti. La notizia era stata riportata come al solito da al Masirah, tv vicina ai ribelli Houthi, che ha parlato anche di un ulteriore attaccoad un altro aeroporto meridionale saudita, quello di Jizan; a differenza dell'offensiva di Abha, tuttavia, le fonti della coalizione saudita avversa agli Houthi non avevano confermato questo secondo attacco. 

Il 16 giugno i droni Houthi avevano messo nel mirino ancora gli aeroporti di Abha e Jizan, e la coalizione saudita aveva risposto attaccando postazioni militari nei pressi della capitale yemenita Sanaa, controllata dai ribelli Houthi; a fine maggio, ancora un volta con droni imbottiti di esplosivo, ad essere preso di mira era stato l'aeroporto di Jizan, offensiva neutralizzata dai sistemi di difesa sauditi che avevano intercettato e distrutto il velivolo avversario, e ancora prima il target di guerra era stato l'aeroporto di Najran. Aeroporti civili, quelli sauditi, che però sovente ospitano anche basi militari e centri di difesa aerei, che diventano quindi l'obiettivo degli attacchi dei ribelli yemeniti. 

Un continuo botta e risposta a cadenza regolare che lascia intravedere pochissime speranze di arrivare a colloqui di pace duraturi per risolvere una guerra, quella che dilania lo Yemen, che continua a mietere migliaia di vittime: un bagno di sangue che ha il suo abbrivio nel 2011 come guerra civile in senso proprio, con i ribelli Houthi che combattono il governo Hadi (salito al potere al posto di Saleh, autoritario padrone dello Yemen spodestato dai moti rivoluzionari), ma che dal 2015, con l'ingresso in campo dell'Arabia Saudita e della coalizione ad essa agganciata, ha subìto una recrudescenza ancora più violenta.

LE ORIGINI: I MOTI DEL 2011 - i moti rivoluzionari che attraversano buona parte dei Paesi del Medio Oriente nei primi mesi del 2011 coinvolgono anche lo Yemen. L'autoritario presidente Ali Abdullah Salehal potere dal 1978, è costretto a cedere la guida del Paese a marzo del 2012; sotto la forte pressione della rivolta popolare, Saleh viene sostituito alla guida dell'esecutivo da Abdarabbuh Mansour Hadi, nell'ambito di un accordo negoziato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo - e avallato dalle Nazioni Unite - secondo cui il dimissionario Saleh, in cambio dell'amnistia per lui e la sua cerchia, avrebbe acconsentito ad un governo di transizione politica formato dal suo partito più la principale fazione di opposizione. 

Il neo-presidente Hadi deve affrontare una situazione molto complessa, che ai gravi problemi interni legati soprattutto alla corruzione, all'organizzazione del sistema interno di sicurezza e alle enormi sacche di povertà incistatesi in trent'anni di regime, vede affiancarsi lo spettro delle divisioni interne e la crescita dei movimenti jihadisti, che individuano nell'incertezza politico-istituzionale terreno fertile per la loro crescita, soprattutto nel sud del Paese. Il movimento Houthi è un gruppo politico-militare nato nel 1992, aderente al ramo sciita degli zayditi e che ha nella città nordoccidentale Saada la sua base; il gruppo è un avversario storico di Saleh, che ha combattuto a più riprese nel corso degli anni tentando invano di intaccarne il potere. 

Tuttavia, insoddisfatti delle decisioni del governo e in particolare del nuovo assetto federale progettato da Hadi, gli Houthi iniziano a intravedere nel possibile asse con Saleh - a sua volta critico verso Hadi per la riforma degli apparati di sicurezza, che vengono epurati dai suoi fedelissimi - il mezzo per mettere in discussione il governo di transizione: e così l'acerrimo nemico di anni diventa un alleato tattico ideale.

Nella primavera del 2014, così, gli Houthi decidono di marciare verso la regione di Amran (44 chilometri a nord di Sanaa) con l'appoggio degli uomini fedeli all'ex presidente Saleh, e da lì a breve riusciranno, oltre che a consolidare la presa e il controllo sulle regioni settentrionali del Paese (in cui già potevano godere di una forte presenza nella loro roccaforte Sadaa), ad arrivare fino alla capitale Sanaaoccupata di fatto nel settembre del 2014 anche grazie alla partecipazione di larghe frange dell'esercito rimaste legate a Saleh.

La svolta è però di qualche mese successiva: in barba agli accordi di pace - in cui peraltro gli stessi ribelli erano parte in causa - volti alla formazione di un governo d'emergenza, nel gennaio del 2015 gli Houthi occupano il palazzo presidenziale e proclamano il Consiglio Rivoluzionario. Il governo Hadi, ormai sotto assedio, è costretto all'esilio nella città meridionale di Aden, che da allora è sede dell'unico e molto precario esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale. (Segue...)

Michele Focaroli

Classe 1988, Roma, nato, cresciuto e allevato in mezzo ai giornali, che - insieme al caffè - a casa non sono mancati mai, nemmeno per un giorno. Ho studiato Relazioni Internazionali, unendo così la passione per lo studio a quello per la scrittura, che pratico con continuità da qualche anno. Da tempo mi occupo prevalentemente di Medio Oriente, cercando di far emergere, oltre al quadro geopolitico, il contesto sociale e le istanze delle popolazioni locali. Essenziale, in questo senso, è stato l'anno di Servizio Civile in FOCSIV, che mi ha insegnato a coniugare la professionalità con la passione, e a non perdere mai d'occhio la centralità delle persone. Mi piace approfondire, problematizzare, mettermi alla prova; cerco di ascoltare e di capire prima di parlare e di scrivere. Appena posso mi piace viaggiare, e, più di tutto, amo la musica, che riempie la mia testa e le mie mani ogni giorno: la ascolto, provo a scriverla, poi con la chitarra cerco di darle una forma.

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