L’omicidio di Cisterna di Latina e quell’arma d’ordinanza

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La pistola Beretta 98FS in dotazione ai militari italiani - Foto: Wikipedia

“Perché aveva ancora la pistola d’ordinanza?”. “Non lo so, non lo chieda a me”. La domanda della giornalista di TGcom24 all’avvocato Maria Belli, il legale della signora Antonietta Gargiulo solleva una questione che molti si sono posti a seguito dell’efferato omicidio di Cisterna di Latina. Come noto, mercoledì scorso l’appuntato dei Carabinieri, Luigi Capasso, ha sparato con la sua arma d’ordinanza alla moglie Antonietta Gargiulo ferendola gravemente e successivamente è salito in casa dove ha sparato tre colpi uccidendo le figlie Martina e Alessia di 7 e 13 anni e successivamente, sempre con la pistola d’ordinanza, si è suicidato.

Una tragedia annunciata

Diversi commentatori hanno evidenziato che l’omicidio ha tutte le caratteristiche di una strage annunciata”. La moglie Antonietta già lo scorso settembre si era rivolta alla Questura di Latina dove aveva presentato un esposto a seguito dell’aggressione che aveva subito dal marito davanti all’azienda durante un pausa di lavoro e anche nei pressi dell’abitazione davanti alle figlie. Lo scorso gennaio, Antonietta si era presentata al Commissariato di polizia di Cisterna di Latina, dove era stata convocata a seguito dell’esposto presentato dal marito che la accusava di tenerlo lontano dalle bambine, e ribadiva di avere paura del marito “per il suo carattere violento e aggressivo”. La situazione di tensione era nota anche al parroco e la donna aveva chiesto l’aiuto dei servizi sociali per le bambine. Antonietta si era rivolta più volte anche al comandante dei carabinieri della Caserma di Velletri, dove il marito era in servizio, per metterlo al corrente della situazione.

Non aveva però sporto denuncia. Come ha spiegato l’avvocato Belli, Capasso aveva implorato la moglie di non denunciarlo: «La mia cliente non ha voluto denunciarlo perché era sicura che lui avrebbe perso il lavoro». Una nuova denuncia, dopo quella che il carabiniere aveva già subito per truffa, avrebbe potuto renderlo passibile di sospensione. Capasso era stato sospeso dal servizio per cinque anni, dal 2009 al 2015, per una truffa alle assicurazioni: il reato penale era andato in prescrizione e così il carabiniere fu reintegrato e trasferito dalla caserma di Aprilia a quella di Velletri. Quando richiese un alloggio in caserma a Capasso venne offerto dall’Arma, come da prassi, un sostegno psicologico per superare la separazione, ma lui rifiutò sostenendo di avere già il supporto del suo psicologo: per questo fu obbligato a sottoporsi a una visita psicologica davanti a una commissione che gli diede otto giorni di riposo e lo dichiarò idoneo al servizio. 

Nessuno specifico provvedimento fu quindi preso. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, commentando la tragedia ha dichiarato che “su queste questioni ci sono troppe sottovalutazioni: per troppo tempo e a volte anche con una incapacità di guardare alla realtà, non si comprende quale minaccia è messa in campo”. Due Procure, quella ordinaria e quella militare, e lo stesso Comando generale dei carabinieri, stanno indagando per capire se vi siano state responsabilità o omissioni da parte di istituzioni o soggetti che sono entrati in contatto con la famiglia.

Un fatto isolato o la punta di un iceberg?

Vi è però una serie di questioni che vanno al di là delle specifiche responsabilità del caso e che andrebbero considerate attentamente. La prima, e più importante, è se si tratti di un fatto isolato o se, invece, questa vicenda sia indicativa di un fenomeno più ampio e, di conseguenza, a quali aspetti occorrerebbe prestare particolare attenzione per cercare di prevenirlo. Il tentato omicidio della moglie e l’omicidio delle figlie va inquadrato, innanzitutto, all’interno del fenomeno che viene definito come femminicidio. Il neologismo sociologico, coniato da Marcella Lagarde, viene usato per indicare “tutte le violenze che una donna può subire nella vita in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale e che possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di sofferenze fisiche e psichiche”.

Due recenti ricerche hanno fatto luce sulla rilevanza di questo fenomeno in Italia. La prima  è stata pubblicata nel novembre del 2015 dall’Istituto EURES Ricerche Economiche e Sociali col titolo: “Terzo Rapporto su caratteristiche, dinamiche e profili di rischio del femminicidio in Italia” del novembre 2015 (qui in .pdf). La seconda, pubblicata nel febbraio 2017, è a cura del Servizio Studi del Senato: “Violenza di genere e femminicidio: dalla ratifica della Convenzione di Istanbul all’istituzione di una Commissione di inchiesta ad hoc” (qui in .pdf).

L’arma del femminicidio

Uno degli aspetti ai quali si è posta poca attenzione è quello dell’arma utilizzata per commettere un femminicidio. La ricerca di EURES, che prende in esame il periodo 2010-14, evidenzia che il 28,2% dei “femminicidi familiari” è compiuto con un’arma da fuoco: una percentuale inferiore solo a quella per armi da taglio (30,3%) e superiore a tutte le altre, cioè ad arma impropria (11,1%), strangolamento (8,5%), percosse (6,2%) e soffocamento (6,25). La ricerca curata dal Servizio Studi del Senato, che si riferisce in questo caso solo all’anno 2015, riporta una percentuale di femminicidi compiuti con armi da fuoco più alta (30,1%), inferiore solo alle armi da taglio (32,5%) e ampiamente superiore alle armi improprie (12,2%), allo strangolamento (9%) e al soffocamento (5,6%).

Le due indagini non specificano se i femminicidi siano stati tutti compiuti con armi regolarmente detenute, ma – come ha evidenziato una nota dell’Osservatorio OPAL di Brescia –  “appare comunque evidente l’ampia incidenza delle armi da fuoco nei femminicidi sia in relazione alla limitata disponibilità generale delle medesime, sia in rapporto agli strumenti da taglio che, come noto, sono invece ampiamente diffusi e facilmente accessibili a tutti”. Non vi è un dato preciso e ufficiale sul numero di persone che detengono legalmente armi da fuoco, ma anche le stime più generose indicano che meno di un italiano su dieci ne sia in possesso: ma – ed è questo il punto –  quasi un femminicidio su tre è compiuto con armi da fuoco. In altre parole, le armi da fuoco sono la vera arma dei femminicidi.

Femminicidi e armi d’ordinanza

Una parte considerevole dei femminicidi è compiuto da uomini in divisa (militari, forze dell’ordine e guardie giurate) con armi in dotazione per compiere la loro attività, cioè con armi d’ordinanza.  Non ho trovato statistiche di medio-lungo periodo (se qualche lettore le ha me le mandi, indicandomi la fonte, grazie!), ma secondo i dati pubblicati da La Repubblica – e riportati in questo articolo –  “il numero di donne uccise da agenti con la pistola d’ordinanza sarebbe percentualmente più alto rispetto agli altri”. “Nel 2017 gli uomini in divisa che hanno commesso un femminicidio con la pistola d’ordinanza sono stati 10 su 117, l’8,5%. Ma questo dato va messo a confronto con altri due: il primo è il fatto che gli agenti armati fra i 18 e i 65 anni in Italia sono 450mila, il 2,5% della popolazione maschile; il secondo è che solo il 12,8% dei femminicidi è stato commesso con una pistola. Quindi tre uomini su quattro, fra quelli che sparano contro la propria compagna, sono agenti della forza pubblica o guardie giurate” – riporta l’articolo.

In altre parole, il numero di femminicidi compiuti da agenti con la pistola d’ordinanza, seppur all'apparenza basso (sono 10, nel 2017) è estremamente rilevante se si considera il tasso di incidenza: mentre, infatti, nel 2017 il tasso di femminicidi compiuti con qualsiasi tipo di arma dalla popolazione maschile italiana (in età tra i 20 e 90 anni) è pari allo 0,50  per 100.000, quello dei femminicidi compiuti, con armi d’ordinanza, da uomini in divisa è di 2,22 per 100.000, cioè di fatto è quattro volte superiore al tasso nazionale. Questo dato, seppur parziale perché limitato ad un solo anno, indica che la disponibilità dell’arma è un fattore che può contribuire in modo significativo all’attuazione di un progetto mortifero di femminicidio. E’ comunque un elemento da non sottovalutare nel caso di tensioni, minacce, soprusi e violenze soprattutto quando sono messi in atto in ambito familiare da persone in divisa.

Ristabilire l’ordine delle cose

Non va infine dimenticato un elemento simbolico di forte impatto. L’arma in dotazione alle persone in divisa viene comunemente definita “arma d’ordinanza”. La radice della parola è la stessa di “ordine”, nel senso non solo di comando, ma soprattutto di assetto (mettere ordine, ristabilire l’ordine, ecc.). Nell’attuare un progetto mortifero di femminicidio lo strumento, l’arma, non è mai un elemento secondario. Nell’immaginario collettivo il kalashnikov è il micidiale mitragliatore dei terroristi; il fucile d’assalto è l’arma degli stragisti bianchi americani; il coltello è lo strumento privilegiato dai terroristi islamisti per sgozzare le proprie vittime; l’auto o il camion è il mezzo di fortuna adottato dai lupi solitari per fare stragi nelle città. L’arma d’ordinanza è, invece, lo strumento per “ristabilire l’ordine”. Ordine che, di norma, deve rispettare ed essere conforme alla legge. 

Ma, nella mente malata del femminicida in divisa, non è detto che, rispetto a quello stabilito dalla legge, non prevalga un altro “ordine delle cose”: è quello che la persona si raffigura come “ordine naturale”, cioè di come le cose dovrebbero essere. Per ristabilire questo ordine – che il potenziale femminicida sente minacciato da una modifica del suo progetto di vita come appunto un imminente divorzio – l'uomo in divisa intuisce che deve andare al di là della legge e anche contro la legge. Ne trova un modello in una infinita lista di film “made in USA” in cui il giustiziere – sia esso il poliziotto, il militare o rambo – se vuole davvero ristabilire la giustizia non può limitarsi ad osservare la legge e nemmeno obbedire pedissequamente agli ordini dei superiori perché questi sono, anzi, un impedimento alla sua “giustizia” e non permettono di ripristinare “il giusto ordine”.

Non è un caso, quindi, che nell’abitazione dell’omicida di Cisterna di Latina siano state trovate cinque lettere che Capasso ha scritto ai genitori e ai fratelli e un assegno da 10mila euro, somma destinata ai funerali e finanche un assegno da 5mila euro per l'amante. Con queste lettere, il carabiniere ha fornito tutte le indicazioni in merito alla gestione delle questioni che sarebbero rimaste in sospeso dopo la sua morte e che andavano, appunto, "rimesse in ordine". Ciò dimostra che quello di Capasso non è stato un gesto dettato da un raptus o da un moto di rabbia improvviso: il carabiniere aveva premeditato da tempo di sterminare la sua famiglia, pianificando tutto nei minimi dettagli e finanche dopo la sua morte. All'origine del suo atto omicida non vi è, quindi, solo rabbia, rancore o odio. Vi è di più: la volontà di “ristabilire l’ordine”, quell’ordine che ormai sentiva compromesso definitivamente. E per farlo occorreva lo strumento preposto: l’arma d’ordinanza.

Un provvedimento urgente

Tra i diversi provvedimenti da assumere in caso di separazione giudiziale, soprattutto quando questa presenta caratteristiche di conflittualità, andrebbe annoverato, per legge e in forma tassativa, il ritiro cautelare dell’arma di ordinanza e di ogni altra arma detenuta privatamente dai militari e dalle guardie giurate: il maneggio e l’utilizzo delle armi dovrebbe essere permesso solo durante lo svolgimento del servizio al termine del quale le armi in dotazione dovrebbero essere obbligatoriamente riconsegnate. Non si dovrebbe quindi attendere una specifica denuncia, perché – come il caso di Latina sta a dimostrare – per le donne spesso fare una denuncia significa esporre ancor di più se stesse e la propria famiglia alle possibili ritorsioni e vendette del marito. “Servono efficaci misure di prevenzione da applicare immediatamente, nel momento stesso in cui una donna avvia una separazione legale da un uomo violento, o nel caso in cui il marito o ex compagno cominci a perseguitarla” – ha dichiarato Lalla Palladino, presidente della Rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re (Donne in rete contro la violenza). Un provvedimento semplice, a costo zero e che non compromette la sicurezza pubblica ma anzi la rafforza c’è: all'inizio di un processo di separazione giudiziale, non consensuale, ritirare di norma a tutti, civili compresi, le armi detenute privatamente e obbligare i militari a lasciare in caserma quelle in dotazione. Proviamo a farlo per dieci anni e valutiamone gli effetti.

 Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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