Becchetti: è l’ora di cambiare paradigma economico

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L’economista Leonardo Becchetti – Foto: lafrecciaverde.it

Il convegno organizzato a Riva del Garda il 9 e 10 marzo scorsi, nel quale si è voluto porre l’attenzione sul messaggio dell’anno internazionale delle cooperative, “La cooperazione per un mondo migliore”, ha visto presente fra i relatori Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica presso la Facoltà di economia Tor Vergata di Roma, presidente del comitato etico di Banca etica e membro del Comitato Esecutivo di Econometica, consorzio interuniversitario sulla responsabilità sociale d’impresa. Al centro del suo intervento Becchetti ha posto una delle questioni più scottanti in un periodo storico come il nostro: il rapporto fra economia ed etica.

In proposito va fatta una premessa. Quando parliamo della relazione fra etica ed economia non ci troviamo di fronte a un’insolubile contrapposizione fra teoria e prassi, fra buone intenzioni e regole selvagge del mercato. Al contrario, proprio la crisi nella quale viviamo ha messo in luce i limiti di una visione dell’economia svincolata da una riflessione sul senso globale delle proprie azioni. Da questo punto di vista la crisi non è solo un momento difficile, ma costituisce anche l’occasione per ripensare al nostro rapporto con i beni, con il denaro, con il lavoro, con la comunità umana nella quale ci troviamo inseriti.

Ciò che appare sempre più necessario, ha messo in luce Becchetti, è il cambiamento di prospettiva. Va superata la logica secondo la quale “l’azienda deve avere come obiettivo quello di creare sempre più valore per gli azionisti. In questa logica l’azionista viene prima di qualsiasi altro portatore di interesse: prima del consumatore, del socio, del lavoratore. È invece necessario mutare prospettiva, poiché mentre nel mondo complessivamente il PIL è aumentato di 4-5 punti, abbiamo perso milioni di posti di lavoro. In altre parole, ci troviamo in un sistema economico che costruisce crescita perdendo posti di lavoro. Questo ha a che fare con la natura delle società e delle imprese, per le quali spesso l’unica cosa che conta stressare la creazione di valore per gli azionisti e massimizzare il profitto. Ora questa schiavitù, perché di una schiavitù si tratta, è perniciosa, perché ha creato la crisi finanziaria mondiale e perché ha a che fare con la natura delle grandi banche che si sono orientate su operazioni finanziarie molto rischiose per massimizzare i vantaggi degli azionisti, abbandonando così la propria ispirazione di fondo, che è quella di fare credito”.

In altre parole, la crisi attuale appare come il frutto di una visione dell’economia che si è rivelata disastrosa: “Non si dimentichi – ha sottolineato Becchetti – che la crisi delle banche americane ha bruciato circa 5000 miliardi di dollari, una cifra spaventosa, pari a tre volte il debito pubblico italiano, con la quale si sarebbe potuto assicurare per un centinaio di anni l’istruzione obbligatoria nel mondo”. Un approccio pernicioso, che approfondisce la sperequazione ed è rischiosissimo per il futuro, con conseguenze che si rivelano poi devastanti sul piano sociale.

In un quadro di questo genere la riflessione sul capitale sociale non è un optional, ma il punto di partenza fondamentale per la costruzione di un sistema economico che realmente risponda alle esigenze e ai bisogni delle persone. Ma cosa si intende per capitale sociale? In un piccolo testo del 2008 (Il voto nel portafoglio, Il Margine), Becchetti spiega: “Capitale sociale vuol dire principalmente quattro cose: avere fiducia nelle istituzioni, avere senso civico, essere disposti a cooperare per un bene pubblico, quindi senza interessi personali diretti come nel caso del pagamento delle tasse, e infine saper dare e ricevere fiducia. Siccome tutta la vita economica dipende dalla fiducia e dalla qualità delle relazioni tra le persone, il capitale sociale diventa fondamentale per la stabilità dell’economia”. È chiaro che un’economia fatta di speculazioni finanziarie e di massimizzazione dei profitti per i propri azionisti si colloca molto distante da una tale prospettiva. Da questo punto di vista, ha sottolineato Becchetti, va detto chiaramente che la favola delle api di Mandeville, secondo la quale la somma degli egoismi dei singoli garantisce il funzionamento della società, non solo è discutibile sul piano morale, ma è anche fallimentare su quello economico. Al contrario, è indispensabile porre al centro la domanda di senso sulla nostra esistenza insieme agli altri, che fa sempre da sfondo alla nostra concezione dei rapporti economici. In altre parole, i problemi economici che viviamo non sono frutto di un destino inesorabile, ma di scelte precise che poggiano “su un’inversione della scala di valori del sistema economico stimolata da un approccio culturale che poggia su due pilastri: il difetto con cui la nostra cultura guarda alla persona, e che potremmo definire riduzionismo antropologico, e quello con il quale guarda all’impresa, che potremmo chiamare riduzionismo economico”.

Ciò significa che un cambiamento dei paradigmi economici si deve accompagnare ad un cambiamento della nostra concezione dell’uomo e delle sue relazioni con gli altri e che quindi la riflessione di carattere etico, attraverso la quale noi giudichiamo della legittimità delle azioni umane, rappresenta un contrappunto irrinunciabile delle scelte di carattere economico.

Un approccio di questo genere tende a trasformare profondamente anche il rapporto dell’uomo con il lavoro. Ciò che dobbiamo lasciarci alle spalle è il cosiddetto homo oeconomicus (l’uomo economico) che si concepisce semplicemente come “soggetto che massimizza il proprio interesse individuale” e per il quale l’unico movente dell’azione sarebbe quello dell’autointeresse. Quest’uomo non solo finisce per condurre un’esistenza molto triste, ma è anche socialmente dannoso: “l’homo oeconomicus è la persona che, guardando sempre a se stessa, crea il minor valore possibile dal punto di vista sociale”.

Al posto di questo modello di umanità occorre invece rinforzare la visione di una persona che si concepisce in relazione con gli altri e che appare mosso da profonde motivazioni intrinseche. In tal modo il lavoro, ha sottolineato Becchetti, non viene concepito come una sofferenza necessaria per accumulare la più grande ricchezza possibile da consumare poi nel proprio tempo di non lavoro. Al contrario, tutti gli studi più recenti ci mettono di fronte all’importanza delle dimensioni immateriali, della carica individuale, della creatività, dell’utilità sociale del lavoro, della solidarietà larga che lo ispira. Contro la tristezza e la grigia immagine dell’uomo economico ossessionato dall’accumulo, occorre riscoprire insomma la funzione dell’economia e del lavoro nella costruzione della felicità dell’uomo: “la felicità non dipende unicamente dalla soddisfazione economica, ma dalla qualità del lavoro, dal riconoscimento sociale, dalla motivazione personale, in breve dal flusso di relazioni nel quale il lavoro ci inserisce. È per questo che è fondamentale costruire imprese che siano luoghi di senso, perché l’impresa è un luogo che trasforma le persone, nel quale uno entra in un modo e esce in un altro”.

Certo, non si può chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà. Non solo perché questa strada della felicità non è priva di difficoltà, ma anche perché ci sono sofferenze che non possono essere sottovalutate e condizioni oggettive di crisi che vanno prese sul serio. In particolare, ha sostenuto Becchetti, la situazione attuale è particolarmente complessa perché è il frutto della compresenza di tre elementi di crisi: “ Il primo è la sfida dell’integrazione globale dei mercati, una crisi che era inevitabile perché noi abbiamo accresciuto il nostro sviluppo con il peccato originale di aver creato benessere e integrazione solo in occidente: inevitabilmente, quando il resto del mondo si è integrato la concorrenza dei lavoratori poveri, che guadagnano molto meno di noi, si fa pesantemente sentire e ha ripercussioni enormi sulle nostre imprese. Il secondo elemento di crisi va ricondotto alla crisi finanziaria globale che colpisce, pur in maniera diversa, soprattutto le banche, ma che ha ripercussioni pesantissime su tutto il sistema economico mondiale. E infine l’ultimo elemento di crisi, tutto italiano, deriva dal fatto che il nostro Paese nella crisi non ha quasi spazi di manovra. Siamo in un sistema che ha moneta unica, con Paesi che vanno a velocità diverse e libera mobilità dei capitali. Ma in questo sistema noi non siamo cresciuti, e addirittura siamo l’unico Paese europeo che ha un tasso negativo di crescita fra il 2002 e il 2009. Uscire dalla crisi sarà dunque per noi molto faticoso, anche perché altri Paesi, come gli Stati Uniti, hanno messo in atto una politica finanziaria e fiscale espansiva, con cui dobbiamo fare i conti”.

E tuttavia, ha concluso Becchetti, in questa crisi è fondamentale non cedere al pessimismo e puntare su soluzioni che incrementino la responsabilità sociale e valorizzino modelli di crescita profondamente diversi da quelli che ci hanno condotto all’interno di questa crisi. Perché “quello che è successo nella finanza va oltre la razionalità e ha piuttosto a che fare con la volontà di potenza. Il problema è: vuoi una macchina che va a trecento all’ora e che però mette in pericolo la vita per il rischio della velocità, oppure vuoi una macchina che va più lentamente e che però ti garantisce maggiormente di arrivare alla meta? Il paradosso è che viviamo in un contesto che tende a mettere protezioni dappertutto e che invece non mette nessuna protezione in campo finanziario”.

La sfida, dunque, non ha solo contorni economici. Al contrario essa è prima di tutto una sfida antropologica, che ha a che fare con la nostra visione dell’uomo, con l’idea che maturiamo di relazione e di felicità, con la concezione della politica. Ciò che è in gioco non è unicamente l’orientamento del mercato, ma anche il tipo di relazioni che immaginiamo e la nostra rappresentazione del lavoro. Una serie di temi e di questioni che ci interrogano sull’anima, se così si può dire, delle relazioni economiche e appaiono per questo centrali non solo a livello globale, ma anche nella quotidianità del lavoro cooperativo.

Alberto Conci

Articolo apparso su “Cooperazione tra consumatori

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