Un patto per vendere più armi

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Foto: Nigrizia.it

È stato reso noto il 6 febbraio, nel corso di una conferenza stampa a Roma, l’Accordo tra l’Italia e il Niger sottoscritto il 26 settembre 2017, mai pubblicato e rimasto finora incredibilmente inaccessibile anche al parlamento, che pure ha votato per l’invio di una missione militare nel paese africano. La conferrenza stampa è stata promossa dall'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), dalla Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild) e dalla Rete Disarmo.

L’accordo col Niger si inserisce nel solco di numerosi accordi militari stipulati dall’Italia soprattutto con paesi africani, in una forma cosiddetta semplificata che li sottrae alla preventiva ratifica da parte delle Camere. Il testo reso noto oggi non si discosta peraltro da analoghi testi, che appaiono in un certa misura standardizzati indipendentemente dagli specifici contesti. Prova ne sia che anche quello col Niger include la possibilità di visite di navi, evenienza del tutto fuori luogo essendo noto che il paese non ha sbocchi al mare!

Di particolare interesse, e preoccupazione, è il fatto che questo, come altri simili accordi, enfatizza la cooperazione militare sul piano degli armamenti, come se la fornitura di armi fosse tra le finalità principali. Questo aspetto si colloca, però, al di fuori di una accertata e dichiarata ragione di sicurezza e di politica internazionale.

Un aspetto quello dell’export di armi che si colloca anch’esso in una prassi che si sta consolidando proprio con questo tipo di accordi “semplificati” con un abbassamento dei controlli sulla vendita di armi. Basti pensare che nel 2005 l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, era intervenuto come deputato ed ex ministro della difesa nel dibattito parlamentare successivo alla modifica della legge 185 sulle esportazioni di armi, denunciando l’interpretazione di questo tipo di accordi che aggira di fatto le procedure di controllo previste dalla 185.

L’attuale missione militare italiana in Niger, sbloccata solo a settembre scorso, e ancora non completamente dispiegata (una settantina di militari sui 470 previsti) si inserisce dunque in un contesto opaco, tanto più che il parlamento sta discutendo la proroga della missione per l’ultimo trimestre 2018, ormai terminato senza aver mai affrontato la proroga per il 2019 che vede comunque la missione sul terreno. Il piano economico (industria militare) si affianca a quello di una generica sicurezza in cui rientrerebbe anche il contrasto delle migrazioni, senza che questo venga esplicitato.

La vicenda dell’Accordo Italia-Niger, reso pubblico oggi, è frutto dell’iniziativa di due associazioni, Asgi e Cild, che sono ricorse all’istituto giuridico dell’“accesso civico” per superare il diniego del governo a rendere pubblico il testo dell’accordo stesso. Il TAR del Lazio, cui le due associazioni erano ricorse, ha infatti disposto la consegna del testo. Nel giudizio dello scorso novembre lo stesso tribunale ha respinto la richiesta di rendere disponibile il testo anche di due lettere, rispettivamente del novembre 2017 e del gennaio 2018, che il governo del Niger ha indirizzato a quello italiano con specifiche richieste relative all’Accordo sottoscritto dai due paesi. L’avv. Salvatore Fachile dell’Asgi ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato per ottenere l’accesso a questi ulteriori due documenti. In una democrazia consolidata, l’accesso a tali informazioni da parte delle istituzioni rappresentative e dei singoli cittadini appare una necessità imprescindibile, cui non si possono opporre generiche argomentazioni di interessi superiori.

Luciano Ardesi da Nigrizia.it

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