Ancora sui desaparecidos argentini, per non dimenticarli

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 Vera Vigevani – Foto: unipd-centrodirittiumani.it

La consueta visita mensile al commissariato di polizia per chiedere informazioni sul luogo di detenzione della figlia, l’incontro con Haydé Garcìa, la scoperta casuale che anche sua figlia era una studentessa del Colegio Nacional de Buenos Aires e un caffè in Plaza de Mayo per raccontare le proprie analoghe sofferenze: così è iniziata nel 1977 l’esperienza di Vera Vigevani Jarach a fianco delle prime Madres de Plaza de Mayo. Da allora, sono più di 35 anni che il giovedì pomeriggio Vera e le altre madri di desaparecidos argentini si ritrovano nella piazza e la percorrono per circa mezz’ora in senso circolare, attorno alla piramide scultorea simboleggiante la libertà del Paese che si trova al suo centro, proprio dinanzi alla Casa Rosada, sede della presidenza della Repubblica. Un fazzoletto bianco in testa per segno di riconoscimento, come quello con cui si avvolgevano una volta i neonati, e la richiesta di verità e giustizia per quei 30.000 figli, “dissidenti” secondo la Giunta militare al potere, scomparsi tra il 1976 e il 1983.

In quei sette anni la dittatura argentina condusse quella che è passata alla storia come la “sporca guerra”, macchiandosi di arresti illegali, sparizioni, torture e uccisioni con un’intensità e una brutalità mai conosciuti prima. Ne sono un esempio i “voli della morte” che divennero il metodo privilegiato per far sparire i cadaveri dei desaparecidos. Niente di più semplice che gettare in mare i dissidenti, torturati e talvolta sotto l’effetto di droghe ma vivi, da appositi aerei militari: soluzione ritenuta ben più “sicura” delle tombe clandestine.

Una verità venuta a galla anche attraverso la tenace e coraggiosa azione delle Madres de Plaza de Mayo, come ha orgogliosamente dichiarato Vera Vigevani nei numerosi incontri che sta tenendo in varie città d’Italia e nei diversi volumi scritti al riguardo, sempre con l’obiettivo di creare una memoria condivisa affinché nessuno dimentichi. Emigrata in Argentina a seguito delle leggi razziali emanate durante il Ventennio, sposata con un altro esule ebreo, corrispondente dell’Ansa a Buenos Aires, dalla fine degli anni ’70 Vera Vigevani Jarach diventa soprattutto la madre di Franca, desaparecida a 18 anni in Argentina nel giugno 1976. “Una militante della memoria”, così a Vera Vigevani piace definirsi. Come ha recentemente dichiarato, “il lavoro della Memoria è stato molto importante per le famiglie: per chiudere questa agonia di non sapere, non avere la possibilità di dare un saluto alle salme, di officiare un rito funebre, che da quando mondo è mondo si è sempre fatto. Dare una lapide ai morti non ha senso solo per l’umanità e la dignità delle salme, ma anche perché sulle ossa dei cadaveri ritrovate di recente c’erano i segni che ci danno le prove delle torture sui desaparecidos”.

Un’impostazione non pienamente condivisa da alcune Madres che vollero andare al di là di questa funzione iniziale di individuazione della sorte dei propri figli e dell’eventuale corpo del congiunto, e abbracciarono una posizione politica più militante che le indusse già nel 1986 a scindersi dal gruppo originario che, da allora, prese il nome di “Linea Fundadora”. Un dissapore tra le due associazioni che si cementò nel momento in cui assunsero posizioni diametralmente opposte dinanzi all’offerta del governo di Raúl Alfonsín di un risarcimento economico per la perdita dei propri cari che, di fatto, erano ormai da considerare “presumibilmente morti”. Se Linea Fundadora accettò i risarcimenti, l’associazione scissionista di Hebe de Bonafini si rifiutò di accettare tale dichiarazione per le implicazioni che essa comportava: in assenza dei cadaveri, i processi sarebbero potuti cadere in prescrizione; al contrario, la prosecuzione della ricerca dei desaparecidos continuava a fornire capi di accusa per i responsabili dei queste sparizioni forzose e arbitrarie.

L’individuazione della verità passa attraverso le ammissioni dei militari coinvolti, i documenti declassificati degli archivi statunitensi e i nuovi studi scientifici effettuati su alcuni cadaveri classificati allora come “NN” (“no-name”) rinvenuti in aree costiere del Paese e ora collegati a desaparecidos con nomi e volti. Fra di essi, nel 2005, l’esame del DNA ha individuato anche i resti di Azucena Villaflor, una delle fondatrici delle Madres de Plaza de Mayo, sequestrata nel dicembre 1977 con due sue compagne, Esther Ballestrino e María Ponce, lo stesso giorno della pubblicazione sul giornale locale di una lista dei desaparecidos. Ma nonostante le testimonianze, la documentazione segreta ora accessibile e le prove scientifiche, sarà davvero difficile dare un giorno “una storia” ai familiari di ciascuna delle vittime scomparse, come richiede spesso Vera Vigevani nei suoi interventi. È ancora in divenire questo percorso di accertamento della verità unito all’esercizio della giustizia, seppur iniziato già nel dicembre 1983, alla caduta del regime militare, con l’elaborazione da parte della commissione parlamentare nazionale argentina (Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas, CONADEP) del noto informe “Nunca màs” (“Mai più”), che forniva le prime informazioni sull’azione repressiva, sulle vittime accertate e sui responsabili delle azioni. Le recenti condanne emesse dai tribunali nazionali argentini e l’annullamento delle due leggi di amnistia (“Punto Final” e Obediencia debida”, promulgate nel 1987 dal governo Alfonsìn), già revocate nel 2003 dal Parlamento e il 15 giugno scorso riconosciute come incostituzionali dalla Corte suprema argentina, fanno di certo ben sperare sulla gran voglia di far giustizia nel Paese. Niente a che fare col pentimento e col perdono, sentimenti personali e sconnessi dall’etica statale. Quanto alla giustizia, il paese ha certamente iniziato a ottenerne con la condanna all’ergastolo del dittatore Jorge Rafael Videla. Lo stesso Videla che mai ha mostrato alcun cenno di pentimento per le tante giovani vite brutalmente cancellate, fino alla sua recente morte in carcere all’età di 87 anni.

Miriam Rossi

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