Mondiali 2014, Olimpiadi 2016 in Brasile: al via la campagna Playfair

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Uno dei logo delle due manifestazioni brasiliane

Mancano meno di due mesi all’apertura dei grandi giochi olimpici di Londra 2012. La fiamma ardente ha già iniziato il suo percorso in lungo e in largo per il Regno Unito, in attesa che il tedoforo la depositi al centro dello stadio dando inizio allo spettacolo. Londra si prepara, tirata a lucido come non mai. Sarà un mese di festa, passione, emozioni, che catalizzerà l’attenzione di tutto il mondo.

C’è chi, però, l’attenzione sui giochi olimpici l’ha posta già da tempo, senza aspettare l’inizio delle gare. Sono gli organizzatori della campagna Playfair 2012, iniziativa che coinvolge differenti e variegate organizzazioni non governative, sigle sindacali e unioni dei lavoratori. La Campagna, aggiornata riedizione di quelle proposte ad Atene 2004 e Pechino 2008 (sedi delle precedenti olimpiadi), punta a mettere pressione sul CIO (il Comitato Olimpico Internazionale) affinché lo slogan “un mondo migliore attraverso lo sport” sia tradotto dalle parole ai fatti. I promotori della Campagna denunciano come dietro al “più grande spettacolo del mondo”, si nasconda una realtà fatta di lavoratori sfruttati: salari da fame, turni di lavori massacranti, condizioni igieniche precarie, sfruttamento del lavoro minorile. Impiegato per lo più nella frenetica fabbricazione del merchandising olimpico (spille, bandiere, magliette, cappellini ecc.), un esercito di lavoratori silenziosi consente allo show di mostrare il proprio lato migliore. Tanto che lo stesso CIO ha promesso di firmare un codice etico di condotta che prevede la retribuzione del salario minimo e garantisce il rispetto dei diritti umani e sindacali nelle fabbriche.

A migliaia di chilometri di distanza e con un oceano di mezzo, la campagna Playfair è già proiettata verso il 2016. Sotto il nome di Jogue Limpio, a Rio de Janeiro è ufficialmente partita l’iniziativa di monitoraggio per il rispetto dei diritti dei lavoratori che saranno impegnati nella produzione e confezionamento del merchandising per i giochi in Brasile.

Sebbene la realtá economico-sociale di Rio sia per molti aspetti alquanto differente da quella di Londra, nel mirino dei promotori di Playfair finiscono sempre principalmente i grandi gruppi multinazionali, soprattutto quelli dell’abbigliamento sportivo. Nomi come Adidas, Nike e Next (che spesso ricorrono al subappalto, per evitare danni di immagine), solo per citarne alcuni, hanno richiamato l’attenzione degli osservatori in virtú di comportamenti poco chiari nei confronti dei loro lavoratori. In particolare, denunica Playfair, stipendi sotto la soglia minima, orari di lavoro fuori misura e divieto di associazione sindacale.

Ma c’é di piú. In aggiunta a quanto avviene tra le mura delle fabbriche delle multinazionali, gli “effetti collaterali” della messa in moto della macchina olimpica in Brasile riguardano anche le migliaia di persone costrette all’esodo dal centro alle periferie, per fare spazio agli impianti sportivi e, soprattutto, per consentire di mettere il trucco al volto di un Paese che per la durata dei giochi sará plasmato ad uso e consumo dei turisti d’oltre confine.

Per altro, la questione sgomberi forzati non riguarda solo Rio. Come noto, nei prossimi quattro anni il gigante sudamericano non sarà sede solamente delle Olimpiadi 2016 ma anche dei Campionati mondiali di calcio del 2014. La kermesse, in questo secondo caso, interesserà 12 città. Per monitorare i due mega eventi, è sorto il Comitato Popolare della Coppa del Mondo e delle Olimpiadi, che rappresenta movimenti sociali, ONG, accademici, movimenti dei lavoratori e rappresentanti della società civile. A Rio, attorno al mitico stadio Maracanà, tra le proteste della società civile è già iniziato il piano d’esproprio dell’adiacente favela de Metro. Costo degli sgomberi e successiva edificazione delle strutture funzionali all’impianto sportivo: 63,2 milioni di dollari.

A Fortaleza, lo sfollamento delle comunità è dovuto alla costruzione della metropolitana che permetterà un migliore afflusso dei tifosi.

Secondo Jorge Bittar, responsabile del comune di Rio per gli espropri, il termine giusto è rivitalizzazione degli slums: “La ridislocazione avviene nella maniera più democratica possibile rispettando i diritti di ogni famiglia”. Il piano di riubicazione prevede che agli sfrattati si offra la possibilitá di venire spostati in case popolari del governo, di ottenere una cifra mensuale per pagarsi un affitto, oppure ricevere una somma in denaro per la casa o negozio della favela abbattuto. Secondo l’opinione degli attivisti per i diritti umani appartenenti al Comitato, i quartieri offerti in cambio sono lontani e mal serviti dai trasporti ed i soldi per l’affitto o l’indennizzo non sono sufficienti per coprire le spese per un nuovo appartamento. Senza considerare che alle persone coinvolte non è data la possibilità di scegliere: lo sfratto è obbligatorio, per consentire la costruzione degli impianti. Il rischio è anche quello che si ripeta – continua il Comitato – quanto già visto in occasione dei mondiali di calcio in Sudafrica nel 2010, dove impianti faraonici si sono trasformati in cattedrali nel deserto, una volta spenti i riflettori sulla coppa.

Se queste sono le premesse e le esperienze di Pechino 2008 e Sudafrica 2010 hanno insegnato qualcosa, i due grandi eventi sportivi rischiano di diventare avvenimenti escludenti, ad uso e consumo di una elite e dove la popolazione piú povera viene fatta allontanare come quando si nasconde la polvere sotto il tappeto. Il rischio è ben racchiuso nelle parole di Orlando Junior, docente presso l’Instituto de Pesquisa e Planejamento Urbano e Regional dell’Università Federale di Rio de Janeiro: “i mondiali 2014 e le olimpiadi 2016 si stanno trasformando in un progetto autoritario che esclude la società civile dalla partecipazione attiva”.

Andrea Dalla Palma

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