Lo sai che i papaveri…

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Secondo l’“Afghanistan Opium Survey”, un recente studio condotto dal Ministero afghano per la lotta contro il narcotraffico e dall’Ufficio Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), la produzione di papaveri da oppio in Afghanistan è aumentata del 43% rispetto all’anno scorso passando “da 3.300 tonnellate nel 2015 a 4.800 nel 2016” e anche il numero di terreni coltivati è aumentato del 10% passando "dai 183mila ettari del 2015 ai 201mila del 2016". A pagarne le conseguenze, in particolare nella provincia afghana dell’Herat, sono i bambini sfruttati per coltivare e contrabbandare l’oppio da talebani e narcotrafficanti, sempre pronti ad incassare i profitti di un mercato che non conosce crisi. Oltre alla fiorente esportazione di oppio e derivati, “In Afghanistan, circa l’11% della popolazione ha problemi di dipendenza da oppiacei e il flusso di rifugiati di ritorno dal vicino Iran, Paese dall’alta percentuale di tossicodipendenti, alimenta il problema” si legge nello studio.

Ma la piaga della tossicodipendenza colpisce anche i giovani sfruttati nella produzione e nello spaccio. Un sondaggio realizzato nel 2014 da alcune ong locali ha disegnato un allarmante quadro documentando la presenza di circa 3.000 minori tossicodipendenti a Herat. Ma per Farhad Jelani, il portavoce del governatore di Herat, “questa cifra è quasi raddoppiata in soli due anni”. Il portavoce della polizia provinciale di Herat, Abdul Rauf Ahmadi, ha affermato che nell’ultimo mese ha già arrestato per traffico di droga circa 30 bambini: “Alcuni di essi sono tossicodipendenti” e in un articolo pubblicato dall’“Institute for War & Peace Reporting”, Aziz Azara ha evidenziato come “oggi i tossicodipendenti nell’Herat sono circa 70mila e 5.500 di essi sono bambini”. Non c’è da stupirsi quindi se Sir Majid, direttore del centro di detenzione minorile dell’Herat, sostiene che “più del 30% degli attuali detenuti è stato condannato per traffico di droga”. 

Le cause di queste altissime percentuali di tossicodipendenti anche tra i minori non sono difficili da intuire: alcuni bambini sono diventati tossicodipendenti perché vivono per le strade e sono facili vittime degli spacciatori di droga, mentre altri sono diventati tossicodipendenti perché i membri della famiglia fanno uso di droghe. In Afghanistan, inoltre, nonostante questo tipo di coltivazione sia illegale, la coltivazione dell'oppio è un’attività fondamentale per il sostentamento dei ceti più poveri e altamente redditizia per i talebani che sfruttano il traffico internazionale di eroina derivato dell’oppio per finanziare le loro attività militari. La Russia e gli Stati Uniti combattono da anni la lotta al narcotraffico in Afghanistan, investendo denaro e risorse per limitare gli effetti devastanti sulla popolazione mondiale e in chiave anti talebana, ma a quanto pare senza ottenere i risultati sperati. Se da un lato, infatti, la produzione di oppio è concentrata principalmente nella regione di Helmand, a sud del paese, una regione ormai da tempo controllata dai Talebani e che da sola rappresenta ancora il 40% della produzione nazionale, dall’altra tutto l’Afghanistan sta lentamente abbandonando la politica di eradicazione dell'oppio.

Se nel 2015 il Governo afgano ha eliminato 3.760 ettari di coltivazioni in 12 province, sono solo 355 in sette province gli ettari sottratti alla coltivazione dell’oppio nel 2016. Come mai? Il commercio degli oppiacei a quanto pare non è solo la fonte principale delle entrate dei Talebani. Anche i funzionari del governo impongono una tassa nei distretti dove si produce l’oppio. Gli agricoltori pagano 5.000 rupie pakistane, circa 50 dollari, per ettaro di papaveri, un balzello sopportabile visto che un ettaro di oppio frutta 200 dollari, mentre coltivando fagioli, una delle colture alternative al papavero, avrebbe generato appena un dollaro. Facile capire nonostante le tasse governative e i balzelli dei talebani (come la tassa islamica ushir, che teoricamente dovrebbe andare ad aiutare i meno abbienti ed i poveri, ma spesso viene intascata dai capitani Talebani che la raccolgono) cosa preferiscono coltivare i contadini. Il risultato è che tutta l’economia del paese, dal contadino al governo passando per il contrabbandiere e il talebano, dipende oggi dalla produzione di oppio.

Così se negli anni ‘90, quando i Talebani erano al potere, la produzione di oppio era poco tollerata dal regime di Kandahar, durante gli anni della missione Nato dal 2002 al 2014, questa è cresciuta in modo esponenziale tanto che nel 2014, quando la Nato ha lasciato l’Afghanistan, secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, il raccolto di oppio è stato da record. A 15 anni dall’invasione dell’Afghanistan il dato, assieme a quello dello sfruttamento dei minori nelle coltivazioni e all’incremento della tossicodipendenza in ogni fascia d'età, non posso non essere considerate come le conseguenze dell’intervento militare. Esiste un’alternativa politica ed economica che migliori la situazione dell’Afghanistan? Forse rispolverare una vecchia proposta che suggeriva di acquistare tutta la produzione di oppio per l’industria farmaceutica mondiale, che guarda caso è costantemente a corto di questo tipo di prodotti. Ma vorrebbe dire scendere a patti con i talebani, dinamica che attualmente il commercio della droga none esclude di certo, ma la nasconde dentro la cornice dell’ipocrisia e dell’"illegalità".

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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