"Niente sta scritto", tranne il coraggio di Piergiorgio e Martina

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Lei corre, lui pure. Eppure né lei né lui sono il modello perfetto della mobilità. Martina Caironi, 28 anni, portabandiera azzurra alle Paralimpiadi di Rio 2016, al posto della gamba sinistra amputata dopo un incidente ha "Berta", "la protesi per andare a ballare con le amiche, metto invece Cheeta quando devo andare più veloce del vento". Con la seconda ha vinto l'oro nei 100 metri piani alle Olimpiadi Londra 2012 scendendo sotto il muro dei 16 secondi, l'oro nei 100 e l'argento nel salto in lungo ai Giochi in Brasile. Lui è Piergiorgio Cattani, 41 anni, giornalista e intellettuale trentino. Respira, parla e si muove a fatica a causa di una grave malattia degenerativa, la distrofia muscolare di Duchenne. Eppure Piergiorgio, coi suoi scritti, le sue parole, il suo pensiero fa molto rumore. Agita la vita, la sua, e forse soprattutto quella di una comunità, di tutti noi.
 
Perché Niente sta scritto come recita il titolo di un docufilm - prodotto da Fondazione Fontana onlus con FilmWork srl - che racconta le storie parallele "non di due eroi, ma di due esempi di determinazione" spiega il regista Marco Zuin, vicentino di 39 anni, mano delicata, occhi e orecchie aperte sui suoni di una speciale quotidianità dei suoi antieroi: Martina che cammina sulla terra arsa degli altipiani poverissimi del Kenya dove va a portare il suo messaggio di possibilità; il gonfiarsi della maschera di ossigeno sulla bocca di Piergiorgio, quello delle posate che il nipote sistema per lui a tavola (e che lo zio non può maneggiare), il ticchettìo sulla tastiera del computer del suo assistente che è anche la sua prolunga verbale, mentale, manuale. Scene di vita familiare. Nessun pietismo, solo la normalità di vite che scorrono ognuna a modo  loro. Zuin: "Volevamo raccontare due persone, non una storia di disabilità. Per loro e per tutti la mobilità è data dalla rete di relazioni: cresciamo come società se ci prendiamo cura degli ultimi".
 
Ultima non si sente Martina e infatti non lo è. "Anzi quando mi hanno proposto di fare il viaggio in Africa ho subito detto: non voglio andare a fare una passerella. Io sono una privilegiata, posso permettermi protesi evolute da occidentale, loro quando va bene hanno ricambi di legno. Ma la mia diversità non gli è sfuggita: donna, bianca, con una protesi e i capelli blu. In me avranno visto una specie di avatar. Spero di aver loro mostrato che ci sono, nel mondo, soluzioni. Che si può vivere il più possibile degnamente e sviluppare le proprie capacità. Che la disabilità non è esclusione: Piergiorgio scrive cose che possono cambiare le vite agli altri, io sono io per quello che sono, e non perché ho dovuto rialzarmi. Secondo me faremo un salto ulteriore verso l'inclusione della disabilità quando smetteremo di parlare solo di quella: nel film la scena del nipote che apparecchia per lo zio dice tutto della naturalezza con cui dovremmo accogliere gli altri. Bisogna abituare alla diversità. E questo film ci prova parlando di cura e guarigione, di vite come sono e non di vite "nonostante tutto": se sono seduta al bar con degli amici, non è per niente detto che io sia quella che ha avuto o ha dolori, preoccupazioni, pensieri peggiori o più gravi degli altri".
 
Martina corre moltissimo. Ovunque: studia, fa snowboard, arrampicata. Le piace il teatro, la musica, il cinema, l'impegno nel sociale. "Faccio mille cose e sono organizzata anche se non si direbbe. I Giochi di di Londra mi hanno fatto conoscere un mondo nuovo, lì gli atleti paralimpici hanno avuto la loro piena e completa visibilità, anche grazie alla Rai che ha svolto un ruolo importante. Anche il Comitato paralimpico italiano è cresciuto da allora, diventando ente pubblico. Ma bisogna marcare stretto per accompagnare questa evoluzione. Da portabandiera a Rio ho iniziato a capire la responsabilità che avevo nel rappresentare un movimento. Io, Bebe Vio, Giusy Versace. Ognuno di noi ha un modo e una strada per raccontare il nostro mondo e accompagnare gli altri al passaggio dal pietismo, o addirittura la morbosità, all'inclusione. Lo sport è un'avventura speciale, una sfida personale e sociale. Credo che la conoscenza e la cultura rimangano i mezzi fondamentali per riuscire a parlare di tutti i nostri mondi". Per dire che niente sta scritto. 

Alessandra Retico da Repubblica.it

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