Contro l’accordo di libero scambio Ue-Canada

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Una lettera aperta ai parlamentari, un libro bianco sugli effetti del Ceta (l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada in via di ratifica), un presidio davanti al Senato e una mobilitazione davanti a Montecitorio la scorsa settimana. La Campagna stop Ttip Italia, assieme a Coldiretti, Cgil, SlowFood e Greenpeace ha scelto di alzare il tiro in vista della ratifica parlamentare del trattato eurocanadese, fratello gemello del più conosciuto Ttip e ormai assurto a simbolo della lotta al protezionismo. Quasi un mantra dopo la vittoria di Trump alle presidenziali Usa, e soprattutto dopo la sua scelta di bloccare la firma del Ttp (l’accordo transpacifico che avrebbe aperto un’area di libero scambio tra Stati Uniti e altri 12 Paesi del Pacifico), di congelare il Ttip (anche se prove di scongelamento potrebbero iniziare a fine 2017) e di rinegoziare il Nafta, il primo accordo di libero scambio di grandi dimensioni che nel 1994 unì le sorti di Canada, Stati Uniti e Messico, e decretò il precariato per milioni di lavoratori statunitensi e contadini messicani.

Il Ceta diventa così la panacea rispetto a un mondo apparentemente più chiuso, certamente più preoccupato di una globalizzazione che sembra non rispondere alle aspettative e ai bisogni dei più. Un aumento del Pil risibile, che potrebbe non superare lo 0,3% in 10 anni, un incremento delle importazioni europee di materie prime agricole, soprattutto grano che mette in agitazione migliaia di coltivatori anche italiani. Secondo Coldiretti l’ulteriore liberalizzazione del grano canadese a tutto vantaggio delle imprese trasformatrici dell’agroalimentare, con un ulteriore abbattimento dei prezzi e il rischio di trovarci sulle tavole farine con maggiori concentrazioni di glifosate, vietato in Italia nel pre-raccolto, ma abbondantemente usato in Nordamerica.

Il Ceta porta con sé l’arbitrato investitore-Stato per la tutela degli investimenti, riformato rispetto alla sua versione originale (Isds) grazie alla pressione dei movimenti sociali, ma strutturato come una Corte (Ics) che però non risponde a tutte le criticità precedentemente espressa, primo fra tutti i criteri con cui verrà definita “distorsiva del mercato” una politica pubblica, e quindi passibile di richiesta di compensazione commerciale. Un ottimo esempio di cosa potrebbe succedere ce la offre su un piatto d’argento un accordo di liberalizzazione di cui l’Italia, assieme ad altri Paesi Ue è già firmataria (si tratta dell’Energy charter treaty e si occupa di energia) e che prevede un arbitrato per la risoluzione delle controversie investitore-Stato: a seguito delle forti mobilitazioni degli ultimi anni in Abruzzo sulle prospezioni di idrocarburi in Adriatico, il ministero per lo Sviluppo economico ha deciso di rivedere le concessioni estrattive secondo le leggi vigenti, non rinnovando quelle della piattaforma Ombrina Mare.  Rockhopper, l’impresa energetica proprietaria dell’impianto, ritenendo la decisione lesiva delle sue aspettativa di profitto, ha deciso di portare davanti a un arbitrato il Governo italiano con una richiesta di compensazione che potrebbe aggirarsi attorno ai 13 milioni di euro.

Purtroppo non c’è la possibilità di verificare i documenti, secretati per scelta delle parti, mentre il ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda non ha ancora ritenuto di rispondere alla Campagna Stop Ttip Italia (è comunque delle ultime ore una convocazione al Ministero dei coordinatori della Campagna, in cui verrà ribadita la posizione sia su Ombrina Mare che sul Ceta). Alla richiesta di maggiore sostenibilità, l’Unione Europea e il Canada hanno risposto con un capitolo sullo sviluppo sostenibile e i diritti puramente consultivo. Un po’ poco per rassicurare le preoccupazioni di insostenibilità sociale e ambientale. Nonostante Pd e Forza Italia, con la colpevole assenza di Articolo uno – Mdp, abbiano garantito la maggioranza alla commissione Esteri del Senato, aprendo così la strada alla ratifica a Palazzo Madama, la scorsa settimana Piazza Montecitorio si è riempita di cittadine e cittadini ancora convinte che un commercio diverso sia possibile.

Perché tra Trump e il suo protezionismo “America first” e la Commissione europea con la sua smania di liberalizzazione, esiste una terza via che parla di mercati integrati, ma capaci di garantire diritti umani, tutela del lavoro e protezione dell’ambiente. E su quello la piazza romana sfiderà i Parlamentari italiani.

Da: Greenreport.it

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