Le nostre “eco-colpe” non sono compensabili!

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“Non sei bloccato nel traffico. Tu sei il traffico”, recita un celebre meme che attraversa la rete da alcuni anni e che mi ha immediatamente fatto pensare al recente studio “Why People Harm the Environment Although They Try to Treat It Well: An Evolutionary-Cognitive Perspective on Climate Compensation”, pubblicato il 4 marzo su Frontiers in  Psychology da Patrik Sörqvist Linda Langeborg dell’Università svedese di GävleSecondo questi due studiosi i pubblicitari, i politici e il consumistico sistema economico contemporaneo giocano, più o meno consapevolmente, sulla psicologia  della “compensazione climatica”  che ci suggerisce di vivere la nostra relazione con l’ambiente come uno scambio sociale, nella convinzione che un comportamento “rispettoso” possa compensare un comportamento “dannoso” anche nel campo della tutela ambientale.  Per anni su questo “baratto ecologico” si è giocata a più livelli (dal singolo cittadino agli stati, passando per le grandi multinazionali) la partita dei crediti di carbonio o carbon credit cioè certificati negoziabili equivalente ad una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita grazie ad un progetto di tutela ambientale realizzato con lo scopo di ridurre o riassorbire le emissioni di CO2 e altri gas ad effetto serra derivati da comportamenti o produzioni industriali. Oggi sappiamo che questa non era la strada giusta, perché "Questo atteggiamento, in realtà, può fare più male che bene all'ambiente”.

Secondo Sörqvist e Langeborg a differenza di quanto accade con un errore di valutazione sociale, al quale seguono delle scuse, un cambio di strategia e se serve una compensazione, la nostra impronta ambientale non sempre può essere “smussata” in questo modo. Come mai? Per spiegare perché facciamo del male all’ambiente, anche quando cerchiamo di trattarlo bene, gli analisti svedesi hanno elaborato una teoria: "è praticamente impossibile tenere traccia dell’impatto ambientale di ognuna delle nostre azioni, quindi per valutare la nostra impronta ecologica ricorriamo a regole empiriche mentali". Per Sörqvist, che insegna ingegneria ambientale, “Il problema è che questi giudizi innati e intuitivi si sono evoluti per affrontare l’interazione sociale, dove le decisioni moralmente rette e ingiuste possono annullarsi a vicenda”. Nel conteso ambientale però “questo pensiero sociale sul dare e prendere porta a pensare erroneamente che le scelte verdi possano compensare anche quelle insostenibili. In realtà, tutti i consumi causano danni permanenti all’ambiente, e le opzioni verdi sono nel migliore dei casi solo meno dannose, ma quasi mai riparatrici”.

Insomma se la reciprocità e l’equilibrio nelle relazioni sociali si sono rivelati fondamentali per la coesistenza e la cooperazione sociale, il cervello umano sembra voler applicare questo criterio in ambiti che, come quello ecologico, non possono seguire la stessa logica, visto che “Andare in jet nei Caraibi ti caricherà di un enorme peso ambientale che non sarà cancellato da alcuni lunedì senza carne”. Non solo. A livello psicologico pare sia molto diffusa la convinzione che utilizzando i cosiddetti prodotti “eco-friendly” l’impatto ambientale generale risulti invariato o addirittura ridotto. Ad esempio, alcune ricerche hanno dimostrato che la gente pensa intuitivamente che il peso ambientale di un hamburger e di una mela biologica sia inferiore al peso ambientale dell’hamburger da solo, o che le emissioni totali di un parco auto possano rimanere le stesse quando a quella  flotta vengono aggiunte delle auto ibride” ha spiegato Sörqvist. È chiaro che questo meccanismo psicologico ci porta a perseguire tipi di correzioni sbagliate nel tentativo di alleviare la nostra “eco-colpa”. “Le persone potrebbero acquistare generi alimentari extra perché sono “etichettati ecologicamente”; pensare di poter giustificare il viaggio in aereo  per le vacanze all’estero perché sono andati in bicicletta a lavorare, o di poter fare più docce perché hanno ridotto la temperatura dell’acqua”. Similmente, a livello macro, multinazionali e stati pretendono oggi di bilanciare le emissioni di gas serra piantando alberi o pagando le emissioni di carbonio attraverso l’European Union Emission Trading Scheme.

Quindi, se è vero che è necessario seguire comportamenti virtuosi e sostenibili, non vuol dire che questi siano anche automaticamente compensativi e l’unica cosa veramente utile che oggi potremmo fare per l’ambiente è consumare meno. Per questo “Termini come “eco-friendly” o “green” sono spesso ingannevoli e incoraggiano decisioni e comportamenti solo meno dannosi, ma non certo buoni per l’ambiente” ha concluso la Lagenborg che all'Università di Gävle insegna psicologia ambientale. Che fare? Prima di tutto occorre iniziare con lo spiegare meglio il concetto di climate compensated: “definire per esempio un ristorante di hamburger 100 % climate compensated può indurre la gente a credere che cenare in quel ristorante non abbia un peso ambientale. Invece, sarebbe più utile fornire ai consumatori un feedback immediato sull’impatto ambientale di ciò che stanno mangiando o acquistando”. Utili sarebbero anche dei sistemi di auto-scansione nei supermercati che potrebbero fornire ai clienti una stima dell’impronta di carbonio accumulata nel loro carrello della spesa. Certo è che per indirizzare meglio i nostri comportamenti e metterci in guardia sulle loro conseguenze ambientali, più che una compensazione climatica, ci vorrebbe una legislazione più severa nei confronti dell’inquinamento generato dalla filiera di produzione, una stima obbligatoria e pubblica dell’impronta di carbonio dei singoli prodotti, e soprattutto una nuova cultura sia politica che sociale basata sull’economia circolare.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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