Amianto: in Italia mancano ancora le discariche

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La legge n. 257 del 27 marzo 1992 stabiliva in Italia le norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto, vietandone la vendita su tutto il territorio nazionale. A distanza di 26 anni, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inail, in Italia ci sono stati 21.463 i casi di mesotelioma maligno tra il 1993 e il 2012, e questo cancro provocato dall’esposizione all’amianto rappresenta un’epidemia che nei prossimi anni probabilmente continuerà ad aumentare. A tre anni di distanza dall’ultimo report di Legambiente, il quadro più aggiornato in materia è stato fornito sempre dalla ong del Cigno Verde lo scorso mese con il rapporto Liberi dall’amianto?, pubblicato alla vigilia della Giornata mondiale dedicata alle vittime per malattie asbesto correlate che si celebra ogni 28 aprile. Legambiente in quest’ultimo rapporto ha analizzato i risultati di un questionario inviato a 15 uffici competenti tra Regioni e Province Autonome (mancano all’appello Abruzzo, Calabria, Liguria, Molise, Toscana e Umbria, per le quali sono stati utilizzati i dati 2015) e dal quadro che ne è emerso si può tranquillamente dire che le buone notizie sono poche. 

Sulla base delle risposte date a Legambiente, si capisce che “sul territorio nazionale sono 370mila le strutture dove è presente amianto censite al 2018, per un totale di quasi 58milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto". Di queste 370mila strutture, 20.296 sono siti industriali (quasi il triplo rispetto all’indagine del 2015), 50.744 sono edifici pubblici (il 10% in più rispetto al 2015%), 214.469 sono edifici privati (un 50% in più rispetto al 2015%), 65.593 le coperture in cemento amianto (circa il 95% in più rispetto al 2015%) e 18.945 le altre tipologie di siti (dieci volte di più rispetto a quanto censito nel 2015). Eppure di fronte a questa situazione, le procedure di bonifica e rimozione dall’amianto nel Belpaese sono in grave ritardo, visto che sono solo 6.869 gli edifici pubblici e privati ad oggi bonificati su un totale, ancora sottostimato, di 265.213. Una situazione che non stupisce visto che, mentre il Piano regionale amianto previsto dalla legge 257 deve essere ancora approvato in due regioni, il Lazio e la Provincia Autonoma di Trento, il “Testo unico per il riordino, il coordinamento e l’integrazione di tutta la normativa in materia di amianto”, presentato nel novembre del 2016 al Senato è bloccato da due anni a Palazzo Madama.

A quanto pare sono tre le fondamentali mancanze che ancora impediscono di rendere effettivo il bando dell’amianto dall’Italia: l’assenza di una normativa chiara e univoca in materia, l’assenza dei fondi necessari per le bonifiche, e soprattutto l’assenza delle discariche necessarie per ospitare l’amianto una volta effettuate le bonifiche. Nonostante tutti i proclami e i buoni propositi, infatti, secondo Legambiente e lo stesso Ministero dell’Ambiente, mancano all'appello molte delle discariche necessarie a conferire l’amianto bonificato. Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) “nel 2015 nel nostro Paese sono stati prodotti 369mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto: di questi, 227mila tonnellate sono stati smaltiti in discarica, mentre 145mila tonnellate sono stati esportati nelle miniere dismesse della Germania”, un’opzione che presto non sarà più legale. Per questo per Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente “bonifiche, smaltimento e leva economica devono essere affrontate con la massima urgenza sia a livello regionale che nazionale”.  

Il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni è particolarmente preoccupante perché incide sia sui costi di smaltimento, che sui tempi di rimozione. Come ha spiegato Legambiente nel report, lo smaltimento rimane infatti l’anello debole della catena visto che le regioni dotate di almeno un impianto specifico per l’amianto sono solo 8 con un totale di 18 impianti: “ma ad oggi gli impianti sono quasi pieni, le volumetrie residue comunicate con i questionari sono pari a 2,7 milioni di metri cubi e sarebbero a malapena sufficienti a smaltire i soli quantitativi già previsti, ad esempio, dal Piano Regionale della Regione Piemonte che stima in 2 milioni di metri cubi le coperture in cemento amianto ancora da bonificare. E non si vede ancora la luce neanche per i nuovi impianti previsti dai vari piani regionali sui rifiuti”. È chiaro che in questo contesto anche le migliori operazioni di bonifica non troveranno sbocchi se continueranno a mancare le discariche.

Secondo Legambiente, che nel dossier raccoglie un contributo dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iia) per fare il punto anche sulle alternative alla discarica attraverso l’inertizzazione dell’amianto, “Il livello di industrializzazione di alcune tecnologie è oggi in grado di affrontare questa problematica in maniera tecnicamente soddisfacente”, tuttavia “tutte queste tecnologie sono attualmente molto più costose rispetto al collocamento in discarica”. Lo smaltimento dell’amianto in discariche sembra quindi una prospettiva obbligata ed è un’opzione percorribile e sicura, dato che l’amianto è un minerale che sotto terra torna a fare il minerale e un è più un problema per la tutela della salute pubblica. “Basterebbe rendersi conto che il vero pericolo sta nell’amianto che abbiamo intorno ogni giorno, nelle nostre scuole, nei nostri ospedali, nelle nostre case come su bus e navi. Bonificarlo e smaltirlo in discarica rimane l’opzione migliore a nostra disposizione per metterci al riparo da questi pericoliha concluso l’ong.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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