l social network delle foreste

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Cosa succederebbe se gli alberi emettessero segnali wi-fi? Probabilmente ne pianteremmo così tanti da salvare il Pianeta. Peccato che producano solamente l’ossigeno che respiriamo. Riprendo in apertura le parole di una di quelle vignette che si incontrano ogni tanto online, e che con la triste sagacia delle cose vere liquidano in poche battute la nostra stupidità esponenzialmente in crescita al tempo dei social, non forse per quantità ma certo per diffusione. La riprendo per parlarvi di un’esperienza che con i social network (quelli reali, non virtuali) e le foreste ha molto a che fare e che, forse, può darci un esempio inaspettato di reti sociali autentiche.

L’uomo che ci aiuta a riflettere sull’argomento è Peter Wohlleben, scrittore e forestale che in Germania gode di buona fama grazie a un libro che ha venduto oltre 320 mila copie ed è stato tradotto in 19 lingue, compreso l’italiano. E’ La vita segreta degli alberi, una “dichiarazione d’amore dedicata al bosco”. Perché sì, in effetti basta alzare lo sguardo verso l’alto e incontrare le fronde di due faggi che torreggiano sulle nostre teste per parlare d’amore. Sembrano allontanarsi gli uni dagli altri, eppure il messaggio che trasmettono è un messaggio di reciproca attenzione: non farsi ombra, non rubarsi la luce. Perché anche agli alberi che intrecciano le vite in prossimità, come alle persone, le rughe raggrinziscono la corteccia. E a volte le radici sono talmente interconnesse che, se uno dei due alberi muore, anche l’altro di lì a poco lo segue.

Per un testo che ci parla di come gli alberi dormono, vivono e si raccontano, la Germania è ambientazione ideale, luogo dove da secoli le foreste rivestono un ruolo centrale nella vita culturale del Paese, dalle saghe alla filosofia del ventesimo secolo, dall’ideologia nazista alla nascita dei moderni movimenti ambientalisti. E la foresta è ancora elemento centrale, non solo nelle attività della Waldakademie di Hümmel, ma anche nelle nostre vite: è tra queste che Wohlleben si snoda quando schiude davanti a noi l’universo misterioso che spunta dall’intrico dei rami, fatto di storie affascinanti e inattese, di ricerche scientifiche e di esperienze dirette. Perché gli alberi non sono solo “produttori organici di ossigeno e legno”, ma molto di più: ci chiedono una re-immaginazione popolare delle foreste, ma anche del nostro tessuto sociale.

Gli alberi infatti – ma questo i biologi lo sapevano da un po’ di tempo – sono esseri sociali: riescono a contare, imparare, ricordare; si prendono cura dei vicini che non versano in buone condizioni; si avvisano vicendevolmente dei pericoli inviandosi segnali elettrici attraverso una rete di funghi nota come “Wood Wide Web”; tengono in vita ceppi di altri alberi per secoli, alimentandoli con una soluzione zuccherina attraverso le radici. Un modo di vedere le foreste, quello di Wohlleben, che innesta nei nostri sguardi chiavi interpretative diverse, insperate, che rendono una semplice passeggiata nel bosco un’esperienza totalmente nuova, sociale. Il taglio interpretativo è volutamente antropomorfo (gli alberi, per esempio, non comunicano ma “parlano”): questo non significa negare solide basi scientifiche alle proprie affermazioni, anzi, vuol dire semplicemente recuperare le sfumature emotive che il linguaggio scientifico rimuove, rendendo a volte esperienze molto vicine alle nostre ostiche e dis-empatiche, quindi incomprensibili. Antropizzare il linguaggio risveglia curiosità e assonanze: perché se da un lato la Germania ha storicamente e culturalmente un rapporto privilegiato con le proprie foreste, dall’altro la modernità non ha risparmiato neanche qui un’involuzione verso l’interno di uffici e case, fagocitando l’impulso alla condivisione e alla vita all’aria aperta.

Negli anni di studi forestali, Wohllenben ha fatto tesoro di un insegnamento: il comportamento degli alberi ci dice molto sulla loro natura, sul valore del lavoro sinergico, sui vantaggi della condivisione delle risorse, sui risultati incredibili quanto all’aumento della propria capacità di resistere, insieme. Ecco perché boschi creati artificialmente, radi perché la luce penetri meglio e permetta una crescita più veloce delle piante, possono rivelarsi una scelta controproducente, che rompe le interconnessioni vegetative compromettendo la naturale resilienza. Occorre invece un approccio di rispetto e gratitudine per questa vita intrecciata sotto al suolo e sviluppata in verticale, anche attraverso esperienze come il “bosco delle sepolture” (previsto già nel 2002), dove le persone potevano interrare le ceneri dei propri cari. Nonostante l’idea abbia trovato ostacoli lungo il proprio cammino, in pochi anni l’amministrazione comunale ha concesso il sostegno necessario per incamminarsi su una nuova strada e rendere in poco meno di due anni il bosco un terreno a credito e non in perdita, in parte proprio eliminando l’utilizzo di macchinari molto costosi per la sua manutenzione e l’uso di prodotti chimici per preservarne la salute.

E’ un percorso impegnativo quello scelto da Wohllenben, perché qualsiasi ragionamento sulle foreste occupa un arco temporale di 200-300 anni, e la sensazione di avere troppo da fare e troppo poco tempo per capirne i risultati è un peso non irrilevante da considerare nella gestione del proprio lavoro quotidiano. Ed è un peso che vale per tante altre situazioni nella vita, un senso profondo di impotenza, per noi abituati a vivere sul tutto subito. Restare in contatto con gli alberi diventa allora un insegnamento ancora più prezioso: per accettare che non si può fare tutto da soli e in fretta, per guardare a un tronco storto come a una forma affascinante di snodarsi e crescere, non come a un legno deforme. Perché in fondo la vita stessa è così: non si cresce in linea retta, e non si cresce soli.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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