“Il pane delle scimmie” diventa business

Baobab (Adansonia digitata)

In francese si chiama pain de singe. È il frutto del baobab (Adansonia digitata). In alcuni paesi africani, dove il baobab cresce – siamo sulla fascia saheliano-sudanese – arrampicarsi fin sui rami più alti del baobab per prenderne i frutti è un gioco da ragazzi. Anzi, fin da bambini si sale a piedi nudi per impossessarsi del succulento frutto con il quale le mamme ricavano il bouye … un succo di frutta bianco dolcissimo. Il baobab è una miniera: pianta ricchissima con la quale si fanno un’infinità di cose: dal sapone alle medicine naturali, dai sughi ai succhi alle creme. Non si butta via alcunché: foglie, corteccia, frutti sono utili alla vita quotidiana. Lo sfruttamento è locale, non c’è un vero è proprio business internazionale.

Carta della diffusione del baobab in Africa

Taerou Dieuhio, originario della Casamance, la regione più meridionale del Senegal ha pensato di far uscire questo pane miracoloso dai confini nazionali facendo volare il frutto miracoloso fino in Europa e in America, negli Stati Uniti. E chi lo conosceva questo frutto? I più pensavano si trattasse della più nota noce di cocco, ma il gusto è un’altra cosa. Grazie ad un’ottima campagna comunicativa, l’interesse è cresciuto fin da interessare Coca-Cola’s Innocent, che fa succhi e smoothy, l’inglese Yeo Valley che fa yogurt e Costco: sono tra i più noti marchi che vendono prodotti a base di baobab. Il successo commerciale ha avuto anche delle buone ricadute sui produttori. Attraverso un GIE (letteralmente, un “gruppo di interesse economico”) denominato Baobab des Saveurs (baobab dei sapori), una piccola azienda con acquirenti in Australia e Canada, paga Dieuhiou più di 10.000 FCFA il sacco, più del doppio di quanto riceverebbe dal mercato locale.

Le esportazioni sono passate dalle 50 tonnellate nel 2013 alle 450 tonnellate nel 2017 (i dati sono dal gruppo African Baobab Alliance). Le attese sono di raggiungere le 5.000 tonnellate nel 2025 che corrispondono a 500 container all’anno.

Ci si interroga già sulla sostenibilità di un simile progetto. I cambiamenti climatici hanno un impatto notevole sullo sviluppo agricolo dell’area sub-sahariana. Il baobab non è una speculazione da piantagione come lo sono caffè e cacao e perlopiù è una pianta a rischio.

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