Ponti che uniscono

Una notte da un confine all’altro. Dal Laos al Myanmar attraversando la Thailandia da est a ovest. Dal “ponte dell’amicizia Thai-Lao” – inaugurato nel 2004 è il primo costruito sul tratto indocinese del Mekong ­– che connette la Monarchia thailandese con la Repubblica Popolare Democratica del Laos a est, a quello “dell’amicizia Thai-Burma” che la connette con la Repubblica dell’Unione della Birmania a ovest – dal 13 aprile uno dei quattro accessi thailandesi per entrare in Myanmar via terra per permanenze oltre le 24 ore –.

Da una Repubblica Popolare Democratica dopo pochi metri mi sono ritrovata in una Monarchia il cui prefisso del nome “thai” significa “libero”, fino a giungere all’inizio di un ponte che sorpassandolo mi avrebbe portata in una “Birmania democratica” fatta di scelte politiche fondate su basi militari.

Due ponti e due confini specchio di un contenitore-mondo fatto di politiche destinate a diventare “democrazie aggettivate”. In Asia, in America, in Europa, in luoghi dove la democrazia “dall’alto” non è ancora chiamata democrazia “sostanziale”, dove il socialismo democratico “dal basso” è capitalismo, dove il comunismo ha come miglior amica una democrazia “liberale”. Ovunque, confini e frontiere, mettono in dialogo le caratteristiche individualizzanti con le diversità differenzianti di un paese. Luoghi di nessuno, che io chiamo “in-between”, e che grazie al riconoscimento delle diversità, ci riconducono ai valori della politica come a nuovi territori speranzosi per una costruzione comune in un mondo sempre più piccolo che ci sta dicendo che “nei dettagli potremmo essere diversi – cosa che comporta una ricca varietà – ma per ciò che concerne le fondamenta siamo parte di un’unica natura”.

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