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Tra locale e globale, tra energia e politica

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L’energia: la questione principale di un mondo intrecciato – Foto: news.attico.it

Con l’avvento della crisi finanziaria ed economica globale lo scenario internazionale, faticosamente uscito dal dopo 1989, sta cambiando: interi paradigmi di analisi sono saltati, meccanismi collaudati si sono inceppati, molte certezze sono cadute. La crisi, un termine che da solo non vuole dire nulla ma che da più di un secolo è diventato paradigma per la cultura occidentale, però corre il rischio di diventare un contenitore confuso e onnicomprensivo, in cui stipare ogni nostra manchevolezza e ogni politica sbagliata.

Non è colpa della crisi se l’Europa ha da anni rinunciato alla sua spinta originaria, riformista e federalista, che sognava gli Stati Uniti d’Europa, capaci di presentarsi al mondo con una voce sola. Non è colpa della crisi infine se i paesi occidentali si ritrovano improvvisamente a non essere più al centro del mondo ma a doversi confrontare con nuovi attori nazionali (basti pensare a giganti come Cina e India), a dover affrontare situazioni incancrenite (vedi Medio oriente) e a trovarsi nel mezzo di emergenze, come quelle ambientali, destinate sempre di più ad entrare nell’ordine del giorno dei governi.

La crisi non ha fatto altro che acuire queste tensioni e accelerare questi processi. Tutto all’apparenza sembra cambiato. Viviamo immersi nel mutamento tecnologico, una terza rivoluzione dopo la nascita della scrittura e l’invenzione della stampa: ma i politici faticano ad accorgersene e soprattutto a comportarsi di conseguenza, mettendo radicalmente in discussione per esempio il loro stile comunicativo.

La realtà globalizzata modifica il modo di relazionarci con gli altri: mentre si frantuma definitivamente il modello di società basato su realtà locali più o meno omogenee, dal punto di vista culturale ma anche economico, si intessono nuovi legami, si costituiscono reti che hanno annullato, almeno virtualmente, qualsiasi distanza di spazio, di tradizione, di percezione del mondo. Questo dovrebbe interessare la politica. La politica infatti nasce nella città, in un intreccio di relazioni concrete, vicine, tangibili: nasce dal “faccia a faccia”.

La politica non può fare completamente a meno della comunità, con qualsiasi accezione che si vuol dare a questo termine. La comunità di oggi tuttavia non può essere quella di ieri, deve fondarsi su nuove categorie, viaggiare su nuove coordinate, essere insieme qui e altrove, locale e globale, ancorata al tempo trascorso e proiettata in un futuro tutto da scrivere. Il concetto di comunità va dunque ripreso. Anche per rispondere allo sconquasso generale che ha investito il capitalismo liberista divenuto ostaggio della finanza. Non sappiamo quale modello alternativo credibile si possa proporre ma constatiamo la fine di un sistema che ha guidato il mondo almeno dal dopoguerra in poi. La delocalizzazione, la perdita del potere di acquisto dei salari, l’aumentare delle diseguaglianze tra gli strati sociali e tra le nazioni del mondo, l’erosione dei diritti dei lavoratori e anche dei cittadini, la crescente disoccupazione sono le conseguenze della fine di un sistema.

Si è detto molte volte che non viviamo una crisi congiunturale bensì strutturale che dovrebbe indurre a mettere in discussione l’insieme dei comportamenti collettivi, lo stile dei consumi, l’impostazione economica generale, i metodi di produzione, i rapporti con i lavoratori. Ad un’attenta analisi si comprende come, al di là della retorica, sono stati pochissimi i passi concreti in direzione del cambiamento. Eppure oggi è quello che ci è richiesto.

Si tratta di muoversi secondo nuove coordinate. Occorre innanzitutto interpretare, per quanto possibile, l’evolversi della globalizzazione. In futuro non ci saranno direttori ristretti per governare il mondo, né club di potenze egemoni, bensì un intrecciarsi di potere, un affacciarsi di nuovi attori extra statali (multinazionali ma anche Ong), un imporsi di organismi regionali. La parcellizzazione degli interessi, spesso incomponibili, porteranno a tensioni in grado di frantumare, di volta in volta, equilibri faticosamente raggiunti.

In un recente libro “Come si governa il mondo” il politologo indiano Parag Khanna, già consulente di Obama, propone uno scenario simile. Per il futuro non dobbiamo aspettarci né un mondo bipolare (una volta rappresentato da USA e URSS, oggi da USA e Cina) né unipolare a guida americana (il sogno fallito di Bush), né multipolare (governato cioè dagli organismi internazionali) bensì “neomedievale”. Con questa espressione Khanna non vuole evocare quel medioevo stereotipato tutto barbarie e oscurantismo, ma trova nella pluralità di attori politici tipica dell’età di mezzo (città, Stati nascenti, consorterie, leghe, diocesi, banche e agenzie commerciali, università, ma anche eserciti, banditi, signori della guerra e potentati locali) una fedele immagine del presente, dove le multinazionali contano di più di Stati sull’orlo del disfacimento, dove le principali megalopoli producono, consumano e inquinano più di tre quarti del pianeta, dove le ONG e gli eserciti personali (fatti di soldati o di capitali) giocano alla pari con i governi, dove le nuove tecnologie permettono a tutti, da casa, di essere attivi diplomatici. Soltanto l’accettazione di questa frammentarietà e la scommessa sulla “megadiplomazia”, cioè la caotica, continua ma produttiva negoziazione a ogni livello possono tentare di guidare il mondo.

Lo scenario più probabile è quello dunque di un medioevo post moderno, costituito da tanti piccoli frammenti di interessi, sovranità, influenze in competizione o in alternativa. La sfida è quella di proporre un disegno capace di comporre questo complicatissimo mosaico, progettando un edificio fondato su due pilastri: le istituzioni internazionali e le comunità locali. Il futuro si gioca in questi due poli.

Questa struttura istituzionale bipolare deve però riempirsi di contenuti. Non occorre scomodare Marx per capire che la politica è strettamente connessa all’economia; non servono prove per dimostrarlo, basta sfogliare un giornale. Per cambiare la politica bisogna cambiare l’economia. E viceversa. Oggi l’economia si basa sugli approvvigionamenti energetici. Per questo l’ONU ha dedicato il 2012 al tema dell’energia sostenibile per tutti. L’energia diventa il cuore del problema e il passaggio dal monopolio degli idrocarburi alle fonti rinnovabili sarà una trasformazione che riguarderà proprio la politica. La questione ambientale, intesa non in senso integralista, ma vista come il luogo per innovare, per inventare nuove tecnologie, per concretizzare una possibile uguaglianza tra gli uomini, è il punto di partenza per qualsiasi proposta politica. Ambiente vuol dire nuovi modelli economici, nuovi rapporti tra i popoli, nuove possibilità di sviluppo. Ancora una volta le istituzioni internazionali devono offrire una cornice in cui poi saranno le comunità locali, i movimenti di opinione, le campagne di mobilitazione, i siti internet di informazione, le azioni capillari a dipingere e a realizzare il quadro.

Piergiorgio Cattani

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