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Territori Palestinesi: oltre il boicottaggio "anti-israeliano", i prodotti del commercio equo

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Il mercato a Ramallah - Foto: M. Perathoner

Sul fronte dell’attivismo pro-palestinese si canta vittoria, il ministro degli Affari Esteri italiano Franco Frattini denuncia la decisione come atto di razzismo, i diretti interessati non parlano di boicottaggio. Tra schiamazzi ideologici e prese di posizione, di certo, nella vicenda, c’è che diversi prodotti coltivati nelle colonie israeliane situate nei Territori palestinesi, non si troveranno più negli scaffali delle principali catene di supermercati italiani. Per il momento perlomeno.

Più precisamente, nelle Conad e Coop d’Italia non verranno più venduti gli agrumi “Jaffa” e i datteri “Jordan Plains”, entrambi prodotti in Israele e nelle colonie della Valle del Giordano, all’interno, insomma, dei Territori Occupati. Ed importati nel nostro Paese dall’Agrexco Agricultural Export Company Ltd, il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani che commercializzerebbe, secondo quanto riportato dal Global BDS movement, anche il 60-70 per cento di frutta, verdura, fiori ed erbe aromatiche prodotte nelle colonie costruite illegalmente in territori palestinesi.

Come dichiarato nei giorni scorsi dal movimento “Stop Agrexco Italia”, che a partire dal mese di gennaio 2010 aveva intrapreso una campagna di pressione sulle catene di supermercati italiane proprio per interrompere la distribuzione dei prodotti in questione, il risultato sarebbe “senza dubbio positivo”, in quanto si sarebbe dato seguito alla “denuncia della commercializzazione illegale di prodotti provenienti dalle colonie e della situazione di violazione della legalità internazionale e dei diritti umani in Palestina che caratterizza la produzione di quelle merci”.

Segnalazione accolta dal Consorzio Nazionale delle Cooperative di Consumatori, meglio nota come Coop, che nella persona del direttore qualità Maurizio Zucchi ha comunicato in una lettera indirizzata alla “Stop Agrexco Italia” la decisione di ritirare i prodotti incriminati, precisando , però, che non si sarebbe trattato di boicottaggio, bensì di una questione di tracciabilità. Come affermato dall’Agrexco stessa, infatti, “il 99, 6 per cento della merce esportata proviene dallo stato di Israele vero e proprio, lo restante 0,4 per cento invece da coltivatori della Giudea e Samaria”. Tali prodotti, pur essendo contrassegnati nei documenti di accompagnamento, non conterrebbero la stessa indicazione in etichetta. La Coop avrebbe pertanto deciso di “salvaguardare il consumatore nella sua libertà di scelta rispetto a ciò che acquista”, sospendendo l’approvvigionamento di merci prodotte nei territori occupati.

Le attività di Stop Agrexco Italia si inseriscono in una rete di iniziative promosse, a partire dal 2005, dalla società civile palestinese per individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, e non solo quelli provenienti dalle colonie costruite nei Territori Palestinesi. Secondo quanto dichiarato dall’associazione Global BDS movement, infatti, le”misure punitive non-violente dovrebbero essere mantenute fino al momento in cui Israele farà fronte ai suoi obblighi di riconoscere il diritto inalienabile del popolo Palestinese all’autodeterminazione e di rispettare completamente le norme del diritto internazionale”. L’Unione Europea apporterebbe annualmente 12 miliardi di euro all’economia israeliana, essendo il secondo più grande mercato di esportazioni per Israele dopo gli Stati Uniti.

In Italia, per il momento, sono stati messi al bando datteri e agrumi di dubbia provenienza, ma la lista nera elaborata dal Global BDS movement non si esaurisce qui. Tra i prodotti banditi dal movimento, infatti, vi sono anche diversi prodotti ed alcuni marchi insospettabili agli occhi di molti consumatori occidentali. I prodotti di bellezza del Mar Morto della ditta Ahava, i prodotti L’Oreal/The Body Shop, Estee Lauder eVictoria’s Secret: tutte ditte accusate di produrre, in parte o totalmente, nei Territori occupati o di finanziare le attività di costruzione di colonie illegali in Cisgiordania. E poi ci sarebbe anche la Motorola, nota per la produzione di telefoni cellulari, ma che sviluppa anche componenti utilizzate in sistemi di comunicazione e sorveglianza utilizzati nelle colonie e nei check point israeliani.

Ma, successi del movimento a parte, c’è anche chi segnala i danni economici che da questo genere di attività di boicottaggio deriverebbero per tutta la regione. Come sottolineato da Frattini, d’altra parte, “nei Territori occupati lavorano decine di migliaia di palestinesi”. E, su questo, il Ministro degli Esteri italiano non ha tutti i torti, in quanto chi coltiva agrumi e datteri, in molti casi, sono proprio i palestinesi stessi. “I Palestinesi che ad esempio rimangono nella Valle del Giordano non hanno il diritto di costruire case, ristrutturare quelle esistenti, scavare pozzi, raccogliere l’acqua piovana, muoversi liberamente e persino andare a scuola. La maggior parte di loro è sfruttata come forza lavoro nelle piantagioni o nei magazzini di confezionamento dei prodotti delle colonie, in quelle che erano le loro terre”, dichiarano a tale proposito i portavoce della coalizione italiana contro Agrexco. Gli stipendi, infatti, sarebbero minimi e le condizioni di lavoro non buone.

E a chi parla di danni economici per tutta la regione si potrebbe, forse, segnalare un’alternativa. I prodotti made in Palestina, infatti, esistono eccome. Promossi, tra gli altri, dall’associazione PARC, ong che sostiene lo sviluppo agricolo ed esporta tramite la rete di commercio di Ctm Altromercato, cous-cous, mandorle, olio d’oliva e datteri.

Michela Perathoner
(Gerusalemme - inviata di Unimondo)

 

La collaborazione tra Unimondo e Michela Perathoner continuerà fino ad agosto. Nel 2010 sono stati pubblicati i seguenti articoli:

 

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