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Il problema non è nostro. Anzi, sì.
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Una recente manifestazione di giovani - Foto: informarexresistere
Il problema non è nostro. Dopotutto abbiamo già goduto una vita “in santa pace”. Dal '45 ad oggi sono 66 anni. Il problema, credo, sarà più dei nostri figli o nipoti.
Le opportunità si assottiglieranno. L'Italia sarà solo derisa e mai riconosciuta all'estero e le generazioni future, semplicemente, malediranno il nostro “far niente” davanti allo sfascio istituzionale, demolizione del welfare, privatizzazione di acqua ed energia, volgarizzazione delle relazioni, dipendenza del potere legislativo e giudiziario dall'esecutivo, cementificazione del nostro territorio da parte delle mafie e non solo, una classe dirigente che si riciclerà in quarta età con accumulo impressionante di pensioni e benefit, un debito pro capite di 33.000 euro che ipotecherà il futuro di ogni nato mentre le Tv locali mostreranno la merceficazione del corpo di minorenni parlando per mesi e mesi del sequestro di una bimba. In questo brodo culturale nazional popolare i ricchi diventeranno sempre più ricchi ed i poveri saranno masse sterminate, indefinite. La nazione che detiene metà patrimonio culturale del mondo va in decadimento. D'altronde.... di cultura non si mangia.
I nostri nipoti non sopporteranno tutto questo. Scenderanno in piazza. Non saranno codardi come i loro genitori o nonni. Ed in piazza ci staranno. Eccome! Con le sole armi della nonviolenza. Giorni e giorni. La chiameranno la “rivoluzione della mimosa”! Eh certo! Sono state le donne a portare in piazza i pantofolai. I mezzi per organizzare il tutto saranno social network e cellulari. TV e radio saranno di proprietà dei figli del tiranno. Nonviolenza e resistenza passiva i metodi. Festa tricolore. Bandiere della pace ovunque. Ma molti, moltissimi hanno fretta. Non vogliono aspettare nuove elezioni. Ricostruire le Istituzioni. Sono spaventati dalla fatica e dall'impegno. D'altronde, per più generazioni, nessuno s'è ma preoccupato d'insegnar loro cosa fossero.
Molti emigreranno. In massa. Nord Europa. Lo fanno già, a dire il vero, con la Ryanair in cerca non di un miglior impiego ma di uno qualsiasi. Un domani, con minori risorse, espatrieranno con mezzi di fortuna. Forse in autostop. Dovranno attraversare le alpi e qualcuno non raggiunge il confine. Poi la Germania per approdare in Danimarca, Svezia e Finlandia ove v' è ancora qualcosa che assomiglia alla speranza. Ove il conflitto d'interessi esiste e la piovra non si sta mangiando pezzi di Stato.
Arriveranno con appesa alla catenina un Cristo ebreo in cerca di una democrazia greca. I loro passaporti avranno una scrittura latina e numeri arabi. Berranno un caffè metà etiope e metà brasiliano. Porteranno un orologio svizzero ed un walkman coreano nella tasca della camicia hawaiiana. La notte prima avranno divorato una pizza italiana. Insomma, saranno cittadini del mondo e, per la prima volta, si sentiranno stranieri.
E troveranno finalmente qualcuno ad accoglierli. Mascherina e guanti bianchi in lattice. Li metteranno in gruppi di cinquanta e li faranno accovacciare. Giù Giù! Urla. Parole incomprensibili. La polizia danese sarà armata. Manganello in mano. Anziché degli eroi liberatori siamo considerati un peso umanitario. Si prova ad interloquire in inglese. “Andare in bagno? Quando toccherà il vostro turno!” Ore. Poi finalmente in piedi. V'è il rancio (zuppa d'anguille, merluzzo e cetrioli); il primo giorno può anche andare ma poi....Verso l'imbrunire i danesi ci mettono in fila per entrare nel sovraffollato centro di detenzione. Vecchie caserme attorniate da un muro di cinta doppio con filo spinato. Cameroni. Letti ovunque. Pochissime latrine. I nostri figli saranno costretti in stanze in soprannumero.
“Ma si. Niente è più definitivo del provvisorio”. Passano le giornate. Di tanto in tanto ci fanno uscire per poche ore d'aria ma la popolazione è stanca di vederci. Non esce. Ha paura. Dietro gli scuri si odono cronache di ordinario razzismo: “Non ce li possiamo permettere”, “io non sono razzista, ma sono troppi”, “il Governo spende molti più soldi per loro che per noi”, “dobbiamo pensare prima a noi”. La loro televisione trasmette non stop l'invasione. Poi il rientro. La conta e la solita minestra. “MA I NOSTRI FIGLI VOGLIONO SOLO LAVORARE!”. “Ma che gridi? Nessuno ti sta a sentire! Ma che scrivo a fare, tanto, il problema non è nostro. Anzi. Si.






