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I talebani di Israele, quando il fondamentalismo minaccia la convivenza

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Una manifestazione discriminatoria degli haredim. Foto: garciaamparo.blogspot.com

“Non sarà l’Iran a distruggere Israele, ma forse saranno gli Haredim”. Con queste nette parole Giuseppe Franchetti, figura molto nota dell’ebraismo italiano ed esponente della sinistra laica sionista che anima la rivista Keshet, nel dicembre 2010 avvertiva del pericolo che queste frange estremiste – ma niente affatto marginali – della composita realtà israeliana possano minare i fondamenti di una società democratica e pluralista. Franchetti è stato profetico.

Nei giorni scorsi infatti gli haredim sono stati protagonisti, nella cittadina di Beit Shemesh situata tra Gerusalemme e Tel Aviv, di un’ondata di azioni oscurantiste e violente, in perfetta assonanza con i talebani e gli altri fondamentalisti di matrice islamica. Un gruppo di questi ultraortodossi ha insultato una bambina, per altro appartenente a una famiglia religiosa, perché vestita in maniera inappropriata secondo i loro canoni: portava una T- shirt. Non contenti hanno affisso cartelli dove stabiliscono che vi sono marciapiedi per femmine e marciapiedi per maschi. Alle donne è inoltre vietato soffermarsi davanti alla sinagoga perché accusate di fare solo pettegolezzi! Hanno anche tentato di proibire agli invalidi di circolare in carrozzella durante lo shabbat, poiché anche la carrozzina è giudicata un mezzo di trasporto come l’automobile. La polizia, intervenuta in forze, ha cercato di disperdere la manifestazione che alla fine è sfociata in tafferugli.

Questi eventi hanno colpito molto l’opinione pubblica israeliana e in poche ore è stata organizzata una contromanifestazione soprattutto di donne, volta a difendere i principi fondamentali dello Stato laico. Anche la reazione dei politici è stata (quasi) unanime: sinistra e destra, laici e religiosi e persino ultraortodossi, ma non così ultrà come il capo del partito degli ebrei orientali ( lo Shas) si è mobilitato. Alla manifestazione erano presenti anche ministri del governo insieme ai capi dell'opposizione. Il presidente Shimon Peres ed il Primo ministro Netanyahu hanno affermato che è inconcepibile che un gruppo di teppisti possa arrogarsi il diritto di dire alla gente dove deve camminare.

Non contenti gli haredim hanno inscenato una nuova manifestazione, vestendo i bambini con le divise dei prigionieri dei campi di concentramento, con tanto di stella gialla: un vero shock per Israele che vede utilizzata dai propri concittadini quella propaganda, utilizzata da frange estremiste del mondo arabo, che stravolge la storia paragonando lo Stato ebraico al regime nazista. Un’offesa imperdonabile dunque che tra l’altro contrasta con i principi che l’Europa e l’ONU si sono dati per affrontare il fenomeno dell’antisemitismo, evidente nel tentativo di tracciare paragoni tra la politica israeliana e quella del regime di Hitler.

Ma chi sono questi “ebrei talebani”? Sono gruppi molto eterogenei tra di loro ma hanno origine quasi tutti dai movimenti chassidici sorti a partire dal XVII secolo nella Polonia poi divenuta parte dell’impero zarista. Dopo essere immigrati negli Stati Uniti, sono giunti in Israele dopo la nascita dello Stato che loro comunque riconoscono soltanto de jure, in quanto il ritorno dall’esilio e la ricostruzione di una patria nella Terra dei padri potrebbe essere opera esclusivamente del Messia. Alcuni haredim sono dunque ostili allo Stato tanto da partecipare solennemente ai convegni antisemiti di Ahmadinejad.

Il loro stile di vita prevede una rigida differenziazione dei sessi al limite della segregazione(autobus, marciapiedi, luoghi di culto e di incontro diversi per uomini e donne), una maniacale esecuzione dei precetti della Torah, un’esistenza per i maschi dedicata allo studio senza compiere alcun tipo di lavoro, non facendo il servizio militare (con quello che ciò significa in Israele). Sono le donne e soprattutto lo Stato che li mantengono. Perché il problema degli haredim non è solo folklore ma investe direttamente la natura laica (e quindi democratica) di Israele. Già il governo di destra tuttora al potere, dopo aver finanziato il partito Shas e in particolare le scuole e gli istituti religiosi ad esso legati, dopo aver lasciato piede libero al ministro degli esteri Lieberman, ostile a qualsiasi trattativa di pace, ha imboccato una pericolosa china etnica e confessionale con la proposta che obbliga i cittadini israeliani a prestare fedeltà a uno stato definito come “ebraico”.

Questa tendenza sembra però inarrestabile se pensiamo che più di un terzo dei ragazzi israeliani frequenta scuole religiose ultraortodosse (forse più moderate dei haredim, ma comunque ostili alla laicità), più del 10% appartengono alla minoranza araba e il restante 50% frequenta scuole statali in cui la propaganda confessionale è presente. Come sta avvenendo da decenni nel mondo arabo, con una ideologia islamista che può trascinare le rivoluzioni del 2011 a esiti di chiusura e di teocrazia, anche in Israele il fondamentalismo si sta diffondendo in maniera preoccupante. Se questo fenomeno non verrà arginato, come scrive Franchetti, da dentro e non da fuori di Israele potrebbe arrivare “la fine del sogno di Herzl e dei pionieri e di tutti coloro che per la realizzazione dello Stato degli ebrei hanno sognato, hanno lavorato, hanno combattuto e sono morti”.

Piergiorgio Cattani

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