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Honduras: quando la dittatura colpisce i giornalisti

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Una manifestazione contro il regime in Honduras - Foto: www.redesciudadanasjalisco.blogspot.com

L’ultima in ordine di tempo è Luz Marina Paz, freddata a colpi di rivoltella all’inizio di dicembre, assieme all’amico meccanico che la accompagnava in una strada secondaria della periferia di Tegucigalpa, capitale dell’Honduras.

Con l’omicidio di Luz Marina Paz sale a 17 il numero di giornalisti assassinati nello stato centroamericano negli ultimi due anni. Una doppia cifra impressionante che la dice lunga sulla qualità del tessuto democratico e sul grado di rispetto dei diritti umani in Honduras.

La giornalista lavorava per Radio Globo, una delle tanti voci libere che tentano di esprimere, nonostante il clima di minaccia e persecuzione, il dissenso nei confronti del governo in carica.

Ripassando la storia più recente della Repubblica Hondureña, il colpo di stato militare del giugno 2009 portò all’arresto e alla successiva espulsione dal paese del presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya. Il golpe, l’unico del nuovo millennio in tutto il continente americano, porta la firma di Roberto Micheletti, origini lombarde e carattere di ferro. Presidente de facto dal colpo di stato fino al gennaio 2010, Micheletti cedette la poltrona presidenziale al conservatore Porfirio Lobo Sosa, del Pardido Nacional e tutt’ora in carica.

Dalla deposizione coatta di Zelaya il Paese ha cambiato faccia, direzionandosi verso derive autoritarie. Il C-Libre, il Comitato per la Libera Espressione, ha denunciato il grave stato in cui versa la libertà di stampa e di opposizione politica interna. Lo spropositato aumento nel numero di omicidi di giornalisti indipendenti, unitamente ai numerosissimi casi di minacce e violenze fisiche, ne costituiscono la testimonianza più macabra. Ciò che colpisce, continua il Comitato, é la totale impunità di quanto avvenuto. Per nessuno dei 17 omicidi commessi si è identificato un solo colpevole. Appena poche ore dopo il rovesciamento di Zelaya, diverse emittenti radiofoniche sono state militarmente occupate e costrette alla chiusura. La più nota tra queste è Radio Progreso.

La impunità e la paura serpeggiante costituiscono un freno significativo alla crescita economica. Come sancisce la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la presenza di una stampa libera, indipendente e pluralistica è essenziale allo sviluppo e al mantenimento della democrazia di una nazione, oltre che allo sviluppo economico. La CEPAL ha classificato l’Honduras come il paese dove la povertà e la disuguaglianza sociale sono cresciute maggiormente in America Latina nell’ultimo anno. Reporter Senza Frontiere cataloga lo stato centroamericano tra i più pericolosi in assoluto per chi esercita la professione di giornalista.

Il silenzio delle autorità stride con i cori di protesta pronunciati a gran voce dalle associazioni per i diritti umani e di categoria. Per la Plataforma de Derechos Humanos, in Honduras è in atto una “strategia di terrore, immobilizzazione e persecuzione contro gli oppositori al golpe e al governo in carica”. Meno di un mese fa, la manifestazione indetta da un nutrito gruppo di giornalisti “non allineati” davanti al palazzo del governo, è stata repressa a colpi di manganello da parte delle forze dell’ordine. Segnale chiaro ed inequivocabile della strategia di Porfirio Lobo di mettere a tacere ogni voce di dissenso fu la nomina a capo dell’Impresa Hondureña di Telecomunicazioni di Romeo Vàzquez, il generale che nel giugno del 2009 arrestò il presidente Manuel Zelaya dando il via al colpo di stato. Assieme a Vàzquez, vari altri protagonisti del golpe, macchiatisi di gravi violazioni dei diritti umani, ricoprono oggi cariche governative o ruoli di massima importanza in imprese strategiche per il Paese.

Chi sceglie di manifestare il proprio dissenso rischia la vita o paga con la stessa. La Polizia nazionale è tra le più coinvolte in questo gioco al massacro. Sono state scoperte connessioni tra funzionari di polizia e i gruppi di narcotrafficanti. Lo scandalo ha assunto una portata tale che lo stesso governo ha tentato di salvare la faccia dichiarando pubblicamente di non essere al corrente “di un problema di tale magnitudine”. Non è un caso come la maggior parte dei giornalisti assassinati fosse impegnata in inchieste sul coinvolgimento della polizia in azioni di sequestro, narcotraffico e omicidio.

Stona, in questo evidente clima di democrazia di facciata, l’affermazione di Barack Obama, dichiaratosi soddisfatto per i progressi ottenuti dal governo Lobo per il restauro ed il mantenimento della democrazia.

In risposta alla violenza e all’impunità istituzionale, stanno sorgendo in Honduras nuove organizzazioni, come il Collettivo delle Donne Giornaliste per la Vita e la Libertà d’Espressione. Non hanno paura di alzare la voce. Chiedono solo di essere ascoltate.

Andrea Dalla Palma

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