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Diritto alla terra: 'svendita' all'estero in Africa, preoccupante legge in Brasile

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Coltivazione della palma in Ghana - The Tech Herald

I governi africani stanno svendendo loro la terra migliore, quella coltivabile, a investitori stranieri soprattutto indiani, cinesi, arabi e sudcoreani. E' il preoccupante allarme rilanciato in Italia dal sito di 'Nigrizia' che emerge dal rapporto "Land Grab or development opportunity?" (Incetta di terre o opportunità di sviluppo?) presentato nei giorni scorsi da due agenzie Onu (Fao e Ifad) e dall'Iied, l'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo.

Il rapporto - spiega la Fao - avverte che i contratti "possono portare nuove opportunità" (come garantire sbocchi ai prodotti, impiego, investimenti in infrastrutture e nella produzione agricola) ma può anche causare "gravi danni se le popolazioni locali vengono escluse dalle decisioni che riguardano la distribuzione delle terre e se i loro diritti alla terra non vengono protetti". Sebbene, infatti, gli investimenti nei terreni agricoli sono in aumento, essi sono "dominati da investimenti stranieri" ed, inoltre, gli affari del settore privato sono più comuni che non quelli tra governi, anzi i governi usano diversi stratagemmi per sostenere il settore privato. Il rapporto sottolinea inoltre che diversi paesi africani "non hanno strumenti sufficienti per proteggere i diritti delle popolazioni locali e per prendersi cura dei loro interessi e benessere".

Lo studio delle agenzie Onu - spiega Nigrizia - ha focalizzando la situazione in 5 paesi africani: Sudan, Etiopia, Madagascar, Ghana, Mali. "Ben 2,4 milioni di ettari di terreno sono stati venduti negli ultimi 5 anni, nei soli paesi in esame. Un vero e proprio "neocolonialismo", soprattutto perché nella maggior parte dei casi i contratti sono svantaggiosi per i cittadini africani". In Etiopia l’ettaro è valutato dai tre ai dieci dollari: forse anche per questo la Corea ha già acquistato 2,3 milioni di ettari di terreno, Pechino ne possiede 2,1 milioni, l’Arabia Saudita 1,6 e gli Emirati 1,3.

"La durata delle concessioni - continua Nigrizia - è di 30, 40, anche 90 anni, ma gli accordi prevedono affitti ridicoli: dai 2 ai 10 dollari per ettaro, in Sudan o in Etiopia. Non tengono conto della complessità economica e sociale delle realtà africane, sono appiattiti sulle esigenze spicce degli investitori; nessun riferimento nemmeno alla sicurezza alimentare delle popolazioni locali, alle quali viene destinata solo una minima parte dei raccolti".

"Le prospettive - commenta Nigrizia - on promettono niente di buono, anche se le agenzie delle Nazioni Unite sottolineano come in questo modo molti dei terreni non sfruttati diventeranno produttivi. Il che significa anche impianti di irrigazione e allacciamenti di energia elettrica, e posti di lavoro, ma solo come bassa manovalanza: la gestione è affidata a tecnici e amministratori che vengono dall'estero". In definitiva "gli africani stanno velocemente perdendo il loro bene più prezioso: la terra. E con la terra rischiano di perdere anche altre risorse, a partire dall'acqua. Senza contare le consuetudini legate alla pastorizia, all'allevamento, alle attività di raccolta tradizionali".

Il fenomeno è massiccio, non riguarda solo l'Africa, e non si può fermare, anche perché rientra nella logica globale di "prevenzione" delle crisi alimentari con l'aumento della produzione. Intanto la Camera dei Deputati del Brasile ha approvato nei giorni scorsi la "Legge delle Terre per l’Amazzonia": circa millecinquecento ettari dell’Amazzonia brasiliana saranno "regolarizzati" se la legge approvata dai Deputati avrà la stessa sorte al Senato - riporta 'A Sud' sottolineando che mentre il gruppo dei "ruralisti" spinge per l’approvazione i movimenti dei 'Sem terra' si oppongono.

La nuova legge - spiega 'A Sud' - prevede la regolarizzazione e il rilascio dei titoli di proprietà delle terre di superficie inferiore ai millecinquecento ettari in Amazzonia alle persone che le hanno occupate negli ultimi decenni, incluse aziende e grandi proprietari terrieri. Questa clausola trova l'opposizione del Movimento contadino dei "Sem Terra" (MST) e di Via Campesina, che chiedono l'assegnazione di terre prima di tutto ai contadini che ne sono privi. Il progetto inoltre innalza da dieci a trent’anni l’intervallo di tempo per recuperare le aree da bonificare. "Beneficieranno di questa legge le persone che hanno occupato le terre prima del dicembre 2004" - sottolineano i movimenti. "Il gruppo dei ruralisti ha ottenuto di modificare la norma facendo salire a circa quattrocentomila il numero dei proprietari regolarizzati". Il governo, infatti, aveva l’intenzione di assegnare circa trecentomila titoli di proprietà per circa sessanta milioni di ettari, attribuiti principalmemente allo statale Istituto di Riforma Agraria; ma i ruralisti hanno ottenuto l’aggiunta di altri centomila proprietari.

Per spiegare le problematiche collegate ai diritti economico-sociali di proprietà, di distribuzione e uso della terra nel mondo, Unimondo ha pubblicato oggi la guida onlne "Diritto alla terra". [GB]

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