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Conferenza di Copenhagen: due settimane decisive per il clima

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il sito della petizione Onu 'Seal the Deal!'

È stata una settimana densa, quella appena trascorsa. Una settimana che è riuscita a dipingere, con le dichiarazioni che quasi in sordina si sono susseguite negli ultimi giorni, tutte le tensioni e i nodi cruciali su cui i paesi dell'ONU si confronteranno due settimane alla Conferenza sul clima di Copenhagen. Proviamo a ricostruirla.

Cominciamo con domenica scorsa. L'APEC, associazione dei paesi asiatici che si affacciano sul pacifico, constata che sarà impossibile concludere con successo il negoziato sul clima “nei 22 giorni che rimangono” e rilancia la proposta di un accordo in due fasi. Dalla prima, con la Conferenza di Copenhagen appunto, si dovrebbe uscire con una generica “comunione d'intenti” per la salvaguardia del pianeta. Il secondo incontro, l'anno prossimo, dovrebbe provare a tradurre la buona volontà in un trattato internazionale.

Rabbia e delusione dall'Europa (o, sarebbe meglio dire, da Angela Merkel, vera madrina del progetto europeo 202020 per la riduzione delle emissioni). Si ribadisce l'importanza della conferenza e l'esigenza di non perdere l'occasione, ma si ragiona già su un piano B. La Francia propone una carbon-tax sulle importazioni dai paesi che non tagliano le emissioni di CO2. Si ragiona già sul post Copenhagen. Il vertice del clima sembra essere stato affossato a 21 giorni dal suo inizio.

A questo punto, però, non si fa attendere la risposta del presidente Obama, che in quei giorni è in visita ufficiale in Cina. Nella mattinata di martedì 18 novembre, a fianco del presidente cinese Hu Jintao e davanti ad una platea di centinaia di giornalisti, dichiara che “Il vertice di Copenaghen sui tagli alle emissioni carboniche non deve partorire solo una dichiarazione politica, ma un accordo che abbia effetti operativi immediati”. La collaborazione tra le due superpotenze su questi temi sarà l'unico risultato che il presidente americano porterà a casa dall'incontro: sulla crisi economica sono ancora forti le distanze con il gigante asiatico.

Sempre nella giornata di martedì, a 8000 chilometri di distanza l'UNFP (fondo delle nazioni unite per la popolazione) presenta il suo rapporto sulle conseguenze dei cambiamenti climatici sulla popolazione mondiale. Un documento innovativo, che centra la sua attenzione sulle donne e sui bambini dei paesi in via di sviluppo non solo perché soggetti maggiormente a rischio per le conseguenze dei cambiamenti climatici, ma anche e sopratutto per il ruolo importantissimo che potranno giocare nella lotta agli stessi.

A questo punto, a parte le numerose voci delle associazioni ambientaliste e della società civile internazionale - che hanno invitato i cittadini a mobilitarsi per salvare il Vertice di Copenhagen - ci si aspetterebbe un susseguirsi di dichiarazioni da parte del mondo politico. Chi sta dalla parte di Obama, chi difende le ragioni dell'APEC, chi commenta il rapporto dell'UNFP... Invece, silenzio. Dopo aver visto affossare e rinnovare di speranza il vertice sul clima in meno di 72 ore, il mondo politico tace. Perché?

Per capirlo, forse vale la pena provare a rileggerlo dal principio, questo quadro. A cominciare dalla dichiarazione dell'APEC. A cui, per certi versi, potremmo dare un premio per l'onestà intellettuale. In fondo, ha solo avuto il coraggio di dire ciò che molti paesi pensano e che nessuno vuole dire: i negoziati pre-Copenhagen sono stati deludenti. Non abbiamo ancora raggiunto alcun obiettivo al di là della comunione d'intenti per la salvaguardia del pianeta. Le conferenze ONU si sono chiuse solo con appelli affinché il negoziato del prossimo dicembre non fallisca. I paesi del MIT, che durante il G8 dell'aquila si erano riproposti di presentare dei piani concreti per la riduzione delle emissioni entro questo novembre, sembrano essersi dimenticati degli impegni presi. Anche quest'anno, il modo politico è rimasto a guardare.

E qui arriviamo alla seconda dichiarazione: l'Europa. Che vorrebbe guidare la politica di abbattimento delle emissioni, ma poi concretamente ha grosse difficoltà a farlo, come tutti gli altri paesi. Perché ridurre le emissioni costa. Almeno l'1% del PIL mondiale, forse il 2. Bisogna essere decisi, motivati per compiere questi investimenti. E i paesi europei hanno ormai uno scarsissimo peso politico. Fanno fatica ad accordarsi all'interno dell'UE sui piani di riduzione, non hanno influenza sui paesi extraeuropei. Di fronte all'annuncio prematuro della disfatta cercano soluzioni per correre ai ripari.

Non è però con soluzioni di ripiego che si risolve la questione ambientale. Ecco quindi che entra la terza dichiarazione, l'elemento di novità: i leader. Per la prima volta, sono i grandi della terra, le superpotenze, a credere e scommettere sull'ambiente. Dopo anni in cui il disinteresse americano aveva fatto naufragare numerosi tentativi di aggiornare il protocollo di Kyoto, ora sono proprio gli americani, assieme con i cinesi, a guidare la battaglia contro le emissioni. E lo fanno con progetti concreti, seri, realizzabili. Con piani di investimento lungimiranti, con accordi per lo sviluppo di tecnologie (anche se, va fatto notare, gli investimenti sulla cattura dell'anidride carbonica (CCS) sembrano più un favore alle lobby del petrolio che un investimento ragionato). Ma sopratutto lo fanno immaginando un futuro. È sul futuro che si gioca questa battaglia.

Se durante i negoziati di Copenhagen l'attenzione delle nazioni rimarrà fissa sul presente non potremo sperare niente di meglio di un altro documento di intenzioni. Se alle sfide del futuro cercheremo risposta con le soluzioni del passato non potremo che uscirne sconfitti. Il sistema economico mondiale, attualmente, non considera convenienti investimenti fatti al solo scopo di salvaguardare l'ambiente, né contempla per sua natura come obiettivo la riduzione dei consumi.

Ma se riusciremo ad alzare lo sguardo, a cercare lontano le nuove soluzioni ai problemi di domani, allora potremo vincere. Basta solo guardare oltre il presente. Ed è quello che da un anno a questa parte fa nei suoi discorsi il premio nobel per la pace Barack Obama, ed è quello che ha fatto anche la mattina del 18 novembre.

E qui arriva il silenzio. Si potrebbe pensare che sia un silenzio vuoto, segno di rassegnazione, di disillusione, di indifferenza. A me piace più credere che sia un silenzio “pieno”, carico di tensione, di paure e di speranze, proprio come prima di un viaggio. La rotta da seguire per evitare una tragedia annunciata è già stata tracciata dai progetti della comunità scientifica. È una strada faticosa, ma sicura. Quello che dobbiamo trovare è il coraggio d'intraprenderla. In fondo, Copenaghen sarà solo questo: una prova di coraggio per l'umanità.

Matteo Conci

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