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Afganistan: a scuola di musica
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Foto di Sergio Ramazzotti
Kabul - C'è chi che senza la musica, oggi, sarebbe su una strada e chi, invece, sogna il Rock and Roll, con folle di giovani che saltano e scuotono la testa avanti e indietro. Tre decenni di guerra civile sono stati sufficienti a distruggere la cultura musicale afghana. E allora bisogna ricominciare da capo, con quelli che saranno “il futuro del Paese”.
Nella turbolenta Kabul, ANIM, che tradotto sta per Istituto nazionale di musica afghana, fa sognare tanti giovani, senza distinzione di classe sociale. Una scuola pubblica, gratuita, sotto la direzione del Ministero dell'Educazione afghano. E siccome non è sempre facile spiegare alle famiglie più povere quanto sia importante mandare i figli a scuola, ANIM corrisponde circa 30 dollari al mese ai genitori di quei ragazzi che altrimenti sarebbero a chiedere elemosina.
“La musica è iniziata in Afghanistan 100 anni fa”, dice orgoglioso Daud Moshin, preside dell'istituto inaugurato nel giugno 2010. “Allora – prosegue - la gente si interessava di musica. Gli afghani lavoravano molto sulla musica, avevano orchestre. Quando i talebani presero il potere la musica venne vietata in tutto l'Afghanistan. Ma oggi la musica è di nuovo tutto per me. Attraverso la musica si possono connettere le diverse culture”. “La musica – dice - cambia l'atteggiamento di questi ragazzi in modo positivo. Dalla guerra alla cultura”.
L'Istituto accoglie studenti dal 4° al 14° grado (dagli 8 ai 22 anni), con un programma di istruzione che segue gli standard delle scuole primarie e secondarie del Paese, ma con una formazione incentrata verso la musica. Al 12° grado, i giovani musicisti ricevono il diploma di maturità e nei due anni successivi una laurea in musica. La vera missione è formare gli studenti, fin dalla tenera età, nella conoscenza della musica tradizionale afgana e occidentale, nella sua storia e nelle sue diverse forme.
Due i settori di specializzazione: il dipartimento di musica tradizionale afghana, con l'insegnamento degli strumenti tradizionale e il canto classico e il dipartimento di musica classica occidentale, dove i ragazzi apprendono, ognuno nel suo settore, la conoscenza degli strumenti a corda, a fiato in legno, gli ottoni, il pianoforte, le percussioni e la chitarra. “La musica – dice il preside Moshin - cambia l'atteggiamento di questi ragazzi in modo positivo, dalla guerra alla cultura”.
C'è anche Adriana Mascoli. italiana, musicista, insegnante di piano, è tra il pool di docenti espatriati che insegnano all'ANIM. “Sono arrivata a settembre – racconta – dopo una esperienza lavorativa al conservatorio Edward Said, in Palestina. Questa – racconta l'insegnante di piano italiana – è una scuola formativa – educativa, dove i bambini non vengono ad imparare la musica nel doposcuola, ma hanno la possibilità di poter fare tutto nella stessa struttura”. “Si tratta – sottolinea - di un progetto partito l'estate scorsa, che ha ancora molte strade aperte. Quello che mi rende molto felice è che abbiamo ammesso un gran numero di bambine”. L'impressione di Adriana, dopo 9 mesi di insegnamento, “è che ragazzini e ragazzine siano molto coinvolti dal lavoro che stanno facendo”.
Tra il team internazionale che supporta gli insegnanti locali, oltre ad Adriana, sono presenti tre americani (tromba, violino e violoncello), un russo (clarinetto) e una messicana (percussioni). E poi c'è Irfan Muhammed Khan, che per gli addetti ai lavori non è solo un simpatico e cordiale musicista indiano, ma l'erede della famiglia che inventò il “Sarod”.
“La musica – racconta a Unimondo prima di un concerto al centro culturale francese di Kabul - è stata nella mia famiglia per le ultime 4 generazioni. È stato il nonno del mio bisnonno a inventare lo strumento chiamato sarod. E poi tutto si è tramandato nelle generazioni successive. I miei insegnanti sono stati mio padre e mio zio”. Non è la prima volta che Irfan esporta la sua conoscenza del sarod e del sitar in Afghanistan. Negli anni ha insegnato anche in India, Bangladesh e qualche anno in Germania. “Ero qui 30 anni fa – sottolinea - durante il regime comunista. Ho passato a Kabul tre anni e mezzo, formando diversi studenti. Uno di questi adesso è insegnante”. Ma qualcosa è cambiato rispetto al passato: “la maggior parte dei ragazzi a cui insegno adesso viene da famiglie povere. La gente in Afghanistan è molto musicale e da sempre utilizza strumenti come la tabla. Sfortunatamente, durante il periodo talebano, nessuno poteva suonare questa musica. Personalmente per me la musica è un culto, una venerazione. E poi voglio mantenere la tradizione familiare. Mi piace insegnare. Sono più un insegnante che un artista. Per tutta la vita ho insegnato”.
“A Kabul, ma probabilmente in tutto l'Afghanistan, non ci sono molte persone che sanno cosa è il rock. Ma ad alcuni piace. Persone come me, i miei amici, i miei fratelli, i fratelli dei miei compagni di classe e altri che conoscono questo genere di musica”. Ahmad Reshad è un percussionista. Gira con le cuffie al collo ed il filo che penzola in basso. Zaino con scritte di pennarello in inglese e abbigliamento da rocchettaro, ha iniziato a suonare nella scuola 4 anni fa. “Questo è un amore che viene da prima – racconta – da quando ero bambino. Ho sempre ascoltato musica rock, mi piace suonare la batteria. Da piccolo avevo delle bacchette che mi ero costruito con rami d'albero. Mettevo le cuffie e ascoltavo musica rock, immaginandomi un batterista”, dice, mentre con le mani mima il movimento. “Questa cosa – racconta soddisfatto - è andata avanti finché non ho scoperto che anche nel mio paese, l'Afghanistan, c'era una scuola di musica”. Come tanti giovani talentuosi si è iscritto ed è stato ammesso. Ha anche piani per il futuro. O meglio, come tiene a sottolineare, un desiderio, un grande desiderio: “da un po di tempo abbiamo una rock band, siamo in quattro e il sogno è quello, un giorno, di poter fare un concerto con 10mila persone. Per adesso abbiamo tenuto soltanto piccoli concerti in qualche ambasciata, tra cui quella italiana”. Perché in fondo nell'Afghanistan che sta nascendo, non si può suonare rock ovunque. Se non si vogliono passare guai.
Hojat Hameed arriva con il passaporto in mano. “Oramai – dice – non ci speravo più”. Anche gli afghani hanno a che fare con la burocrazia e Hojat ne ha fatto le spese per avere il suo documento. Sarà il primo studente dell'ANIM che andrà all'estero per un master in musica. Sarà il primo a sbarcare nell'Indiana, per affinare la tecnica del violino e si dice “felice di poter seguire questo corso di 2 settimane negli Stati Uniti, un corso con professori famosi”. “Ho iniziato a suonare quando avevo 8 anni. Durante la guerra – racconta - sono fuggito con la mia famiglia in Iran e siamo tornati a Kabul soltanto 5 anni fa. Mi sono subito iscritto all'Istituto Nazionale di Musica, che a quel tempo si chiamava “Artist School”. Perché il mio obiettivo è sempre stato fare musica. La mia cantante preferita è Céline Dion. Quando da piccolo ascoltavo le sue canzoni speravo di poter suonare musica da grande”.
Hojat è giovane ma con le idee chiare. “La musica – afferma - è Dio per me. La maggior parte delle volte che non ascolto musica prima di andare a letto non riesco a dormire. Penso che la musica sia la mia strada. La musica mostra la via giusta, niente guerra. Solo pace. Io voglio aiutare la mia gente a costruire musica, la musica pura, sia classica che occidentale. Voglio migliorare il mio futuro e quello del mio paese attraverso la musica”.
Andrea Bernardi(inviato di Unimondo)






