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Acqua, la vera priorità per la sicurezza globale

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Il logo della Giornata mondiale dell’acqua – Foto: tourismintuscany.blogspot.com

Oggi si celebra la Giornata mondiale dell’acqua, un appuntamento ormai fisso per fare il punto sulla situazione delle risorse idriche del pianeta e in generale del modo in cui utilizziamo (e sprechiamo) l’oro blu. Innumerevoli sono le attività umane connesse all’acqua, dall’industria alla produzione di carne, dalla guerra all’irrigazione dei campi. Siamo acqua e abbiamo bisogno di acqua.

Quest’anno il tema della Giornata collega l’acqua alla sicurezza alimentare. È ovvio che per produrre cibo abbiamo bisogno di acqua e che l’agricoltura è strettamente connessa all’irrigazione, alla canalizzazione e alla gestione delle precipitazioni atmosferiche. Il 70% dell’acqua dolce viene utilizzata per irrigare i campi che producono circa il 40% del cibo a livello globale. Ma quanta acqua si utilizza per soddisfare i nostri bisogni primari? Per esempio per produrre un kilo di grano ci vogliono in media 1500 litri d’acqua; ma per un kilo di carne 10 volte di più. Di qui i problemi gravissimi che si stagliano all’orizzonte causati dall’incremento di consumo di carne nella dieta alimentare di milioni di persone. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, il consumo di carne è destinato ad aumentare da 37kg per persona all’anno (intorno al 2000) fino a 52kg nel 2050 (nei paesi emergenti dovrebbe passare da 27kg a 44kg). Ciò implica non solo che la produzione cerealicola dovrà essere destinata in gran parte al bestiame ma anche che il consumo d’acqua si moltiplicherà. Per non parlare della nuova frontiera dei biocarburanti: servirà irrigare anche i campi di mais e di colza che poi serviranno non a sfamare la popolazione ma a garantire le forniture energetiche per le industrie.

In questo contesto un nuovo concetto piano piano sta prendendo piede nella ricerca scientifica che studia l’impatto ambientale dei consumi, del nostro stile di vita e in generale del modello di produzione. Oltre alla questione degli idrocarburi e delle altre forme di energia, sempre di più aumenta la consapevolezza intorno alla scarsità (e quindi alla preziosità, oppure al valore – per usare un termine più propriamente economico) del bene primario per eccellenza, ossia l’acqua. Calcolare quanta acqua consumiamo diventa prioritario per gestirne l’utilizzo e la conservazione. Così è stato introdotto il concetto di “water footprint”, sulla scia del più noto “carbon footprint”. Uno dei fautori di questa idea è il professor Arjen Hoekstra secondo cui l’impronta misura l’uso di acqua di nazioni, industrie e singoli individui non solo considerando il consumo diretto ma anche quello connesso all’intero ciclo di produzione. Per esempio, scrive Pierangelo Soldavini sull’inserto Nòva del Sole 24 ore di domenica 18 marzo 2012 “un litro d’acqua del rubinetto è pari a un’impronta di un litro, ma un litro d’acqua in bottiglia, tra macchinari, distribuzione e bottiglia, di litri ne consuma 5. Un recente studio di Hoekstra ha fissato in 1385 metri cubi (un metro cubo è pari a 1000 litri d’acqua) l’anno l’impronta ecologica procapite media, con gli Stati Uniti a 2842 e l’Italia non molto distante a 2332”. Ciascuno può calcolare il proprio water footprint.

Esiste anche una sorta di bilancia commerciale dell’impronta idrica con paesi importatori ed esportatori. È ovvio che le maggiori nazioni importatrici di energia, cibo e beni di consumo saranno quelle che avranno un “saldo” positivo (o negativo, dipende dal criterio di riferimento) in quanto devono importare molta più acqua di quella che producono. L’Italia insieme alla Germania e al Giappone sono tra i maggiori paesi “assetati”.

Anche la guerra significa un grande consumo di acqua (soprattutto minerale). Scrive Emanuele Giordana su Terra: “In Afghanistan le truppe consumano circa 1,5 milioni di ettolitri d’acqua l’anno. Se foste un produttore di minerale, gasata o naturale, l’ultima cosa che vorreste è la fine del conflitto. Vi raccontiamo come anche un semplice e innocente litro d’oro blu contribuisce al business della guerra. … Potreste immaginare che una guerra, oltre che di sangue e sudore, dolore e miseria, è fatta anche di acqua? Per lo più minerale e imbottigliata? Eppure anche il limpido, chiaro, innocente e non sempre gratuito liquido trasparente che simbolicamente rappresenta l’essenza stessa della vita (se è vero che il nostro corpo è fatto d’acqua al 70%) è una parte fondamentale della guerra”.

In questi ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative intorno al tema dell’acqua. Nel mondo come in Italia. Soprattutto a seguito del referendum contro la privatizzazione. L’acqua diventa un orizzonte fondamentale per qualsiasi scelta politica.

Annota il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos su Adista Documenti 8/2012 relativamente ai uno dei punti fondamentali del cammino verso Rio +20 e in particolare per l’assemblea dei popoli parallela all’incontro ufficiale, quello dei beni comuni: “tra i beni comuni bisogna ricordare l’aria e l’atmosfera, l’acqua, le falde acquifere, i fiumi, gli oceani, i laghi, le terre comunali o ancestrali, le sementi, la biodiversità, i parchi e le piazze, il linguaggio, il paesaggio, la memoria, la conoscenza, il calendario, internet, l’html, i prodotti copyleft, Wikipedia, l’informazione genetica, ecc. i beni comuni presuppongono diritti comuni e diritti individuali di uso temporaneo. Alcuni di questi beni possono esigere o tollerare alcune restrizioni all’uso comune ed egualitario, ma devono essere eccezionali e temporanee. L’acqua comincia ad essere considerata come il bene comune per eccellenza e le lotte contro la sua privatizzazione in vari paesi sono quelle che hanno riscosso maggiore successo”.

Piergiorgio Cattani

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