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Acli: l'acqua del sindaco non si tocca

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Il Parlamento della Repubblica ha convertito in legge il Decreto 135/09 dal titolo “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle comunità europee”.

Dietro questo titolo dall’apparente scarso rilievo politico si nasconde una delle decisioni più importanti e discusse quale la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Con un solo articolo, il nostro Parlamento ha sancito l’obbligo per tutti gli Enti Locali di ottemperare alle direttive europee che impongono l’affidamento dei servizi locali alle aziende private, compreso il bene acqua.

Tutto questo è avvenuto ignorando Risoluzioni europee che non solo non imponevano alcuna privatizzazione dell’acqua, ma addirittura ne sancivano l’inalienabilità. La Risoluzione dell’11 marzo 2004 “Strategia per il mercato interno, priorità 2003-2006”, al paragrafo 5, recitava: “Essendo l’acqua un bene comune dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno”.

E la Risoluzione del 15 marzo 2006 “Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto Forum mondiale dell’acqua”, al primo paragrafo: “Dichiara che l’acqua è un bene comune dell’umanità; come tale l’accesso all’acqua costituisce un diritto fondamentale della persona umana; chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l’accesso all’acqua alle popolazioni”.

Nonostante queste chiare Risoluzioni, e nonostante gli esempi virtuosi di altri importanti Paesi europei e di tanti Comuni italiani, il nostro Parlamento ha di fatto sancito la privatizzazione dell’acqua, completando un iter biennale cominciato con l’approvazione della legge 133/08 che all’art. 23bis regolamenta il funzionamento dei servizi locali a rilevanza pubblica, i cui punti chiave possono essere così riassunti:

1. Affidamento dei servizi a privati attraverso gare pubbliche d’appalto;
2. Possibilità di affidamento ad aziende pubbliche previa dimostrazione delle “peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscono il ricorso al mercato”;
3. Riconoscimento della proprietà pubblica delle infrastrutture all’interno di una distribuzione privata.

L’art. 15 del decreto legge approvato in Senato il 4 novembre 2009 apportava modifiche di non poco conto all’art. 23bis della legge 133/08, e ne rafforzava in maniera pesante lo spirito privatizzatore, prevedendo:

a) l’affidamento della gestione dei servizi idrici a favore di imprenditori o di società, anche a partecipazione mista (pubblico/privata) con capitale privato non inferiore al 40%;
b) la cessazione degli affidamenti in house a società totalmente pubbliche, controllate dai Comuni, alla data del 31 dicembre 2011.

Di tutto ciò, le Acli sono fortemente preoccupate. Scevre da considerazioni di carattere puramente ideologico, esse ritengono che l’acqua sia un bene naturale ed essenziale ed un fondamentale diritto umano che non può essere assoggettato alle leggi o non-regole dell’economia e agli interessi del privato speculativo.

Al di là delle generiche rassicurazioni del Governo sulla proprietà dell’acqua, appare chiaro che chi raccoglie, distribuisce e vende un bene (una merce in questo caso) ne è il vero proprietario. La delega totale ad interessi non collettivi su alcuni servizi essenziali e sull’acqua in particolare, è a dir poco sconveniente e pertanto diventa necessario mantenere alti i livelli di controllo dal basso e di responsabilità del pubblico su tale risorsa.

Senza acqua non c’è vita, e questa, per le Acli, è una ragione sufficiente per escludere le risorse idriche dalla sfera di un commercio senza regole. Il nostro Paese deve riconoscere “sorella acqua”, come la definiva il suo patrono san Francesco, fonte della vita e diritto umano fondamentale ed universale. L’acqua è un bene, non una merce, e bene ha fatto Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate a parlare “dell’accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”.

Le Acli protestano ed esprimono le loro preoccupazioni “in nome della vita”, e si sentono mobilitate per rappresentare un ruolo di difesa della dimensione sociale dell’acqua. Ciò a partire dai territori, animando un dibattito a cui si vuole mettere la sordina ed in un momento nel quale le Amministrazioni locali, soprattutto le più piccole, sembrano non avere gli strumenti per una consapevole e corretta riflessione sulla questione, abbagliate da ingannevoli prospettive di risparmio e innovazione, e si consegnano alla mercé del trend generale e del mercato speculativo.

E' di fatto innegabile che il provvedimento rappresenta un atto lesivo delle autonomie locali e della sovranità di Regioni e Comuni, in spregio a tutte le riflessioni sulla sacralità dei territori, sul federalismo e la sussidiarietà.

Le Acli, nella fase di crisi che vive anche il nostro Paese, sono altresì preoccupate dalle possibili ripercussioni che la privatizzazione dell’acqua potabile del rubinetto potrebbe comportare sui bilanci delle famiglie italiane.

Inoltre, alla vigilia della Conferenza internazionale di Copenaghen, le Acli chiedono che il bene acqua sia indissolubilmente legato al clima e ai cambiamenti climatici che, mettendo a rischio anche i ghiacciai ed i nevai, riducono sensibilmente le fonti idriche del pianeta. Oggi, un terzo della popolazione mondiale non dispone di acqua sicura, pulita; e per questo aumentano le malattie, la fame, i conflitti, le migrazioni. E’ in discussione il diritto alla vita per gli “ultimi”, soprattutto per i poveri dei Sud del mondo.

Il nostro Paese, pertanto, prima che pensare ad una privatizzazione di un bene vitale dovrebbe intraprendere un forte impegno internazionale ed una decisa azione in difesa della risorsa acqua e dell’accesso ad essa da parte di tutti gli esseri umani, evitando di ricorrere ai finanziamenti privati per assicurarne la distribuzione.

Alfredo Cucciniello
(Fonte: Acli.it)

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