Giornalismo dal basso: voci dall'India inascoltata

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Realizzazione di un videomagazine di Video Volunteers - foto: www.videovolunteers.org

Dotare, entro cinque anni, ciascuno degli oltre seicento distretti dell’India di un reporter di comunità, in grado di portare allo scoperto le questioni reputate più importanti dalla gente del posto e facilitare in questo modo un processo capillare di cambiamento dal basso. E’ l’ambizioso obiettivo dell’iniziativa di giornalismo partecipativo IndiaUnheard (IU), che oggi, dopo due anni di rodaggio, conta su quarantotto corrispondenti dislocati in ventiquattro Stati.
Si tratta del progetto di punta di Video Volunteers (VV), organizzazione con sedi a Goa e a New York, che dal 2003 trasforma poveri ed emarginati in attori della rivoluzione mediatica globale, insegnando loro a parlare di sé al mondo. Oggi VV ha al suo attivo cento produttori stipendiati, cinquecento video su tematiche scottanti come i matrimoni infantili e le relazioni tra popolazione indù e musulmana, proiettati in slum e villaggi con una platea di trecentomila spettatori.
Per entrare nella squadra di IU bisogna saper leggere e scrivere, essere in contatto con associazioni e movimenti della società civile e rappresentare la fetta di popolazione che dai media della più grande democrazia del globo resta inascoltata: i dalit (fuori casta), i gruppi tribali, le minoranze sessuali e linguistiche.
I candidati reporter non conoscono il funzionamento di una telecamera, non hanno mai sentito parlare delle cinque W, né di verifica delle fonti e criteri di notiziabilità. Meglio così, perché durante le due settimane di training residenziale, non è chiesto loro di operare all’interno dei confini del giornalismo tradizionale, bensì di fare informazione perseguendo un fine preciso: facilitare il cambiamento dal basso.
Iniziati alla filosofia della comunicazione partecipativa e dei media comunitari, imparano a far emergere con forza dai loro servizi la propria identità e rappresentare le prospettive dei “senza voce”: coloro che lavorano nelle fogne senza guanti e alcuna protezione, studenti che per essere ammessi agli esami devono pagare bustarelle ai docenti, indigeni conoscitori di arti e tradizioni da preservare e altri cittadini pressoché ignorati dai flussi della comunicazione nazionale e globale.
«Concluso il training – spiega Stalin K., video maker originario del Gujarat, attivista e co-fondatore dell’organizzazione insieme a Jessica Mayberry - i neo-reporter rientrano al proprio villaggio muniti di una telecamera, che ripagano a rate a VV con parte del compenso ricevuto per ogni servizio prodotto, in media uno o due al mese. I praticanti sono seguiti a distanza da cinque mentori e ogni sei mesi ritornano a Goa per una sessione formativa».
I video firmati IU diventano da subito virali sul territorio, attraverso proiezioni pubbliche nei villaggi, e nel mondo virtuale, attraverso il sito web del progetto, Facebook, Twitter, YouTube e Blip TV. In più, rappresentano un’opportunità ghiotta per le televisioni nazionali, che comprando i servizi realizzati dai poveri del paese, possono garantire la copertura di aree remote senza dover scomodare risorse umane interne. Il team di VV è riuscito a spuntare una prima collaborazione con il programma Speak Out dell’emittente News X e a breve altre reti potrebbero entrare nel suo portafoglio clienti.
Il lavoro del corrispondente di IU non si chiude con la produzione e i post sui social network. La sua missione finale è mobilitare la comunità e produrre risultati concreti. «Con il supporto del nostro staff – spiega ancora Stalin - il reporter formula una strategia di cambiamento sociale, che di solito comprende la proiezione e la discussione del filmato con cittadini, rappresentanti politici e funzionari e, infine, la realizzazione di un secondo video che documenti l’impatto raggiunto. Quest’ultimo lavoro è pagato tre volte di più».
I casi di cambiamento sono numerosi. Per esempio, alcune lavoratrici agricole del Maharashtra, denunciando alla telecamera di Rohini Pawar di essere pagate meno degli uomini sono diventate maggiormente consapevoli dei loro diritti. Hanno indetto uno sciopero e alla fine, in seicento, hanno ottenuto la parità di salario. Un altro bel risultato è stato conseguito in una delle aree più tradizionaliste dell’India centrale, dove la comunità gay si è messa in rete per parlare di discriminazione e uscire dall’isolamento. L’elenco potrebbe continuare con le cronache dei villaggi che hanno adottato pratiche sanitarie, preso posizione contro la corruzione, ottenuto l’accesso a servizi sanitari, all’acqua o a un’istruzione migliore.
Con i dovuti aggiustamenti culturali, il modello IU potrebbe funzionare in altre parti del mondo, al Sud e al Nord, dove esistono cittadini stanchi di rimanere inascoltati. I media-attivisti di Goa sono stati già contattati da associazioni impegnate in Cina, Etiopia e Sudafrica, che vorrebbero replicare l’esperimento indiano nei loro rispettivi Paesi.

Daniela Bandelli

 

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