Intervista impossibile ad Aldo Capitini, maestro di nonviolenza

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Aldo Capitini - Foto: Aldocapitini.it

Anticipando la Giornata della nonviolenza indetta dalle Nazioni Unite nel 2007 e celebrata il 2 ottobre nel non casuale anniversario della nascita di Ghandi presentiamo questa “Intervista impossibile” ad Aldo Capitini a cura di Elena Buccoliero. Le risposte di Aldo Capitini sono tratte dalle sue opere principali.

Era il 24 gennaio 1961…

Dalla grande terrazza della sua casa gli occhi di Aldo Capitini si posano lontano. Le grosse lenti non servono, per seguire l’immagine che si snoda dinanzi ai suoi occhi. Eh sì, la prima fu da Perugia ad Assisi, il 24 settembre 1961, promossa dal Centro di Perugia per la nonviolenza che invitò a prender parte persone e associazioni politiche e religiose di ogni tendenza, e pose come condizione non la propria ideologia, ma l’assenza di ogni fatto o accenno violento in quelle ore. Ed effettivamente la marcia, oltremodo varia, fu oltremodo composta, pur festante. L’accompagnai per i primi sei chilometri ed era soltanto festosa; alle porte di Assisi la ritrovai calda, energica, pulsante; muovendosi aveva acquistato entusiasmo e forza.

Che cos’è una marcia della pace?

Un’ampia comunità momentanea e in movimento. La marcia è una manifestazione dal basso, al livello minimo, che tende a comprendere tutti. È assolutamente nonviolenta, cioè priva di armi; il simbolo della moltitudine povera, che sa di essere nel giusto, che accomuna volentieri tutti. Queste manifestazioni uniscono persone diversissime e hanno una certa serenità anche per collocarsi nei paesaggi. Sono un esercizio fisico nel quale il popolo si sente a suo agio poiché è più forte e non ci sono discorsi difficili.

Come è nata quella prima edizione del 1961?

Avevo visto, nei dopoguerra della mia vita, frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre, sapevo di tanti giovani ignoranti ed ignari mandati a uccidere e a morire, e volevo fare in modo che questo più non avvenisse. Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una marcia?

Ma come essere certi che fosse seguita da nonviolenti?

Sapevo bene che gli aiutanti e i partecipanti – anche se d’accordo su certe condizioni – non sarebbero stati in gran parte persuasi di idee nonviolente; lo sapevo benissimo, ma si presentava un’occasione per parlare di nonviolenza ai violenti, di mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti.

Come vi siete rapportati con i partiti politici?

Le condizioni erano chiare: la Marcia non avrebbe avuto nessun segno di partito, avrei stabilito io gli oratori della conclusione della Marcia, il partito doveva curare la diffusione della notizia presso i non iscritti, avrei esaminato io l’elenco delle scritte dei cartelli consigliate dai partiti.

E con la polizia?

La polizia, che si era presentata, pienamente armata, con centinaia di uomini, era stupita e piuttosto imbarazzata per il fatto che la dimostrazione era assolutamente pacifica, e deve essersi sentita inutile. Uno dei capi disse che questa era probabilmente la prima volta nella storia moderna italiana che non c’era affatto bisogno della polizia…

A ripensarci, si può dire che la Marcia abbia raggiunto gli obiettivi?

Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nella solidarietà che suscita e nelle non-collaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia. Inoltre ha provato che non bastano gli attuali organi di informazione e di espressione, che la gente voleva e vuol dire qualche cosa direttamente. Non dico che dopo di allora tutto sia chiaro ed acquisito, ma è certo che ora larghi gruppi di italiani sentono che la nonviolenza ha una sua parola da dire.

Cinquant’anni dopo, il 25 settembre 2011, si camminerà di nuovo da Perugia ad Assisi. Quando potremo dire che anche questa marcia sarà ben riuscita?

Una marcia non è fine a se stessa; continua negli animi, produce onde che vanno lontano, fa sorgere problemi, orientamenti, affinità. Il principale lavoro a cui ora siamo intenti è quello di raccogliere associazioni, gruppi, periodici, persone, che lavorano per la pace.

Quando si parla di paesi in conflitto come l’Afghanistan o la Libia ci si appella alle Nazioni Unite. Che cosa dovremmo aspettarci da questo organismo?

Le Nazioni Unite, come insieme di sforzi per dominare razionalmente le situazioni difficili e per provocare continuamente la cooperazione, sono sostenibili, anche perché tutte le trasformazioni rivoluzionarie che la nonviolenza porta, sono sempre il fondamento e l’integrazione di quelle decisioni razionali e giuridiche che gli uomini prendono, quando esse sono un bene per tutti. Certo, il nonviolento non si scalda per il governo mondiale, che potrebbe diventare arbitrario e oppressivo, ma per il suscitamento di consapevoli e bene orientate moltitudini nonviolente dal basso.

Può accadere che la guerra sia inevitabile?

L’uso della violenza è sollecitato dal successo che essa procura a più breve scadenza che non gli altri mezzi; resta da vedere a che cosa si riduce la mia vita dopo e se non sorgeranno prima o poi cinquanta al posto di quello che ho ucciso. La nonviolenza guarisce la politica dalla sua fretta e impazienza. Sembra che faccia perdere tempo, e invece questo “tempo perduto” è tempo preziosamente guadagnato, perché consumato per fedeltà all’intima realtà che vale, l’unica che ha la capacità di migliorare veramente il mondo dal di dentro; mentre i politici lo trasformano in apparenza, e lo fanno continuare con i suoi difetti e gravissime colpe.

L’Italia sta partecipando a diverse “missioni di pace” all’estero, presentate proprio come interventi a difesa delle popolazioni civili.

Potrò, a parte il ripudio dell’uccisione, ricorrere a dei mezzi che diminuiscano l’effetto della violenza dell’altro, specialmente se in uno stato di furia; ma sempre tali che non lo mettano in uno stato di tortura né in uno stravolgimento della sua possibilità di razionalità.

E quando c’è stato detto che si limitavano al massimo i danni ai civili…?

Con i potenti mezzi di armi chimiche e militari, concepire la violenza in piccolo è veramente antiquato, assurdo. È una catena di violenze conseguenti, e una volta preso il primo anello della catena, si prendono gli altri. Oppure… si butta tutta la catena, e si scelgono le tecniche nonviolente.

Il problema è la scelta dei mezzi.

I mezzi sono azioni vere e proprie. Non è vero che basti calcolare il mezzo più adatto, più politico per ottenere l’intento; si vuol prendere in esame questo mezzo in sé, vederlo se è accettabile o sostituibile con un altro che soddisfi di più la coscienza: si mette un ideale pur nello scegliere i mezzi.

Che dire invece degli interventi di polizia, interna ed esterna agli Stati?

L’azione dell’organo di polizia è lontana da quegli eccessi di distruzione e di eccitazione psichica e di impersonalità che ci sono in eserciti e guerre: quell’azione è circoscritta, diretta specificamente contro chi porta violenza, e con lo scopo più di distogliere dalla tentazione che altro. Naturalmente il nonviolento tende ad altro, a smobilitare polizia e prigioni, ed ha fiducia che questo sia possibile, perché crede alla superabilità del male e all’attuabilità di migliori rapporti umani. Ma si rende anche conto che quello della polizia e della coercizione giudiziaria è l’ultimo strumento a cui una comunità rinuncia, e solo quando ci sia un ampio sviluppo di modi nonviolenti di convivenza.

Elena Buccoliero in Azione Nonviolenta, agosto/settembre 2011, Anno 48 n.572-573, pp.16-17

 

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