Il Pacifico, la frontiera della nuova guerra fredda

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La politica delle cannoniere nel Pacifico – Foto: ilcaffegeopolitico.net

Dovremo imparare presto il nome di alcune isole che punteggiano quell’immensa distesa d’acqua chiamata oceano Pacifico: attraverso paradisiaci mari tropicali passa la nuova cortina di ferro che divide la Cina dagli Stati Uniti. Il confine degli equilibri e dei conflitti del 21º secolo non attraversa più i paesi dell’Europa orientale ma lambisce l’arcipelago delle Fiji, le isole Isole Paracel e le Isole Spratly, il Mar cinese meridionale che il Celeste impero vuole che sia per davvero completamente cinese. Petrolio e gas si nascondono accanto alle barriere coralline, mentre gli atolli non sono più soltanto mete turistiche bensì basi strategiche per flotte militari.

È soprattutto il Pacifico sud orientale, la zona cioè situata tra il Giappone, l’Australia e le isole Fiji a essere interessato da una complessa disputa territoriale che vede coinvolti Cina, Vietnam, Filippine, Taiwan, Brunei e Malaysia e, naturalmente, gli Stati Uniti e i loro alleati. All’inizio dell’anno, nel presentare la nuova dottrina strategica americana, il presidente Obama ha insistito sulla riduzione del numero degli effettivi presenti all’estero: l’esercito americano manterrà però inalterato il numero dei soldati di stanza nel Pacifico, anzi investirà le risorse maggiori proprio in quello scacchiere. Tutto per arginare l’espansionismo cinese che, negli scorsi mesi, ha generato tensioni non trascurabili con i vicini. Secondo una visione che per certi versi ricalca la dottrina Monroe (il Presidente statunitense famoso per aver considerato il continente americano come il “cortile di casa”) anche la Cina reclama a sé, direttamente o indirettamente, spazi sempre più ampi.

Isole disputate. La Cina rivendica “la sovranità territoriale” in particolare sulle isole Senkaku (contese con il Giappone e ribattezzate dai cinesi Diaoyu) e sulle isole Paracel e Spratly, disabitate ma i cui fondali sono ricchi di idrocarburi che farebbero molto comodo al vicino Vietnam. La Repubblica popolare cinese si muove in autonomia, mentre la longa manus americana è rappresentata dall’Asean, l’Associazione dei Paesi del sud est asiatico, abbastanza vicini (tranne il Myanmar) a Washington.

Per ora è la “politica delle cannoniere” a fare da padrone con la Cina impegnata in ripetute esercitazioni militari che non disdegnano di varcare le acque internazionali per ridisegnare delicati confini marittimi. Per questo il Dragone sta costruendo piano piano un’imponente flotta di carattere militare e quest’anno ha superato il record negli investimenti per le forze armate, spaventando non poco gli Stati limitrofi e irritando gli Stati Uniti che rispondono con la firma di accordi militari più stretti con l’Australia.

L’arcipelago delle Fiji. Con le armi però si tentano sempre di “esportare” i propri sistemi istituzionali, siano essi democratici o autoritari. Ovvio che la Cina preferisca incontrarsi con regimi simili al proprio. Approdiamo così alle isole Fiji, arcipelago che ci sembra sperduto nella fantasia e che invece è il paese più abitato ed esteso della Melanesia, e soprattutto vive continue tensioni civili e politiche sfociate nel 2006 e nel 2009 in colpi di Stato militari che ora vedono al potere il Commodoro Frank Bainimarama. Va ricordato che le forze armate fijiane sono ben addestrate e hanno partecipato pure alla guerra in Iraq sotto egida ONU, quando l’arcipelago era ancora vicino agli Stati Uniti. Ora le Isole Fiji sembrano slittare verso il sistema cinese, hanno instaurato un regime autoritario rompendo i rapporti diplomatici con Australia e Nuova Zelanda, ree di aver denunciato le violazioni dei diritti umani del regime fijiano.

Timor est. La ricerca di nuove alleanze, questa volta mediante la leva dell’economia e degli aiuti finanziari, spinge Pechino a osare molto, cercando di sottrarre l’influenza degli Stati Uniti su molti Paesi. È il caso di Timor Est, l’isola situata tra Australia e Indonesia, ex colonia portoghese e abitata da una popolazione cristiana, che è giunta all’indipendenza nel 2002 dopo un intervento dei Caschi blu, fortemente sponsorizzato proprio dagli americani. Scrive l’analista Vladislav Gulevič: “I cinesi hanno già ricevuto contratti del valore di 378 milioni di dollari per la costruzione di due impianti elettrici. Armi leggere, uniformi ed altro equipaggiamento militare vengono acquistati in Cina. Sull’isola vi sono 4000 cinesi della diaspora. E nel gennaio 2011 la Cina ha accordato all’isola un credito di 3 miliardi di dollari. Prima, i timorensi si istruivano in Australia o negli Stati Uniti, per accedere ai massimi livelli della vita politica o economica del proprio paese. Ora non più: preferiscono andare in Cina, a questo scopo”.

Insomma siamo ancora all’inizio di una partita che ci accompagnerà per i prossimi decenni.

Piergiorgio Cattani

 

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