Perù: i safari umani sbarcano anche in Amazzonia?

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Tribù dei Mashco-Piro - Foto: Industriadelturismo.com

 

Gli Indiani incontattati del Perù stanno correndo il serio rischio di divenire le prossime vittime dei “safari umani”. La denuncia viene dal quotidiano britannico The Observer al quale ha fatto eco la scorsa settimana il movimento per i popoli indigeni Survival International, una delle poche organizzazioni al mondo dedicata totalmente ai popoli tribali e ai loro diritti. Per Survival “nell’ultimo anno gli avvistamenti della tribù dei Mashco-Piro che vivono nel Parco Nazionale di Manú, una popolare meta turistica, si sono intensificati in modo preoccupante e non casuale”.

Il mese scorso Survival aveva pubblicato alcune foto della tribù dei Mashco-Piro proprio per richiamare l’attenzione delle istituzioni peruviane e dell’opinione pubblica sull’importanza di proteggerli da contatti indesiderati, visto che il disboscamento illegale e i progetti energetici legati in primis alla ricerca di petrolio e gas naturale nel parco nazionale del Manù, in quella parte del Perù che affaccia sul bacino amazzonico, stanno costringendo i Mashco-Piro a uscire dalle foreste avvicinandosi sempre più alle rive del fiume, dove sono più esposti alla vista delle barche di passaggio.

L’appello non è rimasto inascoltato. Per Stephen Corry, direttore generale di Survival “Le autorità peruviane e l’organizzazione indigena Fenamad stanno sollecitando i residenti a tenersi lontani dalla tribù, e stanno montando un avamposto di guardia per impedire agli estranei di fare incontri non voluti e proteggere le terre delle tribù locali. Stanno anche collaborando strettamente per individuare e arrestare i taglialegna abusivi che ora rischiano qualche anno di carcere”, ma a quanto pare questa allerta non basta.

Secondo l’indagine compiuta dall’Observer, infatti, alcune guide senza scrupoli che lavorano all’interno del parco di Manú stanno cercando di trarre profitto dagli avvistamenti offrendo ai turisti dei “programmi su misura”, con alte “possibilità” di vedere “i nativi incontattati”. Le modalità ricordano lo scandalo dei “safari umani” che ha investito il popolo Jarawa nelle isole Andatane e che potrebbe puntare anche in Perù sulle visite del parco con annessa visita agli indigeni, l’esistenza dei quali ha il fascino supplementare di essere stati per oltre cento anni un mistero, risolto solo nei mesi scorsi.

“Naturalmente, non tutti i tour operator sono coinvolti nei safari umani ed è confortante leggere che alcuni sono consapevoli dei pericoli che l’ingresso di un elevato numero di persone nell’area comporta, sia per i turisti, sia per gli Indiani” ha spiegato Corry. “Ma è importante denunciare gli operatori turistici senza scrupoli perché incoraggiare i turisti ad andare a vedere i Mashco-Piro è estremamente irresponsabile, e potenzialmente letale”. Il rischio è che nel giro di pochi mesi decine di turisti peruviani ed internazionali possano involontariamente trasmettere, come fecero i primi conquistatori europei, malattie ai membri della tribù indigena. “Se accadrà come nelle Andamane il rischio è che le regole che dovrebbero proteggere i Mashco-Piro possano venire regolarmente infrante in nome del profitto prodotto dal turismo - ha denunciato Survival - e la loro riserva si potrebbe trasformare in un vero e proprio parco per il safari umano” visto che solo negli ultimi anni il Perù ha prestato attenzione alla tutela della “uncontacted tribes”.

Ma i “safari umani” non sembrano essere l’unica minaccia per la vita di questi popoli indigeni (la maggior parte dei quali non è incontattata), visto che l’intera area è interessata ad un progetto che prevede la costruzione di una strada che taglierebbe a metà due riserve indigene e il parco nazionale Manù. I fautori del progetto sostengono che la strada aprirà le porte allo “sviluppo” economico a zone dell’Amazzonia attualmente isolate, mentre le organizzazioni indigene della regione (l’80% delle 2.300 persone che vivono all’interno delle aree protette sono indigeni) sono contrarie al progetto e si moltiplicano gli appelli al Congresso del Perù perché indaghi maggiormente sulle ragioni “sottintese” alla costruzione della nuova strada. L’Aidesep, l’organizzazione nazionale degli indigeni peruviani, ha dichiarato che “una strada, ben lungi dal risolvere il presupposto isolamento della provincia, porterebbe solo degrado e distruzione" e Flora Rodriguez, dell’organizzazione locale indigena Feconapu, si è espressa in modo concorde sottolinenado come “La strada non significa sviluppo, ma sta solo creando divisione. La strada non ha senso per noi, porterebbe solo morte, perché la foresta è vita.”

Per Survival “Questo progetto non solo mette a rischio le vite di migliaia di indigeni, ma mette in ridicolo le leggi del Perù” ha commentato Corry. “Se il progetto andrà avanti senza che i popoli indigeni siano consultati, sarà devastata una delle zone più importanti dell’Amazzonia per gli Indiani isolati e incontattati.” Così se è facile pensare che le lobbie d’interesse economico che vorrebbero la nuova strada non smetteranno di far pressione sul Governo peruviano, ci rimane la speranza che il bisogno di un altrove incontaminato e delle tanto attese “transumanze stagionali” chiamate vacanze possano appellarsi, in attesa di leggi più rigorose e di strade alternative, alla responsabilità del turista. A rischio non è solo un ecosistema, ma anche questa volta, come nel caso degli Jarawa, la sopravvivenza di un intero popolo visto che fino a prova contraria i Mashco Piro non sembrano interessati al business del turismo, ma solo a recuperare la tranquillità dei loro luoghi.

Forse dello stesso parere è anche Paolo Bosusco la guida italiana sequestrata lo scorso 14 marzo da guerriglieri maoisti nella regione dell’Orissa in India assieme a Claudio Colangelo rappresentante in Italia della Ong Amazon Promise e liberato proprio oggi. A detta dei molti amici, lungi dall’impacchettare viaggi per turisti ricchi in cerca di qualche brivido, Bosusco ha sempre puntato all’organizzazione di percorsi che facessero conoscere a fondo la giungla dell’Orissa e le popolazioni indigene che vi vivono dove lavora assieme agli indigeni e nell’assoluto rispetto delle loro usanze e dei loro riti. L’accusa di “safari umano”, rivolta dai sequestratori ai due italiani, sembra al momento priva di fondamento e creata ad arte solo per motivarne il rapimento.

Alessandro Graziadei

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