Ong: la Banca Mondiale smetta di finanziare l'estrazione di combustibili fossili

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Proteste davanti alla World Bank in Brasile - Foto: blogspot

Ieri la 'Campagna per la riforma della Banca Mondiale' (CRBM) ha promosso un'azione di protesta sotto gli uffici della World Bank a Roma per chiedere, insieme ad analoghe manifestazioni in diversi paesi, la fine dei finanziamenti a progetti di estrazione di petrolio, gas e carbone che causano violazioni dei diritti umani e distruzione dell'ambiente, acuiscono la tensione sociale in paesi poveri ma ricchi di risorse e sostengono governi autoritari. "Solo nel 2010 la Banca Mondiale ha elargito prestiti nell'estrazione di combustibili fossili per circa 4,5 miliardi di euro" - denuncia la CRBM.

Gli attivisti della campagna sostengono da tempo che la più grande istituzione multilaterale di sviluppo è costantemente presente ai vertici sui cambiamenti climatici per “giocare un ruolo” di rilievo, gestendo i miliardi di dollari messi a disposizione a livello globale per la cosiddetta finanza per il clima. E questo nonostante da anni i banchieri di Washington dimostri di non volersi mai tirare indietro quando c’è da concedere un prestito per il settore estrattivo, tra i maggiori responsabili dell'aumento delle emissioni in atmosfera che causano il surriscaldamento del pianeta.

"In maniera quasi paradossale, questo trend è addirittura in aumento" - afferma Elena Gerebizza della CRBM. "Nel 2010 a progetti per i combustibili fossili sono andati circa 6,6 miliardi di dollari, il 116% in più rispetto all’anno precedente. Finanziamenti in buona parte destinati alla mega centrale a carbone di Medupi, in Sudafrica, la terza più grande al mondo in uno dei Paesi con il più alto potenziale per gli investimenti nelle energie rinnovabili". Un’opera controversa, quella di Medupi, contro cui la società civile locale e internazionale si è già mobilitata e che sta già portando con sé una lunga teoria di ricorsi legali – l’ultimo relativo alla distruzione di un fiume che scorre nei pressi del sito interessato dall’impianto.

"Alla faccia della retorica sulla lotta alla povertà (suo obiettivo primario), per anni la Banca ha garantito soldi pubblici a governi autoritari per progetti che causano danni all'ambiente, violazioni dei diritti umani e contribuiscono ai cambiamenti climatici" - sostiene Gerebizza. "Per questo oggi davanti agli uffici della World Bank a Roma, Washington, Londra, Parigi, Berlino e Madrid abbiamo promosso azioni dimostrative per chiedere uno stop ai finanziamenti per petrolio, carbone e gas. La protesta si è poi trasferita anche in rete. Le pagine Facebook e Twitter della Banca sono state bersagliate di domande da parte degli attivisti che chiedono conto della condotta dell’istituzione".

Va ricordato che alla fine del 2009 la Banca Mondiale ha iniziato a rivedere la sua strategia sull’energia, che varrà per il decennio 2011-2021. Fino ad oggi l’istituzione non ha tenuto in debito conto la serie di critiche mosse nei suoi confronti, come nel caso della Extractive Industries Review del 2003, che chiedeva uno stop definitivo al sostegno al carbone e un graduale abbandono del petrolio entro il 2008. Al contrario la Banca mantiene tra le sue priorità negli investimenti energetici il sostegno a combustibili fossili, senza fissare tra i suoi obiettivi quello di favorire l'accesso all'energia dei poveri, e nonostante l'evidenza ultra decennale di come questi investimenti abbiano favorito la concentrazione della ricchezza delle elites al potere, oltre che il controllo delle risorse da parte di multinazionali straniere. Inoltre, la Banca Mondiale continua ad avere un approccio basato sul sostegno di grandi progetti infrastrutturali, destinati alla produzione di energia che viene poi rivenduta sui mercati internazionali invece che rispondere ai bisogni energetici delle popolazioni povere dei Paesi dove vengono costruiti gasdotti o oleodotti. Una modalità di operare che deve cambiare se l'obiettivo è la transizione verso un sistema a basse emissioni che permetta la sostenibilità del pianeta nel lungo termine.

Oltre alla centrale di Medupi, la manifestazione di ieri degli attivisti della CRBM ha inteso ieri porre all'attenzione la questione del cosiddetto “progetto modello” e cioè l’oleodotto Ciad-Camerun con il quale la Banca mondiale intendeva fissare un precedente che sarebbe entrato di diritto negli annali della lotta alla povertà e del perseguimento dello sviluppo. Nel giugno del 2000, all’apice del boom della globalizzazione, i banchieri di Washington decisero di concedere un finanziamento di 330 milioni di dollari per la realizzazione dell’opera e il mega-oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) che collega i giacimenti off-shore nel Mar Caspio con il Mar Mediterraneo con la creazione di un corridoio militarizzato nella regione curda della Turchia che crea una seria minaccia di escalation di violenza in questa regione già devastata dalla guerra. [GB]

 

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