Amnesty: permangono profughi e bombe inesplose in Ossezia

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Gori, settembre 2008: edificio distrutto © AI

"Cento giorni dopo il conflitto di agosto tra Georgia e Russia, oltre 20mila profughi di etnia georgiana non possono ancora rientrare nelle loro case nell'Ossezia del Sud mentre molte altre persone su entrambi i lati del conflitto, una volta riuscite a tornare, hanno trovato le loro abitazioni devastate o distrutte"- afferma il recente rapporto di Amnesty International dal titolo "I civili sulla linea del fronte: il conflitto Georgia - Russia". "Lungo il confine de facto tra Ossezia del Sud e il resto della Georgia si è creata una nuova zona d'ombra, in cui le persone continuano a vagare a loro rischio e pericolo e dalla quale, nelle ultime settimane, sono pervenute notizie di saccheggi, sparatorie, attentati e sequestri" - ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. "È necessario che agli osservatori internazionali sia consentito accesso a tutti i luoghi e che ognuna delle parti coinvolte intensifichi gli sforzi per garantire il ritorno sicuro e senza discriminazione dei profughi".

Lanciando il rapporto Amnesty International ha sottolineato che "non potranno esservi riconciliazione e pace duratura senza l'accertamento della verità e delle responsabilità". Per questo, l'organizzazione per i diritti umani ha chiesto che le indagini sul comportamento di tutte le parti coinvolte nel conflitto di agosto rimangano una priorità. "Le prove raccolte - afferma Amnesty - lasciano intendere che siano state commesse gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario da ambo i lati". Il rapporto di Amnesty International si basa su diverse missioni di ricerca condotte tra agosto e ottobre nelle principali aree interessate dal conflitto, su interviste alle vittime e su scambi di corrispondenza con le autorità georgiane e russe e con l'amministrazione de facto dell'Ossezia del Sud.

Tra il 7 e il 13 agosto, villaggi e centri abitati sono stati attaccati e bombardati. Alcuni civili hanno testimoniato di essere stati colpiti dai bombardamenti anche mentre erano in fuga. "Il numero delle vittime civili è risultato significativamente superiore a quello dei militari: abitazioni, ospedali, scuole e altri edifici a uso civile sono stati danneggiati o distrutti" - riporta Amnesty. Al suo culmine, il conflitto ha provocato la fuga di circa 200mila persone, decine di migliaia delle quali tuttora non possono rientrare nelle proprie case o non hanno alcuna prospettiva di farlo nell'immediato futuro.

Sia dal lato georgiano che da quello russo, bombe a grappolo sono state sganciate su aree abitate o nelle loro vicinanze, causando numerose perdite tra i civili e lasciando ordigni inesplosi su ampie zone di terreno, pregiudicando in questo modo il rientro dei profughi. "Georgia e Russia si sono accusate a vicenda di aver commesso crimini di guerra. È essenziale che queste gravi denunce siano indagate in modo imparziale ed esaustivo. Se così sarà accertato, i responsabili dovranno essere portati di fronte alla giustizia" - ha dichiarato Duckworth.

Alla luce delle diverse ricostruzioni e dei reciproci scambi di accuse, Amnesty International sollecita Georgia e Russia a richiedere un'indagine da parte della Commissione internazionale di accertamento dei fatti e di replicare pubblicamente alle sue conclusioni. La Commissione internazionale è un organismo permanente di esperti indipendenti, previsto dall'art. 90 del I Protocollo (Protocollo aggiuntivo) alle Convenzioni di Ginevra e incaricato di indagare sulle denunce di gravi violazioni del diritto umanitario. Nel 1989, all'atto della ratifica del I Protocollo, la Russia fece una dichiarazione ai sensi dell'art. 90 autorizzando la Commissione a indagare su ogni eventuale conflitto tra la stessa Russia e ogni altro Stato che avesse fatto la medesima dichiarazione, cosa che invece la Georgia non ha fatto. "Per consentire alla Commissione di condurre un'indagine ai sensi dell'art. 90, sia Georgia che Russia dovrebbero ora accettare la competenza della Commissione e richiederle di indagare su questo specifico conflitto, senza che ciò debba comportare un'accettazione permanente della competenza della Commissione" - conclude Amnesty.

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